Il caso Baldoni insegna
niente cedimenti
di Davide Giacalone

Esiste anche una sola possibilità che l'Italia ritiri le sue truppe dall'Iraq? La risposta è no. Esiste anche una sola possibilità che, dopo le elezioni presidenziali del prossimo novembre, gli Stati Uniti si ritirino dall'Iraq? La risposta e no. Esiste anche una sola possibilità che lo facciano gli inglesi? La risposta è sempre no. Quindi, il problema politico non è se restare o meno, ma come affrontare i problemi che ne derivano.

Negli appelli che sono stati spesi, nella speranza di salvare la vita di Enzo Baldoni, negli argomenti dei tanti mediatori che ogni volta si offrono, e che non mediano un bel niente, è ricorsa l'affermazione secondo la quale Baldoni era un uomo di pace, vicino ai bisogni del popolo iracheno "martoriato dalla guerra". In quest'argomentazione s'intravede il presupposto che lo scopo delle bande armate irachene sia quello di conquistare la pace, cacciando l'invasore. Sarebbe facile, se così fosse, basterebbe tornarsene a casa. Ma le cose stanno all'opposto: è il fanatismo islamico che porta la guerra alle democrazie, è il fanatismo islamico che reclama lo sterminio degli ebrei e degli infedeli. Ed a queste minacce, che non sono affatto verbali, ma accompagnate da specifici atti di guerra, si risponde con la guerra.

Sarebbe bello le cose stessero diversamente, come, forse, lo stesso Baldoni credeva. Ma non è così. Lui ha pagato con la vita, recisa selvaggiamente. Le democrazie, in queste condizioni, non possono neanche prendere in considerazione l'ipotesi del cedimento.

Accompagnare, come inglesi ed italiani hanno chiesto, l'uso della forza all'uso della politica e del dialogo è una cosa; sbracare è cosa diversa: non solo vile, ma impossibile. Non esiste e non esisterà una via spagnola, zapaterista, alla convivenza con il fanatismo islamico.

27/08/2004