I trucchi di una Finanziaria insufficiente
di Enrico Cisnetto

Ma che razza di Finanziaria è? Sono stato troppo uno dei critici più severi di Giulio Tremonti - ed altrettanto troppo noto che l'ex ministro dell'Economia consideri il suo successore un usurpatore e un traditore - perché non corra il rischio, per la proprietà transitiva, di essere indulgente nel giudicare la prima Finanziaria dell'era Siniscalco.

Ma anche volendolo, è difficile dare la sufficienza ad una manovra che appare parziale e marginale, e nello stesso tempo eccessiva. Mi spiego. Intanto partiamo dal presupposto che i primi passi di Siniscalco avevano suscitato la ragionevole speranza che fosse arrivato il momento di un'operazione verità sulla condizione della nostra economia, e in particolare sui conti pubblici, combinato disposto dell'eredità di una finanza pubblica mai veramente risanata e di un'economia reale che da tempo ha perso la battaglia della competitività. I primi passi fatti in questo senso nel Dpef non sono stati confermati nella Finanziaria: qui l'enorme dilemma a cui dovevano rispondere Siniscalco e tutto il governo - come riportare sotto controllo la spesa e al tempo stesso rilanciare lo sviluppo - non ha ricevuto alcuna risposta. L'incapacità di affrontare la realtà fino in fondo, e di comunicarla al Paese, ha trasformato la ritrovata collegialità della maggioranza post-Tremonti in reticenza: si preferisce raccontare di un'economia ancora sotto controllo, di un bilancio pubblico con margini tali da poter ridurre la pressione fiscale e altre illusioni. Senza smontare questo falsa rappresentazione della realtà si finirà per mancare sia il traguardo del rigore che quello dello sviluppo. Con l'aggravante che il documento appena approvato vorrebbe essere fedele a questa mistificazione, ma è anche costretto a venire a patti con la realtà. Questa schizofrenia tra aspirazioni della maggioranza e "tirannia dei numeri" ha partorito una sorta di Finanziaria di serie B, in cui si prova ad intervenire esclusivamente sul riequilibro di bilancio, rimandando ad un successivo e per ora fantomatico "collegato" tutti i veri provvedimenti di politica economica (riforma fiscale e degli incentivi alle imprese, interventi sulla competitività). Un trucco che era l'unico modo per rimandare l'inevitabile scontro tra ciò che si vorrebbe fare (e viene raccontato al Paese di prossima realizzazione) e ciò che le risorse consentono. Ci troviamo dunque di fronte al paradosso che la critica si può estendere sia a quello che è già previsto in Finanziaria sia a quello che (forse) sarà aggiunto. Non solo. Questa dicotomia porterà a delle degenerazioni nell'applicazione di una manovra già di per sè "parziale" rispetto alle reali esigenze (leggi tetto del 3% del deficit-pil) di correzione di bilancio. Per dirla chiara, i 24 miliardi della manovra da un lato coprono solo una parte della correzione necessaria, specie se le molte manipolazioni che nelle ultime due legislature hanno reso il bilancio sempre più opaco e poco leggibile indurranno Bruxelles (dopo il clamoroso caso della Grecia) a chiedere all'Italia "chiarimenti" sulla nostra contabilità. E, dall'altro lato, le stesse poste della manovra inducono a più di un dubbio sul fatto che le previsioni possano essere rispettate. Per esempio, la cosiddetta regola "Gordon Brown", caposaldo di un ampio programma di risparmi per 9,5 miliardi, minaccia di funzionare benissimo per le spese in conto capitale e molto peggio come argine della spesa corrente (dove si concentrano le eccezioni). Come dimostra il contemporaneo innalzamento del fondo per la Sanità, che per la gioia delle regioni è stato incrementato di ben 7 miliardi. Poi c'è il capitolo delle nuove entrate (7 miliardi) da realizzare soprattutto a danno di commercianti, artigiani e lavoratori autonomi con interventi che tra l'altro aumenteranno il potere discrezionale della burocrazia (in questo caso l'Agenzia delle Entrate) proprio mentre si predica la semplificazione. Attenzione, si tratta di interventi di per sè necessari alla luce del contesto reale dell'economia, ma che le categorie colpite, in mancanza di rappresentazione esplicita della crisi, non potranno non giudicare iniqui sentendosi le uniche chiamate a pagare. Così come è profondamente ingannevole "vendere" come riduzione delle tasse ciò che semplicemente si sposta all'imposizione degli enti locali, in un'applicazione quasi sottobanco di un improvvisato federalismo fiscale.

Insomma, la politica del consenso a tutti i costi ha fatto premio sulle valutazioni economiche. Ma un tecnico - fiero di esserlo - a capo dell'Economia, può davvero accettare una cosa del genere?

01/10/2004