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L'Europa è la vera vittima economica del terrorismo. Quando reagirà?
di Enrico Cisnetto
Non serviva la vicenda del rapimento dei giornalisti francesi per capire che l'Europa - tutta intera, senza distinzione tra paesi "willing" e quelli "pacifisti" - è già vittima del clima di terrore iniziato l'11 settembre e continuato con l'intervento in Iraq. Per farlo bastava guardare gli indicatori macroeconomici: le quotazioni del petrolio, il tasso di cambio euro-dollaro, i dati sul commercio internazionale e naturalmente il ritmo di crescita del pil.
Tutti segnalano da mesi come il Vecchio Continente stia pagando, persino più dell'America stessa, l'attuale stato di tensione internazionale. Anzi, oltreoceano hanno sfruttato la "guerra al terrore" per iniettare una grande quantità di denaro pubblico nel loro sistema economico. Proprio grazie a questo la breve fase di stagnazione del 2001 è finita proprio l'11 settembre di quell'anno, anche se, di converso, il bilancio statale americano è passato da un avanzo del 1,5% del pil nel 2000 ad un deficit del 5% nel 2003. E nel 2004 in termini assoluti il bilancio dovrebbe chiudere in rosso alla cifra record di 445 miliardi di dollari.
Senza una tale politica di deficit spending, assecondata dal basso costo del denaro mantenuto da Alan Greenspan, l'economia a stelle e strisce non avrebbe mai rivisto i tassi di crescita del 3-4% annuo, paragonabili a quelli del decennio scorso. E la spesa extra è finita principalmente nel comparto della sicurezza e degli armamenti: l'ultima legge approvata in luglio dal Congresso ha stanziato 417 miliardi di dollari. Solo in Iraq gli americani hanno speso più di cento miliardi di dollari in 16 mesi.
Anche in Europa c'è chi ha applaudito a questa scelta, aspettandosi che poi la "locomotiva americana" si portasse dietro tutto l'Occidente. Traino finora realizzatosi in maniera molto marginale. Il doppio squilibrio (il disavanzo pubblico e quello della bilancia commerciale) su cui è la ripresa americana è fondata, ha depresso il dollaro nei confronti dell'euro e nemmeno la ritrovata salute dell'economia reale d'oltreoceano è servita a far scendere il rapporto tra le due monete a quote a noi favorevoli. La forza di un euro a stabilmente sopra quota 1,2 dollari limita la competitività delle nostre merci e lascia ulteriore spazio ai paesi emergenti, abbastanza lontani dalle tensioni internazionali e imbattibili nella capacità di vendere a prezzi bassi. E quanto pesi il fattore cambio è dimostrato anche dal Giappone che, insieme alle "solite" Cina ed India, è tra i principali beneficiari dell'incapacità americana di smettere di importare. Le imprese giapponesi devono molto alla loro banca centrale che modula quotidianamente il prezzo dello yen. Pratica aliena alla nostra Bce.
Non è finita: mentre possiamo godere solo parzialmente della ripresa americana attraverso le esportazioni, paghiamo "per intero" le conseguenze - ad esempio attraverso la bolletta energetica - dello scenario da "economia di guerra". La minaccia di attentati nei paesi arabi in grado di bloccare la fornitura di petrolio tiene alti i prezzi da un anno e mezzo, con picchi tra 40 e 50 dollari nell'ultimo mese. Supervalutazioni destinate a durare, perché l'incertezza ha bloccato gli investimenti nelle infrastrutture estrattive che servirebbero ad adeguare l'attuale offerta scarsa di petrolio ad una domanda sempre più forte, specie per l'esplosiva crescita economica dei paesi emergenti, Cina in testa. Gli aumenti delle materie prime energetiche, per ora, non hanno avuto ricadute sull'inflazione. Ma la freddezza dei prezzi è causa della debolezza della domanda interna, alto motivo per rivedere al ribasso le già non esaltanti stime di crescita del pil continentale (con l'Italia sempre nel gruppo di coda).
Dunque, raffrontando costi e benefici dell'attuale situazione internazionale, si può concludere che sul piano economico il terrorismo avvantaggia chi ne è più lontano, come la Cina, mentre l'epicentro di tutto, gli Usa, al momento, non sanno ancora se e quanto la loro strategia di reazione pagherà nel lungo periodo. L'Europa, invece, ha la certezza che il perdurare di questo stato di cose rischia di aggravare le sue difficoltà interne e di peggiorare una stagnazione ormai endemica. Quindi, è la più interessata a lavorare per modificarlo, il quadro attuale.
Questo non significa riscoprirsi critici verso la politica americana in Medioriente per abbracciare un "pacifismo" di nessuna utilità diplomatica ed economica, quanto sviluppare una propria strategia volta a limitare i danni. C'è anche un potenziale alleato da contattare: i regimi arabi moderati, come l'Arabia Saudita, che da questa situazione non hanno gran che da guadagnare. Certo vendono a prezzi alti il proprio petrolio, ma non più hanno nessun controllo sul mercato, sono costretti a produrre al limite delle loro capacità e non possono fare progetti di sviluppo a causa della minaccia fondamentalista, che ovviamente mina anche la loro stabilità politica. Andrebbe aperto un canale diplomatico europeo in quella direzione. Una necessità che ci porta ad un'impasse tutta politica: la diplomazia "europea" non esiste, e se questa condizione non cambia alla svelta saremo tutti noi, che l'unico segno di unità continentale ce lo portiamo in tasca, a pagarne le conseguenze.
(07/09/04)

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