La sinistra prenda esempio da Fini
di Giovanni Somogyi

Ha sollevato qualche sconcerto la vicenda del "vertice" a tre tra Francia, Germania e Regno Unito, con l'esclusione dell'Italia. L'esclusione da un lato si può capire, anche se non approvare: se come consistenza demografica ed economica non vi è sostanziale differenza tra Italia, Francia e Regno Unito (la popolazione del nostro Paese è il 98% di quella britannica e il 97% di quella francese; il prodotto globale dell'Italia è il 98 ed il 95%, rispettivamente, di quello britannico e di quello francese), però il peso politico e militare dei due nostri partners è certamente maggiore (basti pensare al seggio al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, o al possesso dell'arma atomica); e la Germania è un Paese nettamente più importante dell'Italia. Tuttavia l'idea di un direttorio europeo a tre appare alquanto curiosa, e non si capisce bene che cosa voglia fare il terzetto: guidare l'Europa, ma dove e come? per questo la sede appropriata sono solo gli organi di vertice dell'Unione europea. A meno che Francia e Germania non pensino di porsi alla guida di un'Europa che faccia da contraltare agli Stati Uniti: ma in questo caso il tentativo sarebbe quanto meno goffo, visto che il partner che hanno scelto è il Regno Unito, il quale se ha dato prova di notevole opportunismo è però, e sempre sarà, il partner privilegiato proprio degli Stati Uniti. Inoltre, gli altri Paesi europei sono oggi a larga maggioranza schierati per un rapporto stretto di alleanza con gli americani: e in prima fila sono proprio i tre maggiori (dopo il "direttorio"): Italia Polonia e Spagna. Ha quindi reagito bene, con molta pacatezza, il nostro Ministro degli esteri, che si è ben guardato dal chiedere l'ingresso dell'Italia nello strano club.
La vicenda però offre l'occasione per alcune riflessioni di politica interna. La situazione politica italiana è caratterizzata oggi da un intollerabile clima di scontro tra i due schieramenti bipolari. Per superare questo stato di cose occorrerebbe cercar di ampliare gli spazi d'incontro o, come si usa dire oggi, privilegiare le scelte di tipo bipartisan. Un terreno quasi obbligato per questo tipo di scelte è evidentemente la politica estera. Da una riflessione sulla collocazione internazionale dell'Italia potrebbe quindi partire un opportuno processo di abbassamento delle tensioni tra i due poli.
Il tema è tutt'altro che di facile soluzione. A mio avviso, in questo caso lo sforzo principale deve essere fatto dall'opposizione. Il governo in carica può essere oggetto certamente di critiche, e in molti campi non ha fatto quel che ci si attendeva facesse, ma per quanto riguarda i rapporti con l'estero credo si possa sostanzialmente ritenere che abbia operato con saggezza: in particolare per aver raddrizzato un orientamento ondivago e incerto della nostra politica internazionale, soprattutto per quel che si riferisce al rapporto con gli Stati Uniti, e coerentemente con esso, anche a due altri rapporti strategici: con Israele e con la Turchia.
L'Italia non è certamente nuova a sbandate terzomondiste; ma finchè il quadro mondiale è stato dominato dalla guerra fredda la sua collocazione di fondo non è mai stata in discussione. Anzi, possiamo ricordare che nella tragica stagione del terrorismo brigatista, che arrivò a rapire e ad uccidere il leader del partito di maggioranza, che con una impressionante sequenza di assassinii mirati sembrò volerci mettere in ginocchio, e che era sicuramente manovrato dai servizi segreti sovietici (la guerra fredda non era necessariamente solo una guerra di idee e di parole), il nostro Paese seppe reagire molto bene, così come sta reagendo bene alla dura prova della spedizione militare in Iraq. Ma oggi, con la scomparsa dell'impero sovietico, la riaffermazione delle linee di fondo tradizionali della nostra politica estera sembra esser rimessa in questione da molti. In particolare, ci creano certamente problemi gli atteggiamenti della Francia (il cui sciovinismo, ancorchè spesso grottesco, è duro a morire) e della Germania, la cui opinione pubblica è sicuramente orientata, nella sua maggioranza, in senso pacifista. Ma a mio avviso è invece essenziale riaffermare che l'alleanza con gli Stati Uniti deve rimanere l'asse basilare della nostra politica estera.
Guardiamo in una ottica di lungo termine il quadro che si delinea su scala planetaria. L'Italia fa parte a pieno titolo del sistema capitalistico occidentale. Questo sistema, che si estende su uno spazio relativamente modesto (America settentrionale, Unione europea, Giappone, Australia: meno del 25% delle terre emerse) e conta una quota assolutamente minoritaria della popolazione mondiale, circa il 15% (poco più di 900 milioni, su un totale, oggi, di 6.3 miliardi di individui), realizza e consuma quasi il 60% della produzione mondiale. Questa enorme sproporzione, ancorchè derivi sostanzialmente, a mio avviso, dalla maggiore efficienza del sistema capitalistico occidentale, non ci pone certo al riparo dell'ostilità del resto del mondo, dove invece prevale l'idea che la ricchezza dell'Occidente sia il frutto di una gigantesca rapina ai danni del resto dell'umanità. Del resto, l'idea che la ricchezza mia non abbia come condizione necessaria la miseria tua è una tipica idea della civiltà capitalistica moderna: nel resto del mondo è duro a morire il concetto mercantilista che ci si arricchisce solo a danno del prossimo. Non può quindi l'Europa, e tanto meno l'Italia, proporsi un ruolo di mediazione tra i ricchi Stati Uniti delle multinazionali e i poveri che li contestano. Non verremmo presi sul serio. Agli occhi dei cinesi, degli indiani, degli islamici, ecc. Europa, Italia e Stati Uniti sono un tutt'uno. Tanto vale comportarsi di conseguenza. E non dimentichiamo che cinesi, indiani, islamici, ecc. stanno crescendo impetuosamente, non solo sul piano demografico ed economico, che sarebbe poco male, ma anche sul piano militare; e anche quando si trovano in condizioni di inferiorità militare, come è il caso oggi degli islamici, hanno inventato da pochi anni quell'arma micidiale che sono le bombe umane, impiegate in Israele, in Russia, negli Stati Uniti e un po' dappertutto.
Su questo terreno è l'opposizione di centrosinistra che deve fare una rivoluzione culturale. In politica estera essa ha fatto passi avanti, ma tuttora è caratterizzata in larga misura dai miti del pacifismo e da un netto antiamericanismo. Quest'ultimo è sicuramente una eredità, di cui ancora la sinistra non si è liberata, del periodo in cui essa apparteneva idealmente al sistema antagonista dell'Occidente. E allora, per concludere queste note, può essere utile riflettere su una recente vicenda: il viaggio del vicepresidente del Consiglio Fini in Israele.
Fini è certamente uno dei politici di maggior spessore che oggi operino in Italia. E' pienamente riuscito in una impresa che può ben definirsi storica: il passaggio del suo partito, già radicato nella tradizione del fascismo, ad una posizione di completa legittimazione democratica. Questo passaggio, invece, non è ancora pienamente riuscito ai democratici di sinistra, proprio sul terreno della politica estera, che è poi la vera cartina di tornasole della natura di un partito politico. Ma quale è stata la vera carta vincente di Fini, sulla quale a mio avviso farebbero bene a riflettere coloro che a sinistra vogliono guadagnare una piena legittimazione? E' stato il rapporto stabilito con lo Stato di Israele e con il suo governo in carica, nel recente viaggio a Gerusalemme, in armonia con l'orientamento assunto dal Governo italiano.
Sulla questione dei rapporti con Israele troppo poco si riflette. Ma essa può aiutarci a confermare l'analisi svolta in precedenza. L'Europa e l'Italia mostrano una netta tendenza a porsi in posizione di equidistanza tra Israele e arabi, anzi in molti casi con un differenziale di simpatia per gli arabi; e in ciò si manifesta anche un elemento di differenziazione rispetto agli Stati Uniti. In politica internazionale tutto si tiene. La speciale relazione tra Stati Uniti e Israele non nasce, come dicono molti, credo superficialmente, dal potere economico degli ebrei d'America. Molto di più essa deriva dal fatto che questi ultimi, pur essendo appena il 2% della popolazione, sono una componente decisiva della élite culturale statunitense. Come è noto, sui 758 Premi Nobel fino ad oggi assegnati, gli americani hanno fatto la parte del leone, e di essi oltre un terzo è costituito da ebrei (proporzione che sale ad oltre il 40% tra i Nobel americani per la medicina, e ad oltre il 50% per l'economia): gli ebrei poi hanno un peso straordinario nel cinema, nel teatro, nella letteratura e nei giornali, cioè in tutte le sedi dove si forma l'opinione pubblica. Altro che finanza. Né si può dimenticare che, se oggi gli Stati Uniti sono la superpotenza mondiale, ciò è anche dovuto al fatto che per primi sono entrati in possesso dell'arma atomica, ancora una volta col concorso determinante degli scienziati ebrei fuggiti dall'Europa; e hanno potuto precedere i sovietici nel possesso della bomba termonucleare (immaginiamoci che cosa sarebbe potuto succedere se fosse avvenuto il contrario) soprattutto per merito di due ebrei ungheresi rifugiatisi in America, Teller e von Neumann. Queste sono circostanze che pesano, soprattutto in una società come quella americana.
Ma ancora una volta, sulla questione israeliana Europa e Italia (e in Italia soprattutto la sinistra) hanno un comportamento che potrebbe dirsi un po' schizofrenico. Non serve a molto ostentare equidistanza sui problemi del Medio Oriente. Agli occhi degli arabi e degli islamici in genere, Israele è un caso di colonialismo europeo; tra Stati Uniti, Europa e Israele essi non vedono molte differenze. Gli arabi fanno volentieri un parallelo tra Israele e Sud Africa: anche lì dei profughi dall'Europa, i discendenti degli Ugonotti, ebbero un ruolo di rilievo nella creazione delle colonie bianche; ma i bianchi hanno poi dovuto cedere la sovranità alla maggioranza nera, e forse il loro destino è quello dell'assimilazione (o dell'esilio). Il parallelo difficilmente funzionerà: la creazione dello Stato di Israele non può essere definita come un episodio di colonialismo. Esso è però il frutto di un movimento nazionalista nato in Europa, nell'epoca dei nazionalismi; il padre del sionismo era un ebreo ungherese, Theodor Herzl, rappresentante insigne di quella straordinaria realtà culturale che fu la Vienna tra l'Ottocento e il Novecento. Per gli arabi, che non ragionano come noi, e per i quali il tempo è come se non passasse, gli europei sono sempre quelli che hanno invaso la Palestina con i guerrieri crociati nove secoli fa (e che se ne dovettero andare sette secoli fa, aggiungono speranzosi: ma stavolta sembra molto improbabile che la storia si ripeta). Noi europei ragioniamo in un altro modo: gli italiani non pensano certo di riconquistare l'Istria e la Dalmazia, i tedeschi non pensano certo di riconquistare Koenigsberg, che pure fu la patria del loro sommo filosofo. Non c'è dubbio che dobbiamo avere un atteggiamento di comprensione, di amicizia e di cooperazione con i mondi arabo e islamico, dove poi, naturalmente, non tutti la pensano, fortunatamente, allo stesso modo. Ma non illudiamoci di essere presi per arbitri equidistanti.