L'affare Ibm è buono per Stati Uniti e Cina
ed è una lezione di modernità per l'Italia
di Antonio M. Picasso

Se fosse successo in Italia, avremmo gridato allo scandalo. Un colosso dell'economia nazionale comprato dagli stranieri. E che stranieri! I cinesi! Invece in America si è trattato solo di un affare. Grosso, che ha fatto notizia, ma né più né meno che un affare.

Settimana scorsa la Lenovo, primo produttore cinese di personal computer, ha ufficializzato l'acquisto della divisione Pc del leader mondiale dell'informatica, l'americana Ibm, per 1,25 miliardi di dollari. L'accordo permetterà a Lenovo di diventare il numero tre mondiale nei Pc, dopo le americane Hell e Hp, mentre l'Ibm potrà dedicarsi esclusivamente alla consulenza, attività già in essere grazie alla sua partecipazione in Accenture.

Il colosso di Armonk esce così da un settore non più rimunerativo. Da anni l'Ibm non traeva grandi profitti dalla produzione di hardware e l'alternativa nella fornitura di software e servizi costituiva il 50% del suo fatturato. Ora la vendita a Lenovo è l'ultimo atto di questa trasformazione.

L'accaduto dimostra la maturità del sistema americano e, in merito al rischio di veder finire in mani straniere i nostri gioielli industriali, offre all'Italia una lezione. Il settore manifatturiero dell'Ibm è passato ai cinesi, ma Big Blue non ha perduto nulla. Questo significa che una delocalizzazione ragionata non è sempre negativa.

L'Italia potrebbe imparare che, se si punta al rilancio dell'industria, risultati concreti possono essere raggiunti attraverso azioni coraggiose e scelte alternative. Il nostro paese invece si ostina a voler resuscitare settori non più trainanti.

Ma l'errore ancor più grave è l'incapacità di definire una direzione: una missione che permetta alla nostra industria di riprendere una posizione sul mercato internazionale. Nel dibattito, le proposte in merito confluiscono in due correnti.

La prima affida a moda, arredamento e slow food, ma anche a prodotti di lusso e turismo, l'incarico di trainare l'impresa Italia. È una proposta che sfrutta due qualità storiche del nostro paese: la geniale creatività e il senso estetico.

Al contrario, la seconda corrente sostiene che questi settori non potrebbero bastare per ricaricare le pile della nostra economia, perché vacui, produttori di aria o semplicemente di cose belle: farebbero dell'Italia una sorta di paese dei balocchi per tutto il mondo. È necessario, invece, un sistema industriale capace di realizzare un prodotto manifatturiero concreto e robusto.

Due scuole di pensiero contrarie, ma anche eccessivamente critiche tra loro. È ovvio infatti che l'Italia non possa risolvere i problemi solo con la moda e le attività di settori troppo specifici. Ma temere che per questo si diventi un'immensa Disneyland è un'esagerazione.

Ciò a cui si sta assistendo è un dibattito dello stile italiano più classico: acceso, intelligente, ma anche politicamente scorretto e poco vantaggioso per tutti. Si sta perdendo tempo.

La crisi italiana è un problema complesso, che dura da tanto tempo e che coinvolge tutti i settori della nostra società. Per questo motivo non ci si può permettere una risposta semplicistica. Guardiamo l'Ibm. Essa ha venduto un architrave della sua storia: il cuore della sua attività, quello manifatturiero. In cambio cos'ha ricevuto? La possibilità di espandersi nelle attività di servizi in cui è comunque già leader.

Non è un delitto liberarsi della manifattura, se non funziona. E l'impegnarsi nei servizi non può essere motivo di condanna. Sono invece inutili la polemica inconcludente, la testardaggine di seguire un binario morto e la mancanza di obiettivi realizzabili.

(15/12/04)



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