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Perché l'Italia è sempre esclusa di Pio Mastrobuoni
A distanza di quasi trent'anni, la tentazione di costituire in Europa un direttorio a tre torna a solleticare i governanti di Francia, Germania e Gran Bretagna. Di fronte alla notizia del vertice Chirac, Schroder, Blair in programma a Berlino a metà febbraio (il terzo della serie) la mente corre a quel lontano 1975 quando l'allora presidente francese Valery Giscard d'Estaing convocò nel castello di Rambouillet, residenza estiva degli inquilini dell'Eliseo, il primo degli incontri al più alto livello di governo tra i maggiori paesi industrializzati. L'invito fu limitato, tra gli europei, al cancelliere tedesco, ch'era allora Helmut Schmidt, e al premier britannico Harold Wilson ai quali si sarebbero aggiunti il presidente americano Gerald Ford e il primo ministro giapponese Miki, entrambi beneficiari di due eventi straordinari alquanto simili tra di loro, le dimissioni di Nixon in seguito allo scandalo del Watergate e la sostituzione di Tanaka travolto dallo scandalo Lockheed (lo stesso scandalo che in Italia costò il Quirinale al presidente Leone, costretto a lasciare la carica di capo dello stato per accuse tanto infamanti quanto inconsistenti, come poi è stato ampiamente dimostrato). L'Italia era stata esclusa perché considerata il ventre molle dell'allora Mercato Comune Europeo. Era instabile politicamente (la crisi del centro sinistra stava aprendo la strada a maggioranze allargate al PCI ch'erano viste con crescente preoccupazione e ostilità da una parte e dall'altra dell'Atlantico); soggetta a uno dei suoi tanti sbandamenti economici (per ottenere un prestito dalla Germania aveva dovuto dare in garanzia l'oro contenuto nei forzieri della Banca d'Italia); bersagliata dalle quotidiane scorrerie di organizzazioni eversive di destra, come la Rosa dei Venti, e di sinistra, come le Brigate Rosse, che si alimentavano sfruttando un disordine sociale alquanto diffuso, di cui spesso facevano le spese gli stessi leader più autorevoli delle confederazioni sindacali. Non fu impresa facile conquistare qual posto attorno al tavolo di Rambouillet che all'Italia spettava di diritto. Il presidente del consiglio dell'epoca, Aldo Moro, che guidava un governo bipartito DC-PRI, dovette far ricorso a tutte le armi della diplomazia, comprese le più spregiudicate, come fu certamente quella di far credere che escludendo l'Italia, i partecipanti al vertice si assumevano la responsabilità storica di spalancare le porte del potere romano al più grande partito comunista d'occidente, che già si era avvicinato pericolosamente alla Democrazia Cristiana, balzando al 33 per cento nelle elezioni amministrative e regionali che si erano da poco tenute, contro il 35 per cento raccolto dalla DC. Moro insistè molto sulla tesi che gli italiani sarebbero stati indotti a reagire in quel modo alla mortificante esclusione imposta ai loro governanti e alla fine la spuntò. Il G5 si trasformò allora in G7 perché oltre all'Italia, per bilanciare i rapporti di forza all'interno del nuovo club, l'invito fu esteso anche al Canada.
Ed eccoci ai giorni d'oggi. Molti i punti di contatto tra quel periodo storico e la situazione attuale che balzano agli occhi in tutta la loro sconcertante evidenza. Se i tre di Berlino cercavano dei pretesti per emarginare l'Italia ne hanno avuto a bizzeffe.
L'instabilità politica sta di nuovo presentando il carattere di un male endemico da cui l'Italia non riesce a guarire, nonostante disponga oggi di una larga maggioranza di governo. Hanno di che arrovellarsi il cervello gli ambasciatori accreditati in Italia nel tentativo disperato di spiegare alle loro capitali le stramberie di Umberto Bossi che mettono a dura prova la compattezza delle forze raggruppate nella Casa delle Libertà così come i contorcimenti a cui sono quotidianamente costretti i leader del Centro Sinistra per rappresentare una credibile alternativa di governo, a dispetto del tanto agognato sistema bipolare sottoposto continuamente ai ricatti delle ali estreme sull'uno e l'altro versante.
E poi c'è la difficile congiuntura economica, che come in quel lontano 1975 rende aspro lo scontro sociale, con spinte corporative che paralizzano alcuni servizi essenziali al Paese. A rendere più incandescente il momento, l'Italia si trova oggi a fare i conti con scandali finanziari di portata internazionale che mettono a dura prova la credibilità del suo sistema economico. Il crac della Parmalat, della Cirio, quello paventato della Finmatica e di altre aziende quotate in Borsa, fa il paio con i casi altrettanto clamorosi di dissesto societario riguardanti alcuni importanti gruppi stranieri, come Enron, World Com, Vivendi, Ahold. Ma a differenza di ciò ch'è accaduto altrove, da noi questi dissennati episodi di raggiro a danno dei risparmiatori hanno innescato un'accesa polemica tra il ministro dell'economia e il governatore della Banca d'Italia che lascia sconcertati i nostri principali partner internazionali. Mentre sarebbe stato più saggio considerare, come ha scritto di recente il membro italiano della BCE, Tommaso Padoa-Schioppa, che una lettura strettamente nazionale di queste vicende "deforma la diagnosi e può fuorviare la terapia". A far tesoro di una simile lezione di buon senso saranno presumibilmente i tre di Berlino, che potranno accordarsi sui passi da compiere per mettere un argine ad abusi finanziari di tale gravità, ragionando semplicemente sulla inadeguatezza delle misure nazionali. Agli assenti sarà difficile, se non impossibile, frapporre ostacoli a un loro eventuale piano di riordino dei mercati finanziari, specie nella prospettiva dell'allargamento dell'Unione.
Se, infine, si riflette con attenzione sul recente dibattito tenuto dal Parlamento Europeo in occasione della presentazione del programma della nuova presidenza irlandese, nel corso del quale sono state mosse critiche molto pungenti alla conduzione del semestre italiano, la scelta di non invitare l'Italia al vertice di Berlino trova altre spiegazioni. Tedeschi e francesi non hanno dimenticato la decisione di Berlusconi di schierare l'Italia a fianco degli Stati Uniti contro l'Iraq di Saddam Hussein. Lo accusano di aver trascurato da presidente di turno dell'Unione la tenuta del fronte europeo. Un atteggiamento reputato più grave di quello dello stesso Tony Blair che pure a quella guerra ha partecipato con un ampio schieramento di truppe. Intanto, in considerazione delle speciali relazioni che da sempre legano l'Inghilterra all'America, e poi perché, a differenza dell'Italia, la Gran Bretagna non è tra i soci fondatori della Comunità e, dunque, non deve farsi carico nelle sue scelte di politica estera di un passato così ingombrante. Se a tutto ciò si aggiungono gli ondeggiamenti mostrati dalla presidenza italiana su molti aspetti qualificanti del dibattito europeo e il fastidio che alcuni esponenti governativi, in specie quelli della Lega, non nascondono di fronte alle disposizioni targate Bruxelles, il mquadro del messaggio politico che viene da Berlino è completo. Per la verità tra i motivi dell'esclusione dell'Italia dal vertice di metà febbraio c'è spazio anche per un pizzico di malizia. Quando Valery Giscard d'Estaing decise di lasciare Aldo Moro fuori dal castello di Rambouillet, suo primo ministro era Jacques Chirac, lo stesso che oggi, da presidente della repubblica, si presta, assieme al cancelliere tedesco e al primo ministro inglese, a un nuovo episodio di emarginazione politica di un presidente del consiglio italiano. Si può forse dire che il fatto è oggi meno grave e preoccupante di quello del 1975,che aveva come cornice l'intero campo occidentale. A differenza, infatti, di Aldo Moro che subì un'altra forma di ostracismo l'anno successivo, al secondo vertice del G7 a Portorico- quando venne escluso da un incontro riservato che i tre leader europei e Jimmy Carter, succeduto a Gerald Ford alla Casa Bianca, tennero proprio per discutere dello stato di crisi in cui versava l'Italia- oggi Berlusconi vanta un rapporto molto stretto con George W. Bush. Non può però, nel momento in cui è in discussione la riforma istituzionale dell'Unione e alla vigilia delle lezioni europee, rassegnarsi a restare in una posizione di rincalzo rispetto agli altri tre grandi. E almeno in questa battaglia le forze politiche rappresentate in Parlamento dovrebbero sentire il dovere di fare fronte comune.
23/01/04

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