Nel paese che opprimeva anche i poeti
adesso l'Europa può giocare un ruolo
di Davide Giacalone

Fidel Castro ha liberato sei dissidenti, fra i quali il poeta Rivero e l'economista Chepe. Fanno parte di un gruppo di settantacinque oppositori che sono stati arrestati l'anno scorso e condannati, in processi farsa, a centinaia di anni di prigione. Quei settantacinque, poi, sono solo una piccola parte dei detenuti politici a Cuba.

Castro, tutto sommato, gode di buona stampa. E' raro leggerlo definito per quello che è: un carnefice dittatore che opprime ed affama il suo popolo. Il liberticida che governa un Paese dove è proibito scrivere poesie, dove Heberto Padilla, poeta, dovette pubblicamente umiliarsi e "confessare" le sue colpe, dove a Reinaldo Arenas si rimproverava anche l'omosessualità. E' raro leggere che questo paradiso caraibico è un inferno politico.

I sei liberati devono la loro scarcerazione all'intervento del governo spagnolo. E' una piccola cosa, ma è il segno che il pragmatico Castro ci tiene a non restare isolato e, potendosi scordare di trovare una sponda negli Usa, essendo crollata la protettrice Unione Sovietica, essendo chiusa la baggianata africana e terzomondista, guarda all'Europa. Il che significa che l'Europa potrebbe avere un ruolo, se solo fosse capace di ricordare che i diritti umani dei cubani sono non solo un dovere, ma anche un'opportunità politica per tutti.

(01/12/04)