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Mica si vota per l'Europa, no? di Davide Giacalone
Manca un mese e mezzo alle elezioni europee, ma la campagna elettorale è già
impostata. A leggere slogan e manifesti, a sentire i discorsi che si fanno,
sembra che per tutto ci s'appresti a votare, tranne che per il Parlamento
Europeo.
La tesi dei capi partito è la solita, questa volta sorretta dalla falsa
professionalità dei consulenti d'immagine: dell'Europa non importa niente a
nessuno, e le prossime elezioni sono solo un test sulla tenuta del governo e
sugli equilibri interni alla maggioranza ed all'opposizione. E siccome così
stanno le cose, noi sappiamo già che i risultati elettorali saranno
discussi, con gran concitazione, per circa una settimana, poi, aperto
l'ombrellone, anche quello sarà un passato da dimenticare.
Questo è uno degli effetti del depauperamento della politica, ridotta ad
appiattimento sondaggistico per i grandi ed a trovata giullaresca per i
piccoli in cerca di visibilità: non producendo idee non attira interesse,
quindi non trasmette conoscenze. Quella che un tempo si chiamava
"educazione civile".
Invece, l'Europa, c'entra, eccome, con il futuro degli italiani, del loro
portafoglio, della loro sicurezza, della loro vita collettiva.
L'allargamento di maggio, immediatamente riflesso sulla nuova assemblea di
Strasburgo, conferma l'Unione come il mercato interno più numeroso e più
ricco che ci sia al mondo. Al tempo stesso, però, è il mercato interno che
vede crescere sempre meno il proprio prodotto e, al contrario degli Stati
Uniti, non è dotato di nulla che lontanamente somigli ad una politica
estera, ad una politica economica, ad una politica interna. E' una grande e
ricca area che si è data una moneta unica (ma che alcuni dei suoi soci di
prestigio hanno deciso di non utilizzare), ed elegge un Parlamento, nel
quale i popoli inviano rappresentanti di cui si dimenticano per quattro
anni. Al termine dei quali se ne ricordano solo perché i loro bei faccioni
sono lì, ridenti, a sollecitarne il rinnovato consenso.
Nel frattempo alcuni paesi dell'Unione sono militarmente presenti in zone
ove si è cacciata la dittatura, mentre altri ritengono un errore quella
missione. Alcuni dei partecipanti si ritirano perché, colpiti dal
terrorismo, preferiscono star dalla parte di chi chiede di partecipare agli
affari post bellici, piuttosto che da quella di chi è nel mirino della
rappresaglia.
Nel frattempo i paesi più grandi, come Francia, Germania ed Italia, fanno
molta fatica a rispettare i rigidi vincoli economici che l'Unione si è data,
e rischiano di pagare con la recessione quel rispetto; mentre i paesi più
piccoli, e segnatamente i nuovi entrati, trovano uno splendido mercato
interno nel quale far valere il dinamismo e la competitività di chi non è
appesantito da lunghi anni di stato sociale e protezione dei diritti dei
lavoratori.
Intendiamoci, non sostengo affatto che l'allargamento sia negativo, o che,
addirittura, sia negativa l'Unione Europea. Sono, anzi, convinto del
contrario. Ma solo a condizione che vi sia consapevolezza delle difficoltà
e delle opportunità, che si sappia rimediare ad un terribile deficit
istituzionale, neanche per sogno compensato da una bislacca integrazione
bancaria.
Di questo dovrebbe occuparsi la politica, a questo dovrebbe essere dedicata
la campagna elettorale. Invece niente, la solita minestra riscaldata,
condita con un filo d'europeismo beota. Quello stesso europeismo che, in
queste condizioni, figlierà forze politiche che dell'opposizione all'Unione
ed all'integrazione faranno la loro bandiera.
(27/04/04)

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