Il terrorismo, l'antisemitismo e un sondaggio pasticciato
di Donato Speroni

Lo confesso: anch'io, se fossi stato intervistato da Eurobarometro, avrei risposto che Israele è un pericolo per la pace. Eppure sono un moderato, discretamente informato e certamente non sono un antisemita.
Visitai Israele nel 1960, arrivandoci con una nave di emigranti insieme ad amici ebrei. Ne ricavai sensazioni che mi sono rimaste nel cuore per tutta la vita: la fierezza dei coloni che partecipavano alla costruzione di un nuovo stato; il sogno di una nazione giusta, che, cancellato il ricordo della guerra del 1948, potesse essere un faro di sviluppo per tutto il Medio Oriente; la ricerca di modelli sociali nuovi e coraggiosi come i kibbutz. Proprio in un kibbutz, Netzer Sereni, dove erano numerosi gli italiani, la sera si discuteva del futuro, ed affioravano le prime preoccupazioni. Avevo diciott'anni, avrei voluto contribuire a quel sogno e mi sembrava ingiusto che fosse riservato ai cittadini di religione ebraica. I pericoli di uno stato confessionale erano ben chiari anche ai miei ospiti, che già presagivano anche altri rischi.
L'asino nella stalla del kibbutz si chiamava Likud, come il partito dell'estrema destra israeliana, per esorcizzare la preoccupazione dell'oltranzismo.
Quello che è successo dopo è sotto gli occhi di tutti.
L'oltranzismo ha assunto un peso dominante nella politica israeliana, anche grazie a un cambiamento demografico che ha fatto crescere il peso degli ebrei provenienti dai paesi arabi, portatori di valori spesso simili a coloro che li avevano cacciati e certamente meno propensi alla cultura della tolleranza. Molti amici di Israele sono oggi costretti a prendere le distanze dalla politica di quel governo. Per quante colpe si debbano giustamente addossare alla dirigenza palestinese, resta la diffusa sensazione che Israele si sia cacciato in un vicolo cieco.
Credo che questo fosse l'umore di molti degli intervistati da Eurobarometro e capirne le motivazioni è importante, in un momento nel quale la lotta al terrorismo richiede il massimo di consenso e di condivisione dei valori. Fare di tutte le erbe un fascio, confondere le legittime critiche a Israele con l'antisemitismo, equivale a dare del brigatista a chi si limita ad avanzare qualche perplessità sulla capacità del capitalismo di risolvere tutti i problemi del mondo.
C'era, senza dubbio, una forte componente di superficialità nel sondaggio di Eurobarometro. Innanzitutto, per l'uso della parola "paese": anche chi fosse convinto che la politica del governo israeliano non rappresenti un pericolo per il mondo non potrebbe negare che la terra d'Israele, e cioè la Palestina, è oggettivamente la fonte dei maggiori rischi per la pace. D'altra parte, tra i paesi pericolosi sono citati Iraq e Afghanistan, dove i governi proprio non esistono o comunque non hanno oggi alcuna possibilità di costituire una minaccia per gli altri: una conferma in più, visto l'alto numero di indicazioni raccolte da questi paesi, che per molti intervistati l'indicazione del paese voleva sottolineare una situazione e un territorio e non la politica di un governo. Se invece l'Eurobarometro intendeva chiedere un giudizio sulle politiche e non sulle aree geografiche, avrebbe dovuto indicare anche il governo palestinese, oltre a quello israeliano, e i dati avrebbero assunto tutt'altro significato.
Ma c'è di più. Al secondo posto nel grado di pericolosità si collocano a pari merito Stati Uniti, Iran e Corea del Nord. Che significa? Più della metà degli europei considera gli Usa uno "stato canaglia"? Francamente non lo credo e penso che qui si sconti un'ulteriore ambiguità, quella sul concetto di "minaccia per la pace nel mondo".
La "minaccia" americana è certamente di tipo diverso dai paesi che fomentano il terrorismo e nutrono ambizioni nucleari; è piuttosto quella di un giustiziere dal grilletto troppo facile.
Anch'egli è una minaccia per la pace di una collettività, ma ha motivazioni e comportamenti ben diversi dai criminali. Tutto questo, però, il sondaggio non consentiva di esprimerlo.
In realtà, l'esame del testo integrale del documento, riportato in http://europa.eu.int/comm/external_relations/iraq/
doc/fl151_iraq_full_report.pdf
mostra chiaramente che la preoccupazione degli organizzatori era soprattutto quella di ottenere un giudizio sull'Unione Europea. Ed infatti, nel commentare il rapporto, i sondaggisti si preoccupano innanzitutto di sottolineare come la UE non sia percepita come una minaccia per la pace nel mondo. Gli altri paesi fanno solo da contorno per consentire la misurazione.
Di fronte a questa superficialità, sarebbe stato opportuno dedicare all'Eurobarometro uno spazio mediatico minimo. Invece l'episodio ha consentito una doppia strumentalizzazione. È servito per scatenare il vittimismo del governo israeliano, ben lieto di distogliere l'attenzione dalle proprie responsabilità; ha consentito a certi politici europei di cavalcare la denuncia antisemita per accrescere la loro legittimazione di fronte all'opinione pubblica ebraica che pure né in Israele né nella diaspora è totalmente d'accordo con Ariel Sharon.
Sia chiaro, l'antisemitismo esiste.
Gli attentati di Istanbul, lo stillicidio di episodi in Francia, le soap opera antisemite nelle televisioni dei paesi arabi sono diverse facce di una stessa realtà. Preoccupa anche il sondaggio di Renato Mannheimer sul Corriere della Sera nel quale si scopre che il 22% dei nostri compatrioti ritiene che "gli ebrei non sono dei veri italiani". Anche se qualche ambiguità è presente pure qui: io non saprei per esempio come pronunciarmi sull'affermazione "gli ebrei hanno mentalità e modi di vita diversi dal resto degli italiani". Se penso agli ebrei ortodossi e al loro integrale rispetto del sabato, dovrei rispondere di sì. Ma la parola "mentalità" mi puzza di razzismo, fa scattare un campanello di allarme e allora rispondo "no" per scelta ideologica.
L'antisemitismo è una brutta bestia, ma non serve a nulla confonderlo con le critiche all'attuale politica di Israele, critiche che abbracciano un fronte vastissimo, che va dal Pontefice all'Economist (impressionante l'analisi di questo giornale, che si può rivedere in http://www.economist.com/displaystory.cfm?story_id=2119356 sulla prepotenza nella costruzione del muro di separazione dai territori). Siamo tutti convinti che il terrorismo internazionale usi la Palestina come alibi, per una guerra santa che sarebbe stata comunque proclamata e che vedrà ancora molte vittime, come noi italiani stiamo sperimentando sulla nostra pelle. Una guerra che va combattuta col massimo rigore. Ma gridare all'antisemitismo appena si constata che una buona parte dell'opinione pubblica europea è preoccupata per la situazione e non condivide la politica di Sharon è solo un modo di confondere le acque e di ritardare la ricerca delle soluzioni.

Dicembre 2003

Per ulteriori approfondimenti:
La Stampa - 01/12/03 - Il terrorismo si batte solo con lo sviluppo