Il mondo è uno, il 2005 sarà un anno speciale
e sarebbe ora che l'Europa facesse qualcosa di buono
di Donato Speroni

Sembra una tragica beffa. L'Economist ha dedicato l'editoriale di apertura del suo numero di fine anno alla concreta possibilità di far sparire dal pianeta la povertà assoluta. Pochi giorni dopo, lo tsunami che si è rovesciato sulle coste del Sudest asiatico, oltre a fare decine, forse centinaia di migliaia di vittime, ha privato intere popolazioni dei beni e dei servizi essenziali per la sopravvivenza.

I fatti di questi giorni, in realtà, ci confermano che viviamo in un mondo ormai indivisibile, nel quale le tragedie di un popolo non possono che diventare le tragedie di tutti. Non solo perché la televisione globale ha portato immagini spaventose nelle nostre case, non solo perché il turismo globale ha fatto sì che il lutto investisse anche i paesi occidentali, ma perché quelli che un tempo erano ritenuti "acts of God", espressioni di una imperscrutabile volontà divina, sono oggi almeno in parte evitabili con adeguati investimenti di prevenzione.

Chi non si rassegna al fato, chi crede nella politica come strumento di costruzione del consenso per perseguire condizioni di benessere per tutti, non può fare a meno i chiedersi "che fare?". Il 2005 sarà un anno di ripensamento delle politiche di aiuto tra i paesi del nord e del sud del mondo. Non sempre si può intervenire; ci sono eventi di fronte ai quali dichiariamo la nostra impotenza. Sono le guerre e i disastri provocati da classi dirigenti avide e corrotte. Qualunque sia la responsabilità storica dei cosiddetti paesi imperialisti (e il discorso sarebbe lungo) di fronte a certi fatti si può reagire sospendendo gli aiuti che diventano solo fonte di potere e di arricchimento per chi non lo merita e lasciando semmai campo libero ai missionari religiosi e laici. Si cerca di aiutare le persone, quando i paesi, intesi come organizzazione statuale, non meritano aiuto.

Ci sono però tante altre situazioni in cui gli aiuti servono, vanno a buon fine, e la sufficienza ignorante dei massimalisti di casa nostra che considerano inutile ogni intervento riempie solo di irritazione e di disgusto. Quando si sa che per abbattere drasticamente la malaria è sufficiente distribuire zanzariere irrorate di repellente che costano pochi dollari, quando si sa che le pratiche di potabilizzazione possono salvare migliaia di bambini, quando, come nel caso attuale, si sa che basta un sistema di allarme non particolarmente costoso per ridurre i danni umani dei ricorrenti maremoti, il mondo ricco non può che porre questi interventi in cima alle sue priorità. E questo significa lavorare fianco a fianco con i governi dei paesi in via di sviluppo, quei governi che sono meritevoli di fiducia. I quali hanno anche bisogno di continuità di supporto e non di doni, per poter programmare infrastrutture, investimenti formativi, produzioni alle quali non si devono precludere i mercati di sbocco9.

Il 2005 non sarà un anno come gli altri. Tra le altre scadenze, è prevista in settembre un'Assemblea generale delle Nazioni Unite dedicata specificamente alla revisione dei Millennium Development Goals (http://www.un.org/millenniumgoals/) cioè di quei traguardi al 2015 che l'Onu si prefisse all'apertura del nuovo millennio. I traguardi sono otto, scanditi in una ventina di obiettivi più specifici e tra questi la lotta alla povertà estrema occupa il primo posto, intendendosi per povertà estrema la mancanza dei beni essenziali alla sopravvivenza, in termini di cibo, acqua potabile, casa, vestiario.

Nel perseguimento di molti di questi traguardi l'umanità è in forte ritardo, ma guai a concludere che i MDG sono un'utopia. In realtà molto è stato fatto dalle organizzazioni internazionali e dai governi impegnati in questa battaglia, e moltissimo dai paesi in via di sviluppo, tanto da far dire all'Economist che la povertà assoluta è ormai l'eccezione e non più la regola. Del resto si è letto di recente che l'obesità in Brasile uccide più della fame.

E allora? Proprio perché oggi c'è la sensazione che il mondo è uno e che qualcosa si può fare, che qualcosa si sta facendo; proprio perché anche se domani saremo dieci miliardi, potremo prefigurare un mondo dove le situazioni di sofferenza estrema possono essere fortemente delimitate, è necessario impegnarsi di più, non solo in termini di quantità, ma anche di organizzazione delle risorse dedicate allo sviluppo.

Di fronte alla monotematicità degli interventi degli Stati Uniti, ormai incentrati sulla lotta al terrorismo, e ai frequenti e gravi ritardi della burocrazia dell'Onu, l'Europa può giocare un ruolo di grande importanza, a condizione che rinunci a giocare la sua politica di aiuti sul terreno degli egoismi nazionali. Anche se gli Stati Uniti d'Europa ancora non esistono, questo del rapporto con il Sud del mondo, o almeno con i paesi più poveri di esso, sarebbe un buon terreno per sperimentare politiche unitarie. E il 2005 è l'anno giusto per cominciare a fare qualcosa di buono. Auguri.

30 dicembre 2004