L'Unione immaginaria e quella reale
di Gianfranco Polillo

Esistono due concezioni dell'Europa. La prima è quella immaginaria. E' la visione di un'Europa salvifica. Una madre buona, anche se severa, capace di fustigare i mali antichi dell'Italia ed in grado di indicargli la strada della redenzione. L'Europa come sogno e come speranza, per riprendere un recente slogan dell'Ulivo. Un'icona da portare in processione nelle feste laiche della coalizione. Una visione romantica: perché rimasta ancorata agli anni '70.
Quando il vecchio continente, guidato da una Germania non ancora unificata, si sviluppava ad un tasso di crescita superiore a quello americano. E la più forte potenza commerciale del pianeta sembrava destinata a ridimensionare il primato della leadership d'oltre Atlantico. Per la quale erano in molti a teorizzare l'inevitabile declino, sotto l'incalzare della concorrenza europea e di quella giapponese.

La seconda concezione è quella che preferiamo. E' una visione realistica dell'Europa. L'Europa come destino ineludibile dell'Italia. Ma anche l'Europa come problema. L'Europa come terreno di conflitto e di scontro degli interessi. L'Europa come luogo geometrico, in cui i singoli paesi misurano il passo lungo delle proprie strategie alla ricerca di una propria specifica affermazione. Nessuna visione edulcorata. Ma una concezione adulta, vera della politica e dei conflitti di cui la politica si alimenta. Non c'è alcuno scetticismo in questa posizione. Lo impedisce l'ineludibilità dell'Europa. A sua volta riflesso di una storia irreversibile e delle trasformazioni intervenute nei grandi equilibri del Pianeta.
L'Europa degli anni '70 era quella del fordismo e della dimensione nazionale della politica. La Comunità europea: il passaporto per accrescere il livello degli scambi e consentire ad imprese, fortemente radicate nei singoli territori, quelle economie di scala che il dispiegarsi della potenza tecnologica rendeva indispensabili. Oggi quella stessa potenza richiede spazi più vasti: di tipo continentale. Sono l'India, la Cina, gli Stati Uniti il paradigma della modernità.
Le potenze di ieri, come l'Europa o il Giappone soffrono dell'angustia dei loro spazi operativi, della finitezza dei propri confini. Occorrerebbe un teatro più ampio. Una dimensione statuale più vasta. Regole condivise e non contrattate di volta in volta. Una cultura unificante ed un'architettura istituzionale che riflettesse il peso relativo di ciascun paese. La Germania unificata non può contare come il Lussemburgo. La Francia non è la Spagna. L'Italia non è la Grecia.

L'Europa reale è un continente in crisi che non riesce a trovare la sua giusta collocazione nei mutati equilibri internazionali. Glielo impedisce la sua frammentazione territoriale e l'incapacità di darsi una assetto istituzionale capace di farvi fronte. La rottura del Patto di stabilità, di una delle poche regole costituzionali che finora ne aveva sorretto l'impianto, è il riflesso di questa crisi più profonda. Ma quella lacerazione non è stata la conseguenza della prevaricazione dei paesi più forti, come pure è stato detto. Bensì la risultante di processi oggettivi. Nella sua configurazione originaria il Patto di stabilità era divenuto un ostacolo. Relegava la "vecchia Europa" al margine dei nuovi equilibri internazionali. Impediva, nello stesso tempo, ogni progresso consistente verso "quell'area monetaria ottimale", che rappresentava il corollario stesso della nascita dell'euro. Per questo è stato rimosso, seppure con una brutalità non necessaria.

Negli anni passati si pensava che la realizzazione di "un'area monetaria ottimale" potesse essere compito esclusiva del mercato. Riforme strutturali e rigore finanziario: era questo il credo universale delle banche centrali. Più flessibilità, meno Stato ed ancor meno welfare, in attesa che gli animal spirits facessero udire il loro ruggito. Poi sarebbe arrivato il consumo delle famiglie e gli investimenti d'impresa a far volare il reddito e far crescere il livello del benessere sociale. Ma così non è stato.

La più dura crisi di questo dopoguerra ha sciolto come neve al sole queste ingenue aspettative e messo a nudo il limite di un neo - liberismo assoluto. La fiscal policy ha seguito con pedanteria queste ricette. Ma gli eccessi di moneta, che dovevano essere il motore di un rinnovato sviluppo, hanno alimentato principalmente i bad loans ed i default delle grandi imprese: dalla Enron alla Parmalat. Hanno gonfiato le bolle speculative. Ieri nelle grandi borse mobiliari. Oggi nell'edilizia. Fino ad innescare una gigantesca "trappola della liquidità" che dalle sponde giapponesi rischia ora di trasferirsi nel cuore stesso dell'Europa.
Gli Stati Uniti sono sfuggiti a questa morsa, per le caratteristiche irripetibili del loro sistema economico. Merito di Greenspan, il potente presidente della FED, ma non solo. In quella realtà, l'espansione di base monetaria ha determinato un ribasso dei tassi d'interesse senza precedenti. E con essa una caduta del dollaro che ha dato fiato alle industrie del paese, facendo ritrovare loro una competitività perduta. Bush, Bush il conservatore, non ha esitato a rinnegare le proprie origini culturali. Con una delle più classiche manovre di stampo keynesiano ha imbrigliato la liquidità in eccesso, mettendola al servizio di una ritrovata politica di potenza. Ne è derivato un doppio deficit - quello delle partite correnti e del bilancio federale - che, pur alimentando una limitata crescita dell'inflazione, ha comunque rilanciato l'economia.

Nulla di tutto questo è accaduto in Europa. Le riforme strutturali, che pure costituiscono la premessa ed il giusto scambio tra equità e sviluppo, sono rimaste al palo. E questa mancanza di coraggio politico ha condizionato fortemente sia la politica monetaria che quella di carattere fiscale. In un contesto profondamente segnato dall'incertezza è prevalsa di nuovo la cultura della Bundesbank, senza la Bundesbank. La politica monetaria è risultata priva di coraggio e di realismo. L'euro si è rivalutato, incidendo solo marginalmente sul tasso di inflazione - ben altre ne sono le cause strutturali - ma deprimendo in forma ben più consistente le esportazioni e, con esse, il tasso di sviluppo. Il Patto di stabilità, con la sua "stupida" rigidità, ha fatto il resto, determinando un aggravamento della crisi.
Ciò che è mancato non è stato tanto l'effetto quantitativo del rilancio.
Francia e Germania, non rispettando i parametri di Maastricht, hanno sostenuto la loro domanda interna, attenuando, seppure di poco, la stretta della cattiva congiuntura. Ciò che è mancata è stata la legittimazione di questa politica. Quelle misure sono state prese quasi di nascosto. Con il senso di colpa di chi non è in grado di rispettare gli impegni presi. In un contesto comunitario segnato dalla critica violenta contro i presunti peccatori. Fino al punto da esigere un atto di riparazione: come il successivo assurdo ricorso della Commissione europea alla Corte di giustizia. Questo clima parossistico ha impedito alle decisioni prese di poter interamente dispiegare la propria efficacia. Di poter lanciare un segnale rassicurante a famiglie ed imprese. Che non hanno aumentato né i consumi né gli investimenti, ma preferito utilizzare le maggiori facilitazioni di credito per estendere il proprio patrimonio immobiliare o per ristrutturare il proprio debito.
Si poteva evitare? Si, se il meccanismo decisionale comunitario fosse stato meno approssimativo. Se i singoli paesi avessero contato in proporzione al loro peso relativo. Insomma se il criterio cardine della democrazia - "una testa un voto" - avesse trovato una qualche applicazione. Ma così non è stato. In attesa della Convenzione, ciascun Paese conserva il suo diritto di veto. E decisioni come quelle che riguardano gli orientamenti generali della politica economica non si prendono a maggioranza: bensì all'unanimità. In questo puzzle istituzionale i paesi minori - dalla Spagna al Lussemburgo - non hanno voluto sentir ragione. Chiusi nel loro egoismo, hanno preteso il rispetto di una regola - quella sottesa al Patto di stabilità - che è calibrata per le proprie economie. Ma di difficile applicazione per i paesi maggiori, specie se alle prese con un'incerta transizione.

Il pomo della discordia non è stato politico. Ma ha trovato alimento in una grande asimmetria che spacca l'Europa. Da una parte piccole comunità coese, fortemente specializzate negli input di produzione, spesso ancora in grado di godere degli effetti del catching up o quasi interamente dipendenti dagli andamenti del commercio internazionale e quindi vitali nelle loro prospettive di sviluppo, con un tasso pari a quello americano. Dall'altra: grandi aggregati di popolazioni, segnate da fratture storiche, politiche e culturali. Dalle economie stagnanti.

Paesi che, come la Germania, hanno completato solo da poco il disegno di unificazione nazionale. E paesi, come l'Italia, in cui questa mancata integrazione, come quella tra il Nord ed il Sud, è la conseguenza di una storia ancora non risolta. Paesi in cui le mediazioni non solo politiche, ma istituzionali, hanno costi economici e finanziari inusitati. La cui produzione è spesso dispersa e frammentata. La cui politica finanziaria ha dovuto farsi carico di un equilibrio non giustificato da un punto di vista strettamente economico. Eppure necessario per la stessa sopravvivenza dello Stato. E' questa l'asimmetria che lo shock derivante dai processi di globalizzazione e dagli attentati terroristici ha amplificato oltre misura.

Il Belgio, ad esempio, ha governato meglio il suo debito pubblico, fino a qualche anno fa superiore a quello italiano. Ma il Belgio esporta l'82 per cento della sua produzione: 3 volte quella italiana. In questo ambiente, il peso della fiscal policy è comunque limitato. Conta invece la dimensione del mercato e delle sue leggi che orientano la quasi totalità del reddito nazionale. La regola del 3 per cento può costituire pertanto un buon indicatore di performance e rappresentare una guideline adeguata. Ma lo stesso può dirsi per la Francia: dove tutto a quasi tutto dipende dalla presenza dello Stato?

Con questa asimmetria, esplosa negli anni della lunga depressione, l'Europa tutta dovrebbe fare i conti. In una prospettiva di medio termine le diverse economie dei paesi membri possono tornare ad essere convergenti. Ma esistono quelli che gli economisti chiamano "i costi di traslazione", ovvero d'adattamento. Che non sono uniformi, ma variano da paese a paese, secondo le circostanze e gli specifici andamenti del ciclo economico. Ci vorrebbe un dibattito franco. Ma è proprio quello che Governi e Commissione europea non hanno avuto, almeno finora, il coraggio di avviare.

04/05/2004