Morchio come Tremonti, la Fiat alla prova-verità
di Enrico Cisnetto

Morchio come Tremonti? Domani, quando il nuovo vertice della Fiat affronterà la comunità finanziaria illustrando l'andamento del secondo trimestre del Lingotto, lo sapremo. Un debutto che si annuncia delicato, visto che negli ultimi tre mesi dovrebbe esserci stato un netto peggioramento della performance di Fiat Auto.

Ma fin d'ora è netta la sensazione che i conti della Fiat e quelli dello Stato negli ultimi tempi abbiano subito la stessa maledizione: l'effetto perverso dell'ottimismo di maniera. Il quale potrà anche portare qualche (effimero) vantaggio d'immagine, ma certo non aggiusta i bilanci e non risana le aziende.

Anzi.
Dunque, la morale che si può trarre dai tre anni di "tremontismo" e dalla sua ingloriosa fine dovrebbe essere fatta propria anche a Torino. Meglio dirlo subito e senza infingimenti: quella cavalcata verso il pareggio e l'utile che Morchio aveva enfaticamente prospettato nel suo piano, non c'è stata. Probabilmente, come mi ero permesso di segnalare per tempo in questa rubrica, non sarebbe stata neppure possibile. Ma in tutti i casi non c'è stata. Così, con tutta probabilità domani verremo a sapere che le perdite operative del primo trimestre - 158 milioni di euro a livello di gruppo, 192 milioni solo dell'auto - sono ulteriormente peggiorate, scoprendo che i contributi positivi finalmente in arrivo dalla controllata americana Cnh e da Iveco dovrebbero essere risucchiati dal buco nero del business delle automobili. Pesano fattori esogeni, come il blocco dello stabilimento di Melfi e un mercato europeo che non "tira" abbastanza. Ma anche endogeni, come una struttura dei costi ancora eccessiva e un rinnovo del parco prodotti limitato. In tutti i casi, l'obiettivo del pareggio operativo già da quest'anno diventa una chimera.

L'uscita di Morchio ha segnato la fine dell'illusione che con 10 miliardi di euro (tra aumenti diretti, dismissioni e operazioni varie) per avere il tempo di rinnovare la gamma di modelli e riequilibrare la struttura industriale, i problemi della Fiat potessero essere risolti in maniera non troppo dolorosa. La capacità produttiva è sproporzionata alle vendite: o si prevede un improbabile aumento delle seconde (nemmeno il piano Morchio lo faceva) o va diminuita la prima. Ma soprattutto rimane insoluto il problema della partnership, mentre solo chiarendo l'impossibilita che la Fiat rimanga un produttore medio in un mondo di giganti, si possono mettere a fuoco le vere priorità.

Ma sono pronto a scommettere che se il vertice della Fiat non fosse cambiato, la presentazione di domani avrebbe minimizzato la battuta d'arresto e confermato la tendenza al miglioramento. Operazione comprensibile per come aveva messo le cose Morchio, ma assolutamente sconsigliata al management odierno, che invece dovrebbe optare per una pulizia totale dei conti, mostrare tutti gli elementi di criticità e cambiare strategia. Non si tratta di scaricare responsabilità - la condizione della Fiat non concede spazi all'opportunismo - ma di assumersele. Come, per riprendere il parallelismo con la politica, ha cominciato a fare Siniscalco, che evidentemente ha visto da vicino cosa vuol dire comportarsi come quei medici che preferiscono far morire il paziente pur di non ammettere una diagnosi errata.