|
|
 |
L'esito delle elezioni dimostra che in Iraq si combatte davvero per la democrazia

E' troppo pensare che ieri sia nata la democrazia, in Iraq. Ieri ha vinto la libertà, che della democrazia è una precondizione.
I tantissimi iracheni che si sono recati alle urne sapevano di correre dei rischi, ed anche il loro dito indice, macchiato d'inchiostro, è un segno riconoscibile per un paio di giorni, durante i quali il pericolo continua. Pure ci sono andati, dimostrando al mondo la loro voglia di libertà. Dimostrando al mondo di non essere diversi dagli europei, non essendo diversi dagli iraniani o dai sauditi. Ieri, insomma, è partito l'innesco di un processo di cui ogni uomo libero dovrebbe essere felice ed orgoglioso.
Ci si era domandati se poteva mai esportarsi da democrazia con la guerra, che è come chiedersi se si può imporre l'amore con la violenza. La domanda era retorica, e serviva ad alimentare l'opposizione all'intervento militare in Iraq. Certo che no, ma con la forza, con la guerra, si possono battere i nemici della democrazia, i corrotti tagliatori di gole che hanno sperato di fermare il diritto all'autodeterminazione di un popolo, di farne il vivente ostaggio opposto al diritto ed alla libertà. Ebbene, costoro hanno perso, e non per mano delle truppe straniere, ma per mano delle donne e degli uomini che si sono messi in fila per depositare la scheda nell'urna. Sono degli sconfitti, che ora devono essere spazzati via, con la forza.
Con il voto di ieri non si chiude il problema iracheno, ma si apre una pagina nuova. Ora tutti gli occidentali sanno che in quella terra si combatte una battaglia all'ultimo sangue sul diritto alla libertà, una battaglia che, se vinta, contagerà i mondi vicini e, se persa, infetterà il libero occidente.
Oggi il nostro pensiero va ai giovani militari italiani, statunitensi, inglesi, appartenenti alla coalizione che ha voluto essere al fianco di un popolo in cammino verso la civiltà della tolleranza e del diritto, e che sono morti. A loro, noi tutti, dobbiamo molto. Sono morti, con onore, sul terreno di una giusta battaglia.
31 gennaio 2005

|