Nasce una nuova strategia europea,
ma in Italia pochi se ne accorgono
di Donato Speroni

Il cantiere per la costruzione degli Stati Uniti d'Europa ha riaperto i battenti. Siamo abituati a pensare alle istituzioni del Continente come ad una struttura politica debole, oggi ancor più fragile perché deve digerire l'allargamento a venticinque paesi e il periglioso percorso di ratifica della nuova Costituzione. Anche se questi limiti sono reali, i leader dei grandi paesi hanno capito che senza un'integrazione forte in campi fondamentali dell'economia e della politica estera né la Francia, né la Germania, né la Gran Bretagna saranno in grado di tenere il passo delle sfide mondiali. E agiscono di conseguenza.

I primi ad accorgersi dei cambiamenti in atto e a parlare dell'Europa in termini di possibile futura superpotenza sono stati alcuni saggisti americani. Citiamo, tra i vari scritti, "The United States of Europe, the new superpower and the end of American supremacy", del giornalista del Washington Post T.R.Reid e "The European dream" del ben noto saggista Jeremy Rifkin. Le analisi si basano sulle concrete realizzazioni degli ultimi anni (una politica antitrust che morde anche negli Usa, la nomina di un ministro degli Esteri europeo, l'embrione di un esercito europeo) e su una cultura europea più adatta al 21° secolo perché sposa meglio le esigenze collettive e la libertà individuale. Ma anche a voler considerare esagerato il loro euro-ottimismo e il pessimismo sugli Stati Uniti, ci sono fatti oggettivi che spingono nella direzione da loro indicata e che sono attentamente valutati nelle capitali del Continente.

Il patto di stabilità. E' ormai chiaro che il sistema nato a Maastricht, basato su una forte autorità monetaria (la Bce) preposta alla stabilità ma su una debole autorità (la Commissione) preposta allo sviluppo, si traduce inevitabilmente in una crescita economica al disotto del potenziale. La spinta a superare il limite di disavanzo pubblico del 3% sul Pil è quindi fisiologica in tempi di bassa congiuntura, ma terrorizza i paesi minori (che non hanno gli stessi problemi di bilancio dei maggiori) e fa rinascere le vecchie paure sugli stati spendaccioni, a cominciare dall'Italia, che potrebbero compromettere l'euro.

Difficilmente il problema potrà essere superato con marchingegni che consentano di tener fuori dal conteggio del disavanzo una parte delle spese in conto capitale, perché la diffidenza verso i criteri contabili (italiani e non solo) renderà assai difficile la messa a punto di un meccanismo efficace. E allora? La risposta più probabile è che l'impulso alla domanda dovrà essere delegato a un soggetto intergovernativo che agirà consensualmente. Se non si vorrà affidare questo potere alla Commissione, si darà spazio ad altri soggetti come l'Agenzia per l'innovazione europea proposta dal leader degli industriali francesi Antoine Sellière al presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo nell'incontro di venerdì 28 gennaio: un'agenzia che i francesi vorrebbero (si noti bene) "indipendente dalla burocrazia comunitaria" per farvi confluire "finanziamenti dei singoli stati sganciati dal calcolo sul deficit". Potrebbe essere questo soggetto intergovernativo, domani, a effettuare le spese in conto capitale, a vantaggio di chi avrà saputo fare proposte valide e difendere i propri interessi.

Le politiche di competitività. Che si faccia o no l'Agenzia, è certo che la competitività è al centro dell'attenzione. I governi dei grandi paesi europei sono perfettamente consapevoli che nessuno ce la può fare da solo nell'epoca della globalizzazione. Mentre ciascun paese sta fortemente rivedendo le politiche industriali nazionali, si dedica la massima attenzione ai progetti comunitari. L'illusione italiana di ottenere risultati migliori gestendo autonomamente i propri accordi con le grandi imprese americane si è rivelata fallace, come dimostrano, pur nelle loro differenze, sia il caso Fiat- General Motors, sia la marginalità del nostro Paese nei progetti Airbus, data la preferenza accordata in passato al rapporto, comunque fortemente subordinato, con Boeing. Già oggi accordi e progetti intergovernativi, soprattutto nel campo dell'innovazione e delle infrastrutture, delineano un'Europa che sta andando più veloce, senza aspettare che gli impulsi all'integrazione arrivino da Bruxelles.

Il nuovo presidente della Commissione, Josè Manuel Barroso ha presentato al Parlamento europeo un programma ambizioso e sostanzierà le sue proposte mercoledì 3. Lo stesso Barroso sembra però avere ben chiaro che il fallimento degli obiettivi di Lisbona, fotografato dal recente Rapporto Kok, non è rimediabile attraverso un rafforzamento dei poteri degli eurocrati di Bruxelles, quanto attraverso un'intensificazione di una rete di accordi tra stati, nei quali la Commissione guidata da lui e dal commissario tedesco all'Industria, il potente Gunter Verheugen, fungerà da centro di coordinamento e di stimolo. Anche nel suo discorso di Davos del 29 Barroso ha parlato di un "nuovo equilibrio" tra stati nazionali e Commissione, che si devono "rafforzare reciprocamente" nelle loro politiche di sviluppo.

I rapporti col resto del mondo. Come ha fatto notare Giuliano Amato, l'Europa ha fatto tanto per il Sudest asiatico, in questo mese, ma in Asia nessuno se n'è accorto perché gli aiuti europei sono arrivati spezzettati tra diversi soggetti nazionali. Anche qui però si sta cambiando registro. Le proposte contro la povertà lanciate da Tony Blair al Forum di Davos (in preparazione di quanto verrà detto al prossimo G8, che Blair presiederà dal 4 febbraio) prevedono un impegno congiunto attraverso l'emissione di un'International Financial Facility (Iff) per i paesi in via di sviluppo. Anche se Blair cercherà di convertire George Bush all'Iff, colpisce che questa iniziativa non passi attraverso istituzioni quali il Fondo Monetario e la Banca Mondale che a questo compito dovrebbero essere delegati. In pratica, gli Iff saranno con ogni probabilità uno strumento europeo. Insomma, ci sono temi, prevalentemente militari e di sicurezza, che continueranno ad essere affrontati collaborando (o litigando) con gli Stati Uniti; ma altri, più legati all'economia e allo sviluppo, che saranno definiti in un contesto continentale.

La posizione italiana. Attorno al tema "più Europa" gli altri si stanno dunque muovendo, discutendo, progettando. Forse gli "Stati Uniti d'Europa" che nasceranno tra alcuni paesi dell'Ue non sono quelli che noi vorremmo, perché manca una sostanziale delega a un potere centrale. Forse la mancanza di questa delega finirà col grippare il meccanismo. Però il cambiamento è in atto, coinvolge soprattutto il nucleo fondante dell'Unione (con la Gran Bretagna e la Spagna comunque in ruoli non marginali) e non possiamo permetterci di starne fuori.

Da noi invece ci si balocca su discussioni su protezionismo e mercato: assurde le prime perché la nostra economia di trasformazione col protezionismo avrebbe tutto da perdere; quanto meno retrò le seconde, perché la necessità di far piazza pulita delle bardature corporative nel Bel Paese non ci deve impedire di partecipare alla grande politica europea.

Intanto la nostra presenza a Bruxelles sta perdendo colpi, come ha ben documentato Adriana Cerretelli sul Sole 24 Ore, ma è ancor più grave che l'attenzione dedicata a questi temi nei nostri circoli politici e da gran parte dei mezzi d'informazione sia così ridotta. Per esempio, sulla ridefinizione della strategia di Lisbona la nostra classe politica è molto distratta. Eppure non si tratta di un eurocratismo astruso, ma della carta delle strategie del continente nei prossimi anni. Ed è in discussione adesso, una discussione certamente più importante per il nostro futuro dei faticosi programmi elettorali in corso di elaborazione nell'Ulivo e nella Casa della Libertà. Ma voi ve ne siete accorti, leggendo la stampa italiana?

30 gennaio 2005