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La Cina è più vicina e l'Italia è senza strategia contro il declino di Luigi Cappugio
Il Ministro dell'Economia ci ricorda che la Cina mette in pericolo l'economia italiana, perché troppo forte è il divario tra i costi delle industrie dei due paesi. In realtà non sono in discussione i divari di costo tra Italia e Cina, quanto la strategia neocolbertiana del Ministro dell'Economia che sembra più adatta alla conservazione dei privilegi di Livigno, ridente paese di montagna della Valtellina al confine con la Svizzera (ricchissimo perché per motivi incomprensibili gode di esenzioni doganali oggi assurde), che allo sviluppo di un'economia come quella italiana, difficile da nascondere tra le vette e le vallate delle Alpi.
L'Economist affronta questa settimana un tema analogo ma inaspettato. Non si parla, come intende il Ministro, di tessile, scarpe, posate, rubinetti, casalinghi oppure giocattoli. Si parla di "information technology" che sta spostando il proprio baricentro dalla Silicon Valley verso l'Estremo Oriente, India soprattutto. Nel sottotitolo una fulminante analisi: ci stiamo spostando dall'innovazione all'esecuzione, e così si sposta la localizzazione. L'India è il nuovo Eldorado dell'industria del software, ma anche l'India ha iniziato a subappaltarne il lavoro di esecuzione in Cina ed in Vietnam, per poter continuare ad essere competitiva.
Non esiste industriale al mondo che non abbia avuto la tentazione o non abbia cercato di spostare parte della propria produzione dal proprio paese di origine, ad alto costo della manodopera, e ad alto costo di regolamentazione, a paesi a basso costo. Ad esempio, la Romania è piena di industrie italiane, così come tanti altri paesi vicini e lontani. La prima osservazione che si impone è che la Romania andava bene prima (forse), non va più bene oggi che sta entrando nell'Unione Europea: ossia il mondo ove tutti dobbiamo vivere e lavorare è in continuo movimento, non esistono scelte che assicurino un vantaggio definitivo e duraturo, e cuccagna tutti i giorni (come a Livigno).
Se accettiamo l'idea di "considerare il processo di globalizzazione non tanto nella sua rappresentazione finale quanto nelle sue dinamiche", possiamo trarre le seguenti prime conclusioni:
- la globalizzazione è oggi un processo apparentemente irreversibile: si tratta di accompagnarlo con una regolamentazione indispensabile, quale quella che cerca di assicurare il WTO;
- alla globalizzazione si accompagna ineluttabilmente un processo di cessione di sovranità verso entità sopranazionali (Unione Europea, Onu, WTO, etc.) che è lento e faticoso, ma anch'esso è apparentemente irreversibile;
- siamo in una fase di darwinismo economico accentuato: le nazioni che sono capaci di evolvere con più flessibilità e velocità, sopravvivono e crescono, mentre quelle che continuano a sognare mondi ormai scomparsi (o forse mai apparsi) sono destinate al declino. L'Italia ha sperimentato più volte nel corso della sua storia sia fasi di declino che fasi di espansione: si tratta di non ingannare con discorsi e strategie deboli chi vuole apparentemente farsi ingannare.
L'Italia è oggi in declino, non perché in Cina il costo del lavoro è più basso, ma perché l'Italia combatte la guerra economica di oggi con le armi di ieri fingendo di credere di essere ancora nel mondo dell'altro ieri (anche perché noi eravamo i "cinesi" di allora, rispetto ai tedeschi o agli inglesi di allora). Se non attuiamo rapidamente una strategia che contemporaneamente:
- abbassi la quota assorbita dalla Pubblica Amministrazione per funzionare (spesa pubblica corrente, ossia stipendi e spese di funzionamento, oltre agli interessi sul debito, al netto delle pensioni) rispetto al reddito nazionale: ad esempio facendo annualmente aumentare la quota destinata alla spesa pubblica corrente un po' meno del tasso di inflazione;
- aumenti la spesa privata e pubblica per ricerca, e migliori la qualità e la diffusione dell'istruzione dei propri abitanti;
- ci porti ad abbandonare definitivamente l'illusione di poter recuperare competitività con la facile ed illusoria manovra del cambio, dimenticando che l'euro è stata la soluzione temporanea della nostra irreversibile crisi "argentina" da debito pubblico, ma ha come contropartita la necessaria modifica dei fattori propulsivi della crescita sinora utilizzati;
- imbocchi con decisione la strada di una politica di contrasto reale dell'inflazione: la difesa strenua del reddito (e dei privilegi) dei commercianti e della rendita immobiliare, toglie all'Italia circa un punto all'anno di competitività a causa del surplus di inflazione rispetto ai nostri concorrenti. Quando il Governo (quello attuale e tutti quelli precedenti) si accorgeranno del costo di questa politica? quando aboliremo tutte le leggi che operano contro la riduzione dei prezzi di beni di consumo e delle abitazioni?
Ebbene, senza questa strategia, l'Italia continuerà a declinare perché da un lato impiega circa la metà del reddito in attività pubbliche a produttività prossima a zero, dall'altro non ha sufficiente cultura tecnologica diffusa (e non vuole trovare le risorse per sostenerla) per attivare un processo di innovazione di processo e di prodotto così vivace da poter sempre stare innanzi ai paesi a basso costo del lavoro o di materie prime, spiazzandoli continuamente con nuovi prodotti e nuovi processi.
Ha ragione il Ministro quando dice che non tutto è perduto. L'Italia si è inventata il sistema moda, che è l'esempio più eclatante di sviluppo basato su continue parossistiche innovazioni di prodotto. Ma tutto ciò non può evitare la distruzione creativa che colpisce ad esempio il tessile tradizionale, quando al basso costo della mano d'opera si aggiunge anche il dumping sul cotone prodotto e consumato all'interno di alcuni paesi quali il Pakistan oppure la Cina. Lo stesso vale per i prodotti di prima trasformazione dell'acciaio e degli altri metalli di largo consumo. Qui, come in altri casi, occorre lavorare con il WTO, per avere una regolamentazione adeguata ed efficace del commercio, con la debita protezione di marchi e design: ma quanti degli esportatori in Italia di prodotti a basso costo, o contraffatti o copiati, cinesi o di altre nazionalità, sono di fatto italiani esterovestiti che fanno concorrenza sleale ai loro colleghi all'interno del mercato europeo?
Ha invece torto il Ministro quando spreca la sua intelligenza e la sua cultura per fare nebbia fitta attorno alla debolezza strategica della sua politica: la campanella che suona la fine della ricreazione è squillata da tempo ! non si può più continuare a rinviare al prossimo DPEF od alla prossima finanziaria le decisioni che avrebbero dovuto essere prese da subito, sin dal primo momento. Il ciclo elettorale è oggi avverso, la politica non facilita oggi le decisioni che dovevano essere prese ieri. Gli errori di ieri aggravano la situazione di oggi. Non siamo né ciechi né ignoranti di cose politiche, e non cadiamo quindi nella tentazione di ritenere semplice e facile risolvere gli attuali problemi. Ma almeno uno scatto di orgoglio e di responsabilità è il minimo che ci si potrebbe attendere, per dare ai cittadini, almeno una volta, informazioni serie e consapevoli sullo stato della finanza pubblica e sulla inadeguatezza delle politiche attuali ad affrontare la gravità della situazione. Non vi è altra strada per richiamare ciascuno alle proprie responsabilità.

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