Gli sconti non sostituiscono una politica energetica
di Enrico Cisnetto

E' ovviamente un paradosso, ma speriamo che la benzina rimanga a questi livelli per qualche tempo. L'emergenza-pieno, particolarmente sentita nei giorni del classico esodo, sembra infatti l'unico modo per dare la giusta rilevanza ad un problema fondamentale per la nostra economia, quello energetico, di cui altrimenti ci si dimentica.

E non solo in Italia, ma anche in Europa. Da noi, l'estemporanea uscita del governo circa la possibilità di ridurre il carico fiscale sulla benzina si è scontrata con il veto europeo e il fatto che associazioni di consumatori e sindacati insistano sull'idea è in realtà il segnale di una profonda sfiducia nell'esecutivo. Infatti, risultati permanenti sul costo della nostra bolletta energetica si ottengono per altre vie: razionalizzando e liberalizzando il mercato delle aree di servizio si abbasserebbe il prezzo della benzina; su scala ancor più ampia il prezzo del kilowattora - l'elettricità prodotta in Italia deriva ancora principalmente dagli idrocarburi - si può abbattere con una politica energetica che non può che essere almeno continentale. Anche perchè nessuno pensa che il governo sia in grado di presentare e applicare un piano di lungo periodo. Ma da noi il ragionamento diffuso è: almeno incassiamo lo sconto fiscale. Sia chiaro, sarebbe una mossa legittima per un governo che punta ad abbassare la pressione fiscale (sulla benzina verde l'incidenza di Iva e accise è del 65%), ma il problema della nostra bolletta energetica non sta propriamente lì.

Bisogna andare da Roma a Bruxelles. Però, nemmeno l'Ue mostra di avere una strategia. Gli accordi attuali sulle politiche energetiche (per esempio tenere ferme le accise sulla benzina) hanno come unica prospettiva evitare forme di concorrenza sleale o aiuti di Stato alle imprese. Sull'onda della crisi di questi giorni, il commissario Loyola de Palacio ha proposto un intervento sulla politica comune delle scorte. Ma le ambizioni devono essere ben altre: bisogna riunire i paesi dell'Unione, singolarmente sempre più insignificanti nel contesto globale, sia per aumentare il peso contrattuale rispetto ai grandi cartelli come l'Opec, sia per razionalizzare sul mercato continentale le capacità energetiche alternative all'importazione. Fattore di competitività per eccellenza, l'efficienza energetica deve tornare ad essere uno dei punti principali del mercato comune. Andrebbero messi a punto programmi nella ricerca, ma anche nella gestione delle attuali risorse. Prendiamo il nucleare: costruire nuove centrali richiede tempi lunghi e costi crescenti, ma non c'è dubbio che sia lo sfruttamento intensivo dei siti esistenti, sia la ricerca per il "nuovo" nucleare (Francia e Italia ci stanno lavorando), sia infine la localizzazione per eventuali nuove centrali (perchè non si è fatta una trattativa con i paesi che sono recentemente entrati nella Ue con l'allargamento su questo argomento? Non era forse necessario e il momento quello più opportuno?) dovrebbe essere il cuore di una politica integrata. Basata su decisioni comuni, non su auspici. Magari inserendo il rispetto dei programmi concordati dentro il nuovo Patto di stabilità che prima o poi i governi e la Commissione (quella nuova, a questo punto) dovranno pur decidersi a riscrivere, con regole più "intelligenti".