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Londra paga drammaticamente l'inefficienza del G8 e dell'Onu. E' necessario
cambiare
di Società Aperta
L'ineluttabilità di attentati prevedibili e
previsti dai servizi di sicurezza, per i quali non ci si chiede "se"
saranno portati a termine ma "quando", è forse l'elemento
più drammatico, dopo le immagini dei corpi straziati dalle esplosioni,
di quanto accaduto a Londra. I discorsi di esecrazione degli attentati,
assolutamente dovuti e inappuntabili, vanno però accompagnati
da altri che facciano emergere il nodo più grosso di fronte al
quale ci troviamo, quello politico. La tragica coincidenza tra le bombe
e l'inizio del G8 presieduto da Blair, evidentemente voluta da chi ha
elaborato l'attacco, deve infatti essere l'occasione per una riflessione
sul quadro internazionale in cui ci siamo mossi e ci muoviamo dall'11
settembre del 2001, a partire dalla natura stessa del vertice dei "grandi"
della Terra e dall'evoluzione che essa ha subito nel corso degli anni.
Nato nel 1975 da una riunione tra i leader delle sei nazioni "occidentali"
più industrializzate svoltasi per contrastare la prima crisi
petrolifera, e mai formalmente istituzionalizzato, il vertice ha subìto
una progressiva perdita di capacità decisionale e di cogenza
dei propri provvedimenti. Soprattutto a partire dagli anni Novanta,
in coincidenza con la rivoluzione tecnologica e il fenomeno di globalizzazione
dell'economia e dei flussi finanziari, si è assistito alla trasformazione
del G7 (poi G8, in taluni casi G10) in un organismo consultivo, ridotto
oggi ad una sorta di "fabbrica degli auspici".
A ciò si è accompagnata la sostanziale perdita d'influenza
strategica dell'Europa a livello internazionale, dovuta anche all'estrema
lentezza politica e inadeguatezza dimensionale degli Stati-nazione e
al mancato decollo degli Stati Uniti d'Europa. A tutto beneficio degli
Usa - caratterizzati, a prescindere dal colore del governo in carica,
da una politica fortemente legata al pragmatismo, soprattutto in campo
economico - e di una potenza emergente come la Cina che, governata da
un ferreo regime dall'inedito stampo comunista-liberista, può
concentrarsi sull'espansione economica e sulla crescita della propria
influenza a livello mondiale senza badare al problema del consenso e
non avendo a che fare con alcun contropotere.
L'insieme di questi fenomeni, unitamente allo snaturamento dell'Onu,
ha portato, in pratica, all'assenza di un luogo di concertazione delle
politiche necessarie a livello planetario per garantire progresso, sicurezza
e stabilità al consesso internazionale, ovvero ciò che
sarebbe necessario ai fini del mantenimento delle possibilità
di convivenza in un mondo ormai troppo piccolo, in tutti i sensi, per
la popolazione che ospita.
Non abbiamo la ricetta della questione più complessa che il
mondo si trova oggi ad affrontare. Ma sappiamo che fino a quando non
si troverà un nuovo modo di rispondere alla necessità
di decisioni globali condivise, che va al di là delle fasi di
emergenza come il dopo 11 settembre o il dopo tsunami, non ci si potrà
attendere un miglioramento delle condizioni di sicurezza del mondo occidentale.
La soluzione va ricercata in un "governo mondiale" che sappia
coniugare rappresentatività ed efficienza, e che per questo non
si potrà riconoscere né nel modello oligarchico del G8
o della Commissione europea - i cui limiti sono evidenziati dall'assenza
di rapporto diretto tra chi decide e chi subisce le decisioni, che stride
con il modello di democrazia rappresentativa - né in quello consensuale
dell'Onu, che ha dimostrato tutta la sua carenza sul terreno della prontezza,
dell'efficienza e dell'adeguatezza delle decisioni prese rispetto alle
necessità contingenti. Un equilibrio difficile da ottenere, ma
che è assolutamente necessario ricercare con urgenza: i tragici
fatti di Londra lo dimostrano, se mai ce ne fosse stato bisogno.
08-07-2005

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