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Economia italiana: perché la deriva non si muti in declino
di Salvatore Rossi pubblicato sulla rivista Il Mulino
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4. Declino o deriva?
Dunque, il binomio specializzazione-dimensione si conferma essere, per più vie ma innanzitutto per la via tecnologia-produttività, il nodo strutturale che oggi stringe il sistema produttivo italiano frenando lo sviluppo economico. In uno dei principali contributi usciti di recente sul "declino" dell'economia italiana, Onida spende pagine assai convincenti sul nesso fra i due termini del binomio , per poi diffondersi soprattutto sulle piccole dimensioni d'impresa, di cui passa in sistematica rassegna i vari aspetti e le diverse determinanti, interne ed esterne alle imprese.
In un altro importante contributo a questo dibattito, Nardozzi ripercorre la storia dell'economia italiana fra il "miracolo" a cavallo dei decenni '50 e '60 e il "declino" odierno. Egli spiega entrambi i fenomeni in termini di pressione competitiva, cioè di quel complesso di norme e prassi che spinge le imprese ad affrontare la concorrenza: se ne ebbe un improvviso aumento negli anni '50, se ne è avuto un progressivo allentamento dopo di allora.
Protagoniste del miracolo di quasi mezzo secolo fa furono le grandi imprese (molte delle quali pubbliche) operanti nei settori a quel tempo al cuore del mondo avanzato (chimica, siderurgia, automobili, ecc.). Negli anni '70 e '80 iniziò la loro crisi e si affermò il modello di specializzazione centrato sul made in Italy e sostenuto da imprese "nane": piccoli battelli corsari, semi-invisibili al fisco e al sindacato, spesso raggruppati in flottiglie (i distretti) per meglio difendersi dal mare aperto della concorrenza internazionale, che offrivano al mondo prodotti di nicchia. Un modello che ha consentito al Paese di conservare, anzi di accrescere, la sua prosperità in tutti questi anni. Tutto sommato - si potrebbe anche sostenere - l'evoluzione dei gusti dei consumatori e la conseguente ricerca da parte delle imprese di differenziazioni sempre più fini del loro prodotto hanno reso il mercato globale nient'altro che la somma di infinite nicchie!
Il guaio, ora, è che è radicalmente mutato il contesto tecnologico. La comparsa del nuovo paradigma produttivo centrato sulle TIC cambia le carte in tavola, spariglia i giochi, rovescia i tavoli. Per restare nella precedente metafora marittima, è come se le grandi flotte dell'economia mondiale (gli Stati Uniti in testa) avessero compiuto un'ampia virata verso mari più pescosi, mentre la flottiglia dei nostri barchini, privi di radar, ha tirato diritto, iniziando una deriva in acque sempre più povere.
È per questo che ho finora usato la parola "declino" fra virgolette. L'ho usata per comodità, essendo divenuta l'etichetta con cui si identifica il tema delle difficoltà strutturali di crescita dell'economia italiana. Ma credo che non descriva correttamente quel che sta succedendo. E' declino l'irreversibile disfacimento di un organismo che ha perso definitivamente lo slancio vitale. A me pare che si tratti piuttosto di una deriva, originata dall'incapacità di vedere e seguire la giusta rotta. Non che questo distinguo lessicale attutisca la pericolosità della situazione: andando alla deriva si finisce spesso per fare naufragio. Ma la rotta si può ritrovare, se ci si accinge alla difficile operazione di montare un cantiere in piena crociera e modificare la struttura delle imbarcazioni per attrezzarle a seguirla.
Come?
5. Appunti sparsi per un'agenda di politica industriale
Una politica economica volta a modificare la struttura dell'economia, che per brevità chiamerò politica industriale , si può fare essenzialmente in due modi, con spesa pubblica o con regole. Se si opta per la spesa pubblica, occorre poi decidere come finanziarla, se distogliendo risorse da altre voci di spesa o aumentando il prelievo tributario.
È convinzione corrente, fra i politici e nell'opinione pubblica, che un intervento di politica industriale veramente incisivo non possa che implicare una spendita di denaro pubblico. Peccato che la situazione del bilancio pubblico italiano presenti margini di manovra ristrettissimi. Vi è certo il vincolo delle regole fissate a Maastricht, ma ancor più cogente è il vincolo imposto dalla grande platea internazionale di detentori dei titoli pubblici italiani, i quali intendono essere costantemente rassicurati sul fatto che questo incallito debitore che è lo Stato italiano non ricada nei vizi del passato: a ogni segno di attenuato rigore i sottoscrittori dei titoli esigono un rendimento maggiorato per compensare il maggior rischio, il che si traduce in cospicue uscite dal bilancio pubblico per pagamenti di interessi, e queste appesantiscono il bilancio in un circolo vizioso. Inoltre, la pressione fiscale è già alta nel confronto storico e internazionale e andrebbe piuttosto allentata che intensificata. Dunque, eventuali risorse pubbliche da dedicare a una politica strutturale per lo sviluppo non possono che essere reperite distogliendole da altre voci di spesa. Quest'ultima operazione è tecnicamente e politicamente spinosissima, come è dimostrato dalla difficoltà dei vari governi di diverso orientamento politico che si sono succeduti in Italia dopo la crisi del '92 a mettere in cantiere abbattimenti permanenti delle principali voci della spesa. Gli interessi colpiti sono diffusissimi e toccano nervi delicati del corpo sociale.
Restano le regole. Vorrei provare ad argomentare che è a queste che occorre innanzitutto metter mano, e non solo perché finanziariamente e politicamente meno costose, ma soprattutto perché sta lì il grosso del problema.
Il problema a cui eravamo approdati era il binomio specializzazione-dimensione delle imprese. Ma quali ne sono a loro volta le cause? Perché le imprese italiane hanno fatto e continuano a fare scelte di questo tipo? Perché non accade in Italia quel che accade in altri paesi a noi per altri versi simili, e cioè che dalla moltitudine di imprese piccole e piccolissime se ne stacchi ogni anno un numero significativo che transiti nella categoria delle medie, e da queste alcune prendano il largo per diventare grandi? Perché non accade in Italia che un numero alto e crescente di talenti imprenditoriali (di cui certo abbondiamo) decida di impegnarsi in settori produttivi non tradizionali, in cui sia cruciale la conoscenza tecnico-scientifica, e raggiunga rapidamente in quei settori dimensioni aziendali ragguardevoli, fino alla scala multinazionale?
Il complesso dell'evidenza empirica disponibile ci consente di intravedere alla base di queste non-scelte due questioni di fondo, tra loro connesse, che nella Fig.1 sono state sinteticamente indicate come "concorrenza" e "innovazione-istruzione". Per concorrenza vi si intende grosso modo quel che sostiene Nardozzi nel libro prima citato, cioè l'insufficienza di humus concorrenziale nel sistema, la persistenza di ampie sacche di protezione di interessi corporativi. Una condizione che o disincentiva le imprese a ricercare opportunità di crescita, se sono esse stesse a beneficiare di protezioni, o aggrava i loro costi, tanto più quanto più esse sono grandi e impegnate in settori a elevate economie di scala o con alti costi fissi di ricerca e sviluppo. Per innovazione-istruzione si deve intendere la manifesta inadeguatezza dell'apparato nazionale (pubblico e privato) a cui spetta creare conoscenza avanzata e trasferire quella esistente alle imprese e ai loro lavoratori.
Entrambe queste questioni possono essere aggredite innanzitutto cambiando alcune regole del gioco, senza necessariamente impegnare la spesa pubblica. Provo a fare qualche caso concreto, senza alcuna pretesa di esaustività.
Nel capitolo concorrenza si inscrivono ad esempio due riforme regolamentari che sono al tempo stesso relativamente semplici da disegnare e tali da toccare interessi personali numericamente piuttosto contenuti, dunque dal costo politico apparentemente basso:
1) abolire gli albi professionali;
2) completare la liberalizzazione dei servizi di pubblica utilità che transitano su rete (elettricità, gas, telecomunicazioni, trasporti), mantenendo in mano pubblica la proprietà e la gestione delle reti e invece totalmente privatizzando l'erogazione dei servizi in modo tale da renderla pienamente concorrenziale.
La presenza degli albi innalza barriere all'entrata di nuovi soggetti nelle professioni, attutendo la concorrenza e innalzando il costo di servizi che incidono in misura crescente sulle transazioni e sui bilanci della generalità delle imprese. La confusione di ruoli fra gestori delle reti e fornitori di servizi di utilità pubblica, la persistenza di posizioni monopoliste o dominanti, innalzano di molto i costi per gli utenti, cittadini e imprese, senza presidiare in modo completo e trasparente l'efficienza e la sicurezza delle reti.
Quelle indicate ai punti 1) e 2) sono riforme da tempo chiarite nei presupposti di teoria economica e nelle modalità realizzative, invocate periodicamente da studiosi e organi di stampa. Ma invano. Vi sono evidentemente inerzie culturali, lavorìo di lobbies, malintese priorità politiche che ingombrano il terreno.
Nel capitolo innovazione-istruzione il principale nodo da sciogliere sta nel sistema universitario. Nel mondo si sono affermati vari modelli di istruzione superiore e di ricerca scientifica, ma ve ne è uno che da almeno un secolo spicca per l'eccellenza dei risultati ed è quello anglosassone, da ultimo nella versione americana. Se c'è mai una cosa che gli Stati Uniti hanno da insegnare al mondo è il sistema delle loro graduate schools. La società e l'economia di quel paese devono il loro dinamismo allo strato dei professionals alimentato dalle graduate schools delle migliori università attraverso i programmi di dottorato (PhD). Il sistema si regge non già sul fatto di essere privato anziché pubblico (ché alcune delle più importanti istituzioni universitarie americane sono anzi di proprietà pubblica) ma sul fatto di funzionare con regole di mercato: le università concorrono fra loro, nell'accaparrarsi gli studenti, con la reputazione accademica; quest'ultima dipende dalla reputazione scientifica dei loro docenti. Le reputazioni sono misurabili con criteri oggettivi, basati sulle pubblicazioni e sulle citazioni che appaiono in riviste a loro volta censite e "pesate" per la qualità dei saggi che ospitano, qualità controllata con il sistema della peer review . Le università si disputano gli specialisti migliori con totale libertà retributiva. L'equilibrio finanziario delle università è mantenuto con alte tasse universitarie e con il sistema delle donazioni, notoriamente molto sviluppato negli Stati Uniti perché fiscalmente incentivato. Le risorse pubbliche destinate all'istruzione superiore finanziano direttamente gli studenti (borse di studio) anziché le università. Le graduate schools sono poi anche centri di agglomerazione della ricerca scientifica e di fertilizzazione del territorio imprenditoriale circostante. Ricercatori si trasformano in imprenditori, imprenditori assumono ricercatori o collaborano con i laboratori universitari in progetti di cui condividono le ricadute commerciali.
In Italia manca quasi totalmente un livello d'istruzione paragonabile al PhD anglosassone. Il dottorato italiano è uno strumento di cooptazione di aspiranti docenti universitari, non una scuola per professionals. L'Italia è un paese che ha rinunciato a formare in casa propria l'élite professionale, lasciando che a svolgere questo compito siano istituzioni universitarie di altri paesi. E' anche così che nasce il problema della cosiddetta fuga dei cervelli: i migliori laureati italiani vanno a specializzarsi all'estero, e spesso trovano lì la prima occasione di lavoro. Poi diventa difficile richiamarli indietro.
Che cosa impedisce al nostro paese di imitare il modello americano delle graduate schools, come quasi tutti i paesi europei hanno iniziato a fare? Innanzitutto due sbarramenti normativi:
1) il valore legale dei titoli di studio;
2) (di conseguenza) il ruolo unico pubblico dei docenti universitari.
Ecco trovate altre due riforme regolamentari che colpirebbero al cuore i problemi strutturali dell'economia italiana. Abolire il valore legale del titolo di studio e il ruolo pubblico dei docenti, indipendentemente dalla natura pubblica o privata degli enti universitari, aprirebbe immense opportunità di evoluzione dell'istruzione superiore in direzione del mercato, delle imprese, della ricerca scientifica, delle ricadute della ricerca sulla produzione e il benessere.
Potrà sembrare bizzarro annoverare fra gli interventi di politica industriale provvedimenti apparentemente sparuti e "legalistici" come l'abolizione degli albi professionali o quella del valore legale dei titoli di studio. Ma questa è la particolarità delle politiche microeconomiche, o strutturali: andare alla radice delle cose, stabilire nessi visibili e meno visibili. Come ho provato a mostrare in questa nota, la concatenazione delle cause e degli effetti può essere molto lunga. Percorrendola tutta si possono anche mettere in comunicazione macrofenomeni come la crescita del PIL con dettagli apparentemente secondari, in realtà cruciali, dell'assetto normativo e istituzionale.
Agosto 2004
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