Africa, non bastano i buoni sentimenti
di Donato Speroni

Dobbiamo smettere di considerare l'Africa solamente come un buco nero, un continente meritevole di concerti di buona volontà, missionari votati al sacrificio e medici senza frontiere, ma privo di un futuro economico e di una speranza di progresso sociale.

L'Asia o l'America per noi sono concetti puramente geografici. Sappiamo che racchiudono situazioni politiche ed economiche differenziate. Per l'Africa subsahariana invece, un po' per provincialismo, un po' per gli stereotipi diffusi in passato, si crede che ci siano ben poche speranze di riscatto e che la situazione sia ovunque uguale. D'altronde gli stereotipi avevano una loro giustificazione: per dieci - quindici anni le grandi imprese private del mondo industrializzato hanno considerato il Continente Nero come un "write off", una zona dove si poteva solo disinvestire, mentre guerre, carestie, corruzione devastavano città e villaggi.

Oggi la situazione è cambiata: se ne accorge chiunque abbia occasione di viaggiare per il continente e ne fornisce una conferma autorevole un saggio di Jeffrey Sachs, direttore dell'Earth Institute della Columbia University, pubblicato sull'Economist del 22 maggio. L'Africa presenta ormai un numero considerevole di paesi ragionevolmente democratici e bene amministrati, con standard paragonabili a molti paesi asiatici o latinoamericani di solito considerati molto più progrediti. In Africa australe il Sud Africa (che si avvia a dominare l'economia di buona parte del continente) e il Botswana; a est il Kenya, la Tanzania, il Mali, per non parlare dell'Uganda che ha il maggior tasso di sviluppo dell'area orientale nonostante la folle guerriglia sul suo confine settentrionale; a nord l'Etiopia che ha alle spalle una guerra vinta ma costosa; a ovest il Ghana, il Senegal, il Benin e persino la Nigeria, nonostante la complessità delle sue situazioni interne, stanno facendo grandi progressi, anche se il sentiero dello sviluppo è stretto e continuamente minacciato. La caduta delle illusioni socialisteggianti, la televisione che inculca alle masse urbanizzate modelli di consumo che, piaccia o no, sono gli stessi di tutto il resto del mondo, l'incredibile sviluppo della telefonia mobile che non richiede infrastrutture di rete, sono tra i fattori che hanno segnato la svolta, determinando la nascita di una borghesia africana con comportamenti "globalizzati".

L'aiuto dei paesi industrializzati è però rimasto fermo ai vecchi tempi. Si continua a curare le crisi più anziché prevenirle e stimolare lo sviluppo. Si perpetua il vecchio errore che per esempio indusse l'America negli anni '90 a spendere solo quattro milioni di dollari all'anno per migliorare la produttività agricola in Etiopia, salvo poi spendere 500 milioni in aiuto alimentare d'emergenza. La politica africana, anche in Europa, è basata sui buoni sentimenti e non su una visione strategica: colpisce assai di più l'immaginario collettivo il supporto dato alla lotta all'Aids (impegno fondamentale, ma non meno importante di altri) che non, per esempio, la distribuzione delle reti antizanzare per la lotta alla malaria, malattia altrettanto devastante in alcune regioni.

L'assemblea dell'Onu del settembre 2000, che fissò i Millennium Goals, gli obiettivi al 2015 per lo sviluppo di tutto il mondo, è stata seguita in Africa da un grande lavoro di analisi degli obiettivi e degli investimenti necessari in ogni paese nel campo della salute, dell'educazione, della lotta alla povertà, delle infrastrutture,. Le capitali africane sono piene di piani Efa (Education for all), Prs (Poverty reduction strategy), Rbm (Roll back malaria) e altre sigle fantasiose. In molti casi si tratta di piani ben fatti e realistici, redatti con il supporto della Banca Mondiale e dell'IDA, l'agenzia che lavora con i paesi più poveri. Ma nel frattempo è arrivato l'11 settembre, le priorità del mondo industrializzato sono cambiate, e i piani sono rimasti nel cassetto: non ci sono più i soldi.

Ora questo processo deve essere rimesso in moto. E'necessario distinguere nettamente la carità dall'aiuto allo sviluppo, che deve andare solo ai paesi che sono in grado di utilizzarlo validamente, ma che deve essere adeguato e ben diretto. La miriade di programmi in gran parte rispondenti a interessi nazionali, frammentati su centinaia di organizzazioni non governative spesso più preoccupate di mostrare risultati immediati che convalidino la loro sopravvivenza, piuttosto che di ottenere risultati durevoli, deve essere affiancata da un impegno più consistente attraverso le grandi organizzazioni dell'Onu. Anche da parte del nostro Paese.

Alle classi dirigenti locali è necessario dare messaggi non equivoci. Il primo è ovviamente quello di correlare i finanziamenti ai risultati, giocando anche sul fatto che l'emergere in molti paesi di un'opinione pubblica democratica consente oggi un maggior controllo sulla corruzione. Come ha raccontato Massimo Alberizzi sul Corriere della Sera del 7 giugno, in Ciad la Banca Mondiale ha preteso che i proventi derivanti dalla costruzione di un oleodotto andassero su un conto di una banca londinese: il governo di Ndjamena potrà disporne liberamente, ma dovrà fornire rendiconti precisi.

Il secondo messaggio è che bisogna dire basta ai complessi di colpa sul colonialismo e a chi cerca di sfruttare demagogicamente questo residuo del passato. Se la seconda guerra mondiale è davvero finita quest'anno con le celebrazioni estese ai tedeschi in Normandia, anche le vecchie polemiche sullo sfruttamento coloniale devono essere definitivamente sepolte. Gli europei hanno portato civiltà e massacri in un continente che già gli arabi consideravano come una riserva di carne umana; hanno probabilmente sbagliato a lasciare così frettolosamente l'Africa all'inizio degli anni '60, e le classi dirigenti locali hanno dimostrato la loro totale impreparazione. Tutto questo è acqua passata. Tuttavia ci sono molti politici africani che ancora oggi cercano di costruire le loro fortune elettorali su sentimenti razzisti, flirtando, per esempio, con lo scriteriato dittatore che sta facendo crollare il Prodotto interno lordo dello Zimbabwe, Robert Mugabwe, con una politica di espulsione dei farmers bianchi senza nessuna capacità di sostituirli. Anche su giornali africani importanti compaiono articoli pieni di disprezzo per i bianchi. Attenzione, non per gli occidentali: per i bianchi tout court. A tutti costoro bisogna dire con chiarezza che con i razzisti non si tratta, qualunque sia il colore della loro pelle. Bisogna insomma cominciare a distinguere e ad isolare.

L'Africa nel suo complesso continua ad avere problemi enormi, anche nei paesi più pacifici e ordinati. L'Aids è un disastro le cui conseguenze economiche sono ancora insondate. La crescita troppo veloce della popolazione continua a mangiarsi qualsiasi possibilità di aumentare il reddito pro capite. La combinazione data dall'alto numero di bambini mentre la generazione dei padri e delle madri è decimata dalla malattia sta creando una massa di orfani che neppure la tradizionale solidarietà di clan riesce più a gestire. L'urbanesimo può essere una bomba a orologeria: entro il 2010 più della metà delle popolazioni africane vivrà nelle città, e non si vede come si alimenterà tutta questa gente, se l'economia non si rafforza sostanzialmente.

Tuttavia i segni del miglioramento ci sono. Alcuni paesi come l'Uganda sono riusciti a invertire la tendenza nella crescita della sieropositività, mentre aumentano le campagne di propaganda e la diffusione gratuita dei farmaci ritardanti. Altre nazioni, come l'Etiopia, stanno sperimentando forme innovative di sviluppo rurale che dovrebbero frenare la fuga dai villaggi. La sfida è pensare in grande, ma saper distinguere che cosa merita aiuto e che cosa è solamente apparenza.

Anche il turismo ritorna ad essere una grande opportunità. In una libreria di Gaborone, la capitale del Botswana, ho visto un intero scaffale di libri dedicati all'attraversamento dell'Africa, secondo l'itinerario più affascinante, da Città del Capo al Cairo, lungo la fenditura dei grandi laghi e il corso del Nilo. C'è chi ha fatto il percorso prevalentemente su mezzi acquatici, chi in land rover, chi addirittura usando esclusivamente i bus locali e gli ostelli della gioventù. Non c'è nulla di nuovo. Pochi decenni dopo la scoperta di Victoria Falls da parte di David Livingstone, avvenuta nel 1855, gli inglesi avevano fatto sorgere lungo lo Zambesi meravigliosi alberghi, dai quali si poteva arrivare in trenino alle maestose cascate. Questa dimensione dell'Africa, ben presente nella prima metà del ventesimo secolo, è stata cancellata da cinquant'anni di disastri. Ma oggi torna ad imporsi, con il fascino di una terra meravigliosa e ancora in buona parte incontaminata.

(8 giugno 2004)

d.speroni@flashnet.it

Per ulteriori approfondimenti:
La Stampa - 01/12/03 - Il terrorismo si batte solo con lo sviluppo

The Economist - Doing the sums on Africa