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SISTEMA ELETTORALE: "IL PROBLEMA"
siano in grado di decidere anticipatamente non solo il successo dei propri amici, ma addirittura la composizione (nomi e cognomi) di buona parte del Parlamento da designare. Per gli aspiranti candidati questo è un incentivo irresistibile a preoccuparsi non tanto di curare l'elettorato (il cui voto comunque si sa dove andrà) ma piuttosto di entrare nelle grazie del capo. Non c'è dubbio che tante degenerazioni riscontrabili all'interno dei partiti dipendano da ciò. D'altronde (e questo vale per tutti i collegi elettorali, sicuri o non) quanto può essere spinto a "lavorare sul territorio" un deputato il quale sa che la sua riconferma come candidato dipenderà dalle scelte del vertice, che potrà decidere (è successo infinite volte) di spostarlo in tutt'altra parte di Italia?
Quali possano essere le conseguenze di un tale sistema per quanto riguarda la politica locale, la valorizzazione di una nuova valida classe politica, i rapporti dei cittadini con gli eletti e con la politica in generale, è facile immaginarlo. Ed è facile riscontrarlo. Non staremo certo qui a fare gli elogi del tempo che fu, ma di sicuro ben altra era l'attenzione verso i collegi elettorali -durante la campagna per il voto, ma soprattutto dopo, in previsione delle successive elezioni- da parte di chi sapeva di doversi conquistare le preferenze di migliaia di elettori e di doverle poi difendere dalla concorrenza esterna e da quella interna al proprio stesso partito. Gli elettori conoscevano bene chi avevano votato, lo consideravano (giusto o sbagliato che fosse) un punto di riferimento. E non solo per prosaiche questioni di clientelismo, che certo non mancavano. Sulla spinta dell'elettorato, quanti deputati e senatori si sono fatti portatori in parlamento di importanti cause locali che oggi non trovano più udienza? Tornare a quei tempi ? Certamente no. Ma si trattava tuttavia di un sistema che aspetti positivi, da recuperare se possibile, li aveva eccome.
Nessuna nostalgia, dunque, ma una approfondita riflessione, quella sì. Gli obiettivi di dieci anni fa e le critiche alla Prima Repubblica rimangono validi, tutti. Gli scenari, tuttavia, nel frattempo sono mutati e vanno considerati. Come vanno considerate le esperienze fatte. In questi anni, sulla riforma del sistema elettorale apparsa, a molti, subito inevitabile, si sono susseguiti dibattiti e proposte. E' necessario che Società Aperta dica la sua. Non è certo questa la sede per anticipare scelte, ma orientamenti si possono incominciare a dare, rinviando ad altro momento gli approfondimenti.
Il maggioritario secco non è la soluzione. Diciamolo, una volta per tutte che l'Italia non è la Gran Bretagna: a parte il fatto che anche lì si è visto come le trasformazioni sociali ed etniche in corso costringano a interrogarsi sull'attualità del tradizionale meccanismo di voto. Né la soluzione ai problemi può consistere nel ritorno ai vecchi sistemi del proporzionale. Si tratta di dosare i due meccanismi, conciliando le esigenze di stabilità e governabilità con quelle del rispetto del pluralismo, fonte essenziale di vitalità democratica. Come punti di riferimento per un approfondimento potrebbero essere presi il sistema elettorale tedesco o - se dovessero prevalere logiche di elezione diretta del capo del governo sulle quali tuttavia non si possono nascondere perplessità - quello nostrano per il Consiglio provinciale. Ferma restando la necessità di candidature che scaturiscano dalla base (eventualmente attraverso "primarie"), di premi di maggioranza, come pure di "sbarramenti". Ma non basta: non si può pensare a come cambiare il sistema di voto se non si chiarisce il ruolo delle diverse istituzioni: Parlamento (in particolare: che cosa deve essere il Senato?), Presidente della Repubblica, rapporti fra centro e regioni, nell'ambito di una riflessione meditata sul federalismo.
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