Se gli Usa rallentano l'Europa ne paga le conseguenze
di Enrico Cisnetto

L'America rallenta, ma è l'Europa, e soprattutto l'Italia, a doversi preoccupare. Il pil statunitense nel secondo trimestre ha deluso: "solo" il 3% di crescita su base annua - noi con tassi di sviluppo della metà grideremmo al nuovo miracolo - certifica che la locomotiva dell'economia mondiale viaggia un po' meno forte.

E questo nonostante che negli ultimi due anni il reddito lordo complessivo degli americani sia calato del 5,1% (che diventa 5,7% se si considera la crescita demografica e addirittura il 9,2% in virtù dell'inflazione), fatto che non accadeva dal 1953. Ma come hanno dimostrato le reazioni dei mercati azionari, oltreoceano non ci si preoccupa più di tanto. La spiegazione è semplice: il prodotto lordo ha corso molto finora (sempre sopra il 4% nei quattro trimestri precedenti), e anche il 3% è la conferma di un trend positivo ancora molto consistente. Poi, analizzando il dato in termini qualitativi la delusione si attenua fino a sparire: sono cresciuti dell'9% gli investimenti, e la produzione industriale continua ad espandersi, producendo più occupazione. Persino il più pesante dei problemi che affligge gli americani, il deficit nel commercio estero, ha dato segni di miglioramento, con le esportazioni che aumentano più velocemente delle importazioni (+13,2% contro + 9,3%). A mancare all'appello sono stati i consumatori, rimasti praticamente fermi (+1%) al livello di spesa di un anno fa.

Una performance che non si vedeva dal 2001: ma se allora c'era l'incertezza creata da recessione e terrorismo, ora a pesare sono l'indebitamento privato - con il costo del denaro in risalita - e l'inflazione importata per colpa dei prezzi petroliferi in ascesa.

Ma anche nello scenario peggiore, questi elementi possono al massimo "rosicchiare" di qualche punto decimale la variazione del pil, ma non intaccare un'economia solida che è uscita dal tunnel grazie alla flessibilità del proprio mercato del lavoro e agli investimenti (pubblici, soprattutto). Per questo l'Europa, dove una ripresa vera non s'è ancora vista, ha un motivo in più per preoccuparsi, oltre a quelli relativi alla bolletta energetica e al costo di denaro più cari. Ed è proprio il rapporto di dipendenza con gli States.

Dal Dpef appena varato si apprende che il pil italiano dovrebbe (il condizionale è d'obbligo) quasi raddoppiare dal +1,2% del 2004 grazie soprattutto alla "ripresa generale del mercato globale". Eppure, tra 2002 e 2004, in quello che probabilmente è stato il momento più intenso dello sviluppo mondiale (non solo gli Usa, ma anche Cina e Giappone hanno avuto performance straordinarie) l'Europa è rimasta ferma. Dunque, non si capisce perchè proprio ora che il nostro partner commerciale privilegiato rallenta, dovremmo avere maggiori benefici.

Anzi, i dati empirici mostrano come la capacità italiana di "importare la crescita" si sia molto attenuata, a causa del prevalere dei fattori endogeni del nostro declino competitivo. Per questo, senza un progetto di politica industriale che prefiguri un capitalismo diverso, ogni stima di un'imminente uscita dalla stagnazione diventa un pericoloso atto di ottimismo.