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Rimanere in Iraq, ma... di Cesare Greco
La strage di Madrid, come era prevedibile, ha finito per sturare il vaso di Pandora delle mille contraddizioni che sul problema del terrorismo internazionale caratterizzano la politica nel nostro Paese.
L'immane tragedia che ha colpito la Spagna, e che rappresenta lo sbarco sul nostro continente delle strategie criminali dei signori del terrore alla loro massima espressione, sembra avere paralizzato le capacità di discernimento e di proposta di quelle forze politiche che rivestono oggi, o sperano di rivestire domani, la responsabilità del Governo.
Ciò che soprattutto colpisce è la mancanza di una analisi seria e, di conseguenza, di una strategia credibile nei confronti dell'attacco cruentissimo cui è sottoposto l'occidente. L'immagine più chiara di ciò è data dal dibattito, confuso e contraddittorio, sulle due manifestazioni antiterroristiche e pacifiste del 18 e del 20 marzo. La prima di tali manifestazioni, promossa dal Sindaco di Firenze a nome dell'ANCI, voleva essere una rappresentazione unitaria del rifiuto del terrorismo. La vittoria di Zapatero in Spagna ha ridato fiato ed energia a quanti, sia a destra che a sinistra, misurano con il metro della politica di casa le grandi questioni di politica internazionale, non riuscendo proprio a perdere l'occasione per dimostrare l'assoluta mancanza di qualsiasi idea di interesse nazionale e senso dello Stato. A dire il vero, da parte di molti si è anche dimostrata una notevole mancanza di senso del ridicolo, che sempre si accompagna ad una buona dose di faccia tosta, nel ribaltare, a distanza di poche ore, con una giravolta degna del "controordine compagni" delle storiche vignette di Guareschi, la valutazione sul così detto ordine del giorno Zapatero. Sono quindi iniziati i distinguo, le prese di distanza, l'"io con quelli manco morto", le indignazioni e infine il sostanziale crollo di un'idea in sé tutt'altro che sbagliata.
La manifestazione del 20 marzo nasce, già prima dell'attentato di Madrid e del tonfo di Aznar, come rifiuto della politica americana in Medio Oriente punto e basta, senza se e senza ma sul problema del terrorismo fondamentalista, indetta da quella componente della sinistra antagonista che ha oggi in Gino Strada il suo guru, e che ha tacciato la sinistra riformista di criminalità politica per non avere chiesto il ritiro immediato delle truppe italiane dall' Iraq. Noi rispettiamo il lavoro di Gino Strada e di Emergency, abbiamo enorme rispetto per chi si prodiga nel portare assistenza medica a popolazioni sconvolte dalla guerra e in condizioni estremamente precarie, ma i meriti umanitari non rendono automaticamente tutto ciò che si sostiene dei distillati di saggezza. Le semplificazioni a cui certa sinistra antagonista ci ha abituati hanno il sapore stantio dei vecchi dogmi ideologici che rischiano di soffocare, come un masso appeso al collo, le capacità di ideazione politica della sinistra tutta.
Oggi Al Qaeda, ma ormai questa sigla appare riduttiva nel descrivere quella che si va delineando come una vera corporation internazionale del terrore, appare sul punto di incassare il primo importante successo politico in Europa, anche grazie all'intempestiva tempestività con cui Zapatero ha annunciato il prossimo ritiro del contingente spagnolo dall'Iraq. Continuare ad ignorare le reali dimensioni del problema e le reali finalità dei terroristi, ben sintetizzate da Caldarola sul Riformista quando ricorda che Bin Laden e la sua organizzazione rappresentano gli interessi di una classe dirigente islamica parassitaria, cresciuta grazie ai proventi del petrolio e interessata al mantenimento nel buio dell'ignoranza delle masse arabe fanatizzate dal radicalismo religioso, appare un totale non senso soprattutto per la sinistra riformista. Sono queste classi dirigenti, forti anche nei paesi arabi apparentemente più filo occidentali, a garantire coperture e finanziamenti alle centrali del terrore.
La sinistra riformista deve marcare una propria differenza da questi compagni di strada e deve dimostrare di sapersi dare una linea strategica di opposizione dura a chi si pone come fine strategico l'annichilimento dell'occidente e dei suoi principi. La partecipazione alla manifestazione del 20 non chiarisce questi aspetti, e ancor meno li chiarisce la schizofrenica posizione di voler partecipare ad ambedue le manifestazioni che, piaccia o no, nascono con motivazioni diverse se non contrapposte.
Ma il centro-destra al governo non appare in questo momento immune da colpe. Partecipare alle missioni di pace è giusto e doveroso, non lasciare solo l'alleato americano nella lotta al terrorismo e agli stati canaglia è giusto e doveroso, ma chiarire i limiti e, soprattutto, gli strumenti utilizzati e la loro adeguatezza è ancora più giusto e ancora più doveroso.
Non si combatte il terrorismo internazionale mandando i carabinieri in missione umanitaria e basta. L'impegno militare è un aspetto, e nel nostro caso neanche il più importante, di una più ampia strategia politica fatta di coordinamento delle intelligence, innanzi tutto a livello europeo, di controllo almeno del proprio territorio, di governo dei complessi fenomeni di trasformazione etnica della società attraverso il rafforzamento della laicità dello stato, pretendendo da tutti l'osservanza di regole condivise e facendosi carico di dare regole condivisibili.
Il governo Berlusconi non ha dato l'impressione di perseguire tutto ciò. Ha dato l'impressione di andare acriticamente a rimorchio della politica di Bush, senza che ciò si inquadrasse all'interno di una strategia complessiva di politica interna ed estera.
Se è stato giusto appoggiare senza esitazione gli Stati Uniti, è doveroso farsi promotori di iniziative internazionali, in Europa e alle Nazioni Unite, che aiutino e rafforzino quelle componenti che nel mondo arabo guardano invece al modello occidentale e alla democrazia come un obiettivo da raggiungere. E che tali forze siano presenti e diffuse tra la popolazione lo hanno dimostrato le rivolte giovanili in Iran, l'unico stato musulmano governato direttamente dalle oligarchie religiose.
L'occidente ha in passato, e Saddam ne è l'esempio più clamoroso, tollerato e finanziato i governi dittatoriali, spesso criminali, incurante delle sofferenze delle popolazioni, per ragioni di cinismo politico e di un interesse nazionale basato unicamente sugli aspetti commerciali. Da queste responsabilità nessuno può chiamarsi fuori, né gli Stati Uniti né i campioni francesi e tedeschi del pacifismo odierno. Tale politica miope ha contribuito a far crescere un diffuso senso di sfiducia verso l'occidente arando il terreno su cui hanno attecchito gli interessi convergenti di oligarchi e religiosi.
Se oggi l'occidente vuole realmente esportare democrazia non può pensare di farlo soltanto con i cannoni. Occorre utilizzare strumenti più sofisticati che dall'interno di queste popolazioni rafforzi e faccia crescere la voglia di affrancamento e autodeterminazione.
Ricordate dopo la caduta di Bagdad le immagini dei saccheggi? Quasi tutti avevano cercato di accaparrarsi un monitor, un computer, un videoregistratore, strumenti di consumo forse, ma di comunicazione certamente. Più che bombe intelligenti occorre usare bombe di conoscenza. Gli strumenti ci sono e sono le nuove tecnologie. In quei paesi nei quali il diritto alla conoscenza è impedito, l'occidente dia vita ad un mercato clandestino delle informazioni, si faccia spacciatore di conoscenza. Inviare sulla rete cinema occidentale in lingua araba gratuitamente, musica, immagini, testi, costa meno di un paio di carri armati, ma colpisce molto più a fondo e duramente, perché colpisce le coscienze, rende indispensabile pensare.
Una destra che abbia a cuore il modello occidentale, una sinistra che persegua il reale affrancamento delle masse subordinate, non possono non trovare un comune percorso di intervento strategico in questa direzione e percorrerlo insieme, rinunciando ai calcoli di botteguccia, senza che per questo ci si debba sentire compromessi.
Ma per fare ciò occorre tornare a fare politica, a sviluppare idee, a rifiutare le semplificazioni ammuffite del tempo che fu.

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