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Fazio-Berlusconi: quanto è "calda" l'intesa ce lo dirà la Finanziaria
di Enrico Cisnetto
Meglio tardi che mai, ma occhio agli equivoci. La "calda collaborazione" ristabilita dal presidente del Consiglio con Antonio Fazio e l'istituzione che rappresenta, chiude un fin troppo lungo momento di follia del governo (o parte di esso) che ha esposto il Paese - già vittima di un declino difficile da arginare, per averne bisogno - al rischio di una gravissima crisi istituzionale e finanziaria.
Di fronte allo scandalo della Parmalat, l'idea che si dovesse reagire esponendo la Banca d'Italia e l'intero sistema creditizio ad un vero e proprio linciaggio - senza peraltro avere nè la forza, nè tantomeno le argomentazioni, per andare fino in fondo - era semplicemente demenziale. Ma così è stato. Per alcuni mesi, da dicembre scorso, Fazio è stato presentato come "il colpevole", mentre si è sfiorata una sorta di Tangentopoli bancaria, che l'allora ministro Tremonti andava predicando come palingenetica occasione per "cambiare l'Italia". Il risultato è stato un pessimo spettacolo agli occhi di quei mercati internazionali la cui fiducia dovevamo riconquistare, mesi di paralisi politica (come se già non ce ne fosse fin troppa) e a tutt'oggi nessun provvedimento per la difesa del risparmio, in nome del quale i protagonisti della "grande guerra" contro Bankitalia si sono mossi. Nemmeno quella "superConsob" (modello Sec americana) su cui un po' tutti erano d'accordo.
Ma era del tutto evidente che i motivi di quell'attacco a testa bassa erano altri. Due, per la precisione, intimamente legati tra loro. Il primo, e più importante, era la voglia di silenziare una delle poche voci critiche credibili (quelle dell'opposizione, come dimostra la dura reazione di buona parte della sinistra alle riflessioni di questi giorni di Francesco Rutelli e Nicola Rossi, lo sono assai poco) nei confronti della politica economica del governo. Il secondo movente era il desiderio di controllare il mondo del credito, obiettivo che Tremonti ha ossessivamente sollecitato Berlusconi a perseguire spiegandogli che "le banche in mano ai comunisti" sabotavano lo sviluppo per poi accusare lui di non essere stato capace di realizzarlo. Ora, è del tutto evidente che il sistema bancario ha svariati difetti ma non questo, tuttavia l'idea di conquistare quote di potere economico ha fatto presa. Ma che Fazio fosse indigesto per essere stato il primo a parlare di declino strutturale, di conti pubblici fuori controllo e di scelte economiche da modificare - e che per questo fosse stato messo all'indice - è dimostrato dal fatto che la giubilazione di Tremonti coincide con un cambio di passo del governo (il Dpef di Siniscalco) e con il desiderio del premier di mettere una pietra sopra alle "incomprensioni" con il Governatore.
Tutto è bene quel che finisce bene, si dirà. Certo, l'aver disinnescato quell'ordigno nucleare è più che positivo. Ed è normale che Fazio abbia l'intima soddisfazione di aver visto giusto nel "resistere, resistere, resistere", anche quando le dimissioni sarebbero state un gesto naturale (per esempio il 20 dicembre, dopo la conferenza stampa di fine anno del premier).
Ma a giudicare dalle parole dei protagonisti, il rischio di equivocare è alto. Perchè se è vero che Fazio ha "benedetto" il Dpef, è altrettanto vero che il Governatore sa bene come la politica economica passi attraverso la Finanziaria e che dunque sarà quello il vero banco di prova per giudicare il post-tremontismo. Non solo. Fazio ha detto a chiare lettere che il taglio delle tasse che ha in mente Berlusconi si può fare solo dopo aver individuato i capitoli di spesa da tagliare. Cosa che è stata ripetuta dal Fondo Monetario, il quale ha vivamente sconsigliato di ridurre il carico fiscale durante la fase di risanamento delle imprese, ma che rappresenta l'esatto contrario di quello che vuole fare il Cavaliere. E dato che non si tratta di una questione marginale, sarà bene evitare di minimizzare in nome della ritrovata "calda collaborazione".
La via che porta dalla guerra alla pace è lunga, e disseminata di mine: il governo ha interesse non solo ad avere buoni rapporti con la Banca d'Italia, ma anche e soprattutto ad ascoltarla.

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