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Senza Arafat pace meno difficile di Davide Giacalone
E' stato l'uomo della guerra per cancellare Israele dalla carta geografica. E' stato l'uomo della pace, perché la Palestina fosse terra di due popoli e due Stati. E' stato l'uomo che ha distrutto quella pace. E' stato l'uomo che utilizzò il terrorismo. E' stato il leader intrappolato dai suoi terroristi. Arafat muore alla vita politica con un bilancio negativo, al suo popolo non ha dato nulla di quello che gli accordi di Oslo e di Camp David avrebbero offerto: pace, sicurezza, prosperità.
La sua ambizione d'essere il leader di tutte le fazioni palestinesi lo ha bruciato, imprigionandolo nelle mani dei terroristi e dei fanatici. La decisione di scatenare la seconda Intifada fu suicida. L'ostinazione di non cedere il comando ai suoi antichi compagni d'armi, ma realisticamente convinti che solo la via della pace sia percorribile, Abu Mazen, prima, e Abu Ala, poi, ha rasentato la follia egolatrica. Ora è morto.
La sua uscita di scena è un fatto positivo, perché elimina il simbolo di una pace impossibile. La scelta israeliana, di abbandonare unilateralmente la striscia di Gaza, spiana la strada alla ripresa del dialogo. Yasser è voluto morire con in mano la sua bandiera del passato; l'avversario Ariel (Sharon) ha giocato le sue ultime carte guardando al futuro.
E gli europei? Continueranno a stare alla finestra, allungando finanziamenti senza controllo e con destinazione terroristica? Faranno come i francesi, che si cullano nell'inutile ed autolesionista solidarietà di Hamas? Continueranno a non sentire la terra d'Israele come terra propria, di democrazia e libertà? Quale straordinaria occasione per acquisire peso e personalità politica. A quale grande spreco ci accingiamo ad assistere.
(5/11/04)

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