SISTEMA ELETTORALE: "IL PROBLEMA"

Di molti dei mali che denunciamo nel sistema politico italiano, la causa centrale non è azzardato cercarla nei meccanismi elettorali. E non c'è da sorprendersi se si riflette che non solo da questi meccanismi dipende - e non è poca cosa - la individuazione della classe dirigente, ma che, più in generale, ad essi sono legate le condizioni per la partecipazione dei cittadini alla vita della cosa pubblica, la vitalità quindi della vita democratica, la concezione stessa della politica.

Crollo dei valori che tradizionalmente hanno ispirato i nostri partiti, inefficienza e impreparazione troppo spesso riscontrati nella classe politica, distacco della gente dalla cosa pubblica e dai suoi protagonisti, partiti sempre più di immagine e leader-dipendenti: sono tutte conseguenze di un sistema di voto che non funziona. Sono i frutti negativi di una riforma elettorale sbagliata.

Una riforma varata, come si ricorderà, nel 1993. Si veniva da un periodo di quasi cinquant'anni di sistema politico ed elettorale caratterizzato da un rigoroso proporzionalismo, scelto senza esitazioni dai fondatori della Repubblica. Si potrebbe riflettere a lungo sui perché della scelta di quel sistema, giudicato il solo capace di associare alla costruzione dello Stato tutte le articolazioni della società italiana del dopoguerra, come pure sui benefici da esso garantiti in un Paese impegnato nella costruzione della democrazia in mezzo a drammatiche tensioni interne e internazionali. Come pure, a lungo si potrebbero considerare gli errori commessi e le riforme lasciate incompiute: prima fra tutte quella legge sul premio di maggioranza del 1953 osteggiata a tal punto da farla morire quasi in culla. Sta di fatto che nel corso degli anni era andata crescendo nella opinione pubblica la esigenza di cambiamenti. In particolare, di una maggiore stabilità di governo (da assicurare, soprattutto attraverso il contenimento del numero dei partiti in Parlamento) e di processi decisionali più aderenti alle necessità dei cittadini, attraverso un più stretto rapporto fra eletti ed elettori. Questo sullo sfondo di una onda emotiva di forte reazione contro la politica, contro un sistema giudicato inefficiente, litigioso chiuso nei suoi privilegi, profondamente corrotto. La causa di tutti i problemi veniva indicata nel sistema elettorale proporzionale e si chiedeva il passaggio al maggioritario. Segnali eloquenti: i risultati dei referendum del 1991 sulla "preferenza unica" (prima picconata contro il proporzionalismo) e poi del 18 aprile 1993 (?????????).

Il dibattito sulla riforma della legge elettorale, dopo anni di discussioni trascinate dentro e fuori le aule parlamentari, conobbe una accelerazione drammatica all'inizio del '93 mentre all'esterno di Montecitorio infuriava "Mani pulite". In quel clima, riflessioni meditate sulla portata dei cambiamenti degli equilibri istituzionali furono assolutamente impossibili. Opporsi al maggioritario appariva quasi impensabile, pena le accuse di corporativismo o peggio, mentre su molti parlamentari (in particolare sulla gran parte dei leader di prestigio ed esperienza, almeno di determinate parti politiche) pendeva la minaccia delle inchieste giudiziarie. "Maggioritario", chiedevano i maitres à penser dalle pagine dei principali quotidiani; "maggioritario" chiedeva -forse senza pensarci troppo su, ma desiderosa di un cambiamento purchessia- la gente comune. E maggioritario è stato, pur se con attenuazioni e aggiustamenti. Preoccupazioni per la scomparsa dal parlamento di posizioni politiche e culturali tradizionali, resistenze da parte dei partiti minori (in prima fila il MSI, strenuo difensore, poi pentito, del proporzionalismo), spinsero a una formula di compromesso che prese il nome del proponente: Sergio Mattarella. Il "Mattarellum", tuttora in vigore, prevede, come si sa, la divisione dei seggi della Camera fra quelli assegnati in collegi uninominali (75%) e gli altri attribuiti secondo il principio proporzionale con complessi meccanismi tecnici per il calcolo dei voti.

Ma a dieci anni di distanza, dopo l'applicazione in tre diverse elezioni politiche, qual è il bilancio di questo sistema elettorale ? Quale delle finalità che ci si riproponeva con la riforma è stata raggiunta?

Un numero minore di partiti rispetto a quello della Prima Repubblica? Quando è stato reintrodotto il finanziamento pubblico dei partiti, a chiedere di poterne beneficiare in parlamento si sono presentati in cinquanta.

Pag. 1  Pag. 2  Pag. 3