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Economia italiana: perché la deriva non si muti in declino
di Salvatore Rossi pubblicato sulla rivista Il Mulino
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1. Due opposte retoriche
Due opposte retoriche si incrociano e si fronteggiano oggi in Italia riguardo alle sorti della sua economia: quella del "declino" e quella della "scossa". Uso qui il termine retorica nel senso più nobile del termine, cioè nel senso dell'arte del convincere. Per convincere occorrono buoni argomenti di fondo e uno stile penetrante nel presentarli, ma può accadere che lo stile degeneri in artificio propagandistico e releghi al margine i buoni argomenti che pure ci sono, o addirittura occulti la loro mancanza. La discussione, da un lato, sui rischi di declino per l'economia italiana e, dall'altro, sulla necessità di imprimere al Paese una scossa salutare per fargli ritrovare volontà e ragioni di progresso cade talvolta in questo tipo di degenerazione. Le esigenze dell'aspro confronto politico non giovano ad ancorare la discussione ai fatti.
Ma dai fatti occorre partire per formulare diagnosi corrette, e ai fatti occorre tornare per disegnare terapie che incidano nel concreto. Lasciamo dunque il campo della retorica ai rètori e volgiamoci, da analisti, ai fatti.
Il dibattito sul possibile declino italiano è ormai ampio; ha preso le mosse all'incirca tre anni fa da una serie di studi sul divario di crescita economica e di produttività fra Stati Uniti ed Europa, e fra questa e l'Italia . Il divario è di vecchia data, ma l'avversa fase ciclica di questo esordio di secolo l'ha approfondito e rivelato agli occhi di una platea più vasta di quella degli addetti ai lavori. Da qui il proliferare di analisi sul tema.
La Banca d'Italia ha dato un impulso considerevole all'avvio di questo dibattito. Ha iniziato a farlo con numerosi saggi scientifici sulle questioni, tra loro connesse, del mutamento tecnologico, della produttività, della competitività strutturale, della specializzazione produttiva . Su queste analisi si sono basati interi capitoli delle Relazioni annuali della Banca nel triennio 2001-2003 e ad esse sono state ispirate ampie parti delle "Considerazioni finali" del Governatore nel maggio dello scorso anno e ancora quest'anno.
La letteratura e la pubblicistica sulle difficoltà strutturali della nostra economia si sono nel frattempo arricchite di altri importanti contributi. Il dibattito è ora a un punto delicato. Il quadro diagnostico pare abbastanza sviscerato, ma con non irrilevanti differenze d'accento su questa o quell'altra determinante. Si cerca di passare a indicazioni di politica economica, ma nel mettere insieme un compendio di proposte non si riesce ad andare molto al di là dei titoli dei vari capitoli in cui questo compendio dovrebbe essere articolato: la ricerca, l'innovazione, l'istruzione, la crescita delle imprese, e così via . Il contenuto concreto dei singoli capitoli è più nebuloso, o meno condiviso.
Per tentare di compiere un piccolo passo avanti nell'analisi e nelle indicazioni di policy ripercorriamo le linee essenziali della questione, con la sinteticità consentita dalla grande abbondanza di studi ormai disponibili. Farlo è tuttavia necessario, perché solo da una sequenza ordinata di sintomi/cause si può cercare di estrarre una più chiara agenda di politica economica.
2. Mettere ordine fra sintomi e cause
Un riepilogo dei fatti rilevanti può prendere la forma di una sequenza che risalga deduttivamente dal sintomo generale alle sue cause, via via scendendo di livello e addentrandosi nel cuore strutturale dell'economia italiana. I fatti sono in larga misura noti, e li trarrò dalle ricerche più recenti compiute sul tema. Di ciascun fatto o fenomeno indicherò per esigenze di sintesi "la" causa dominante, trascurando del tutto le concause, per quanto rilevanti esse siano. La sequenza è riportata nella Fig. 1, in cui le frecce indicano il rapporto di causazione.
I primi due fatti - lo sviluppo stentato e la crisi di competitività internazionale come sua causa prevalente - sono fin troppo noti per avere bisogno di una dettagliata dimostrazione. Basterà l'evidenza empirica supersintetica mostrata nelle Tavv. 1 e 2. Nella Tav. 1 è riportato un confronto di tendenze cinquantennali della crescita economica fra l'Italia, gli altri tre maggiori paesi dell'Europa continentale e gli Stati Uniti. Spicca la straordinaria tenuta di marcia dell'economia americana, pur attraverso varie vicende cicliche, a differenza di un'Europa che dalla corsa degli anni della ricostruzione post-bellica rallenta gradatamente, per adagiarsi da ultimo in una specie di senile tran tran. Ma con notevoli differenze al suo interno: per la Spagna la rincorsa non è ancora terminata; l'Italia e la Germania si sono quasi fermate, anche se per la Germania ha pesato la riunificazione.
La retorica del declino si è molto alimentata di questi dati, la cui utilità viene tuttavia da taluni messa in dubbio. Il tasso di crescita del PIL si può scomporre aritmeticamente in tre fattori: quello della popolazione in età da lavoro, quello della quota di popolazione effettivamente occupata, quello del prodotto per occupato . Faini ha recentemente ricordato, su questa rivista, come la decelerazione della crescita economica italiana sia discesa in larga misura dal calo demografico, non compensato da un aumento sufficiente del (basso) tasso di occupazione: i divari rispetto agli Stati Uniti e al resto d'Europa si annullano del tutto se il prodotto è misurato in termini pro capite. Ciocca , invece, dichiara non pertinente il confronto internazionale, volgendosi a discutere il décalage nello sviluppo dell'economia italiana solo nel confronto storico, nella convinzione, ripresa dal pensiero di Carlo M. Cipolla, che un paese come l'Italia non possa restare a lungo in bilico fra sviluppo e regresso senza scivolare infine verso quest'ultimo e debba quindi puntare a uno sviluppo sostenuto indipendentemente da quel che fanno gli altri. A questa considerazione, che mi pare condivisibile, ne aggiungerei due: 1) una dinamica demografica sfavorevole come quella italiana (e tedesca) mette a repentaglio la sostenibilità finanziaria del welfare state , asse portante delle scelte sociali in Europa; o si riesce a invertirla, con l'immigrazione, con politiche d'incentivazione della fertilità, oppure la si deve compensare con aumenti del reddito pro capite, il che ci riporta da capo a preoccuparci del prodotto interno aggregato; 2) il nesso demografia-sviluppo è dinamicamente biunivoco, nel senso che la crescita economica dipende dalla popolazione, ma la dinamica di quest'ultima dipende a sua volta dalle prospettive di sviluppo, che influenzano le scelte di procreazione delle giovani generazioni.
Insomma, il rallentamento della crescita economica è un problema, anzi è "il" problema. Quali componenti della domanda aggregata spiegano le variazioni del PIL italiano negli anni più recenti? Spicca su tutte la componente estera, cioè la perdita di posizioni dei prodotti italiani a beneficio dei prodotti dei paesi concorrenti sia sui mercati esteri (minori esportazioni) sia sullo stesso mercato interno (maggiori importazioni). Tuttavia, poiché l'affacciarsi sulla scena del commercio mondiale di nuovi attori (soprattutto asiatici ma anche dell'Europa centro-orientale) restringe la porzione di torta a disposizione di tutti i tradizionali protagonisti, quel che conta non è la perdita assoluta di quote di mercato da parte italiana, ma il confronto di prestazioni con i concorrenti più prossimi, soprattutto quelli con i quali condividiamo la moneta comune.
Anche sull'utilizzo degli indicatori di quota di mercato Faini avanza una critica radicale: egli respinge quelli calcolati a prezzi costanti per la difficoltà statistica a distinguere le variazioni di prezzo da quelle di quantità nel commercio con l'estero; mostra quindi come gli andamenti recenti nelle quote di mercato a prezzi e cambi correnti delle esportazioni italiane siano spiegabili con i concomitanti andamenti del prezzo del petrolio e dei tassi di cambio e siano in linea con le tendenze di lungo periodo una volta che si tenga conto di tali determinanti. A questa critica si deve obiettare che non si può fare a meno di ragionare di quote di mercato in quantità se si vuole spiegare la dinamica del prodotto interno, che è misurato anch'esso in quantità, altrimenti nell'analisi si mescolano fatti inerenti alla competitività di costo e di qualità delle imprese impegnate negli scambi internazionali con fatti inerenti alle loro strategie di prezzo e di profitto. Inoltre, non è solo sui mercati esteri che i prodotti italiani competono con quelli dei paesi concorrenti, mercati ai quali è circoscritto il tradizionale indicatore di quota, a prezzi sia correnti sia costanti, ma anche e soprattutto sul mercato nazionale.
Per ovviare almeno in parte alle obiettive difficoltà statistiche di questo tipo di analisi, la Tav. 2 propone un indicatore sintetico di quota del mercato globale, riferito ai soli prodotti industriali, che sono quelli tuttora prevalenti nel commercio internazionale: si tratta del rapporto fra il valore aggiunto industriale a prezzi costanti di ciascuno fra i tre maggiori paesi dell'area dell'euro (Italia, Francia, Germania) e quello dei 25 principali paesi comuni concorrenti, inclusi alcuni dei nuovi concorrenti est-europei e asiatici. Tale rapporto è interpretabile come una quota di mercato estesa a ricomprendere anche i mercati nazionali dei tre paesi per i quali esso è calcolato. Da questo indicatore emerge l'apparente cattiva sorte comune di Italia e Germania negli ultimi 15 anni. Ma il tradizionale indicatore di quota sui soli mercati esteri (sempre a prezzi costanti, Tav. 2) ricaccia l'Italia in fondo alla graduatoria, dando conferma della tesi che il problema dell'economia tedesca sta anche in una crisi di domanda interna, mentre il problema dell'economia italiana è di competitività, cioè di offerta, piuttosto che di domanda.
3. L'Italia e il nuovo paradigma tecnologico-produttivo
Veniamo alle ragioni di questa crisi di competitività. La teoria economica e il comune buon senso ci dicono che si può essere competitivi agendo o sulla qualità o sul prezzo. Quest'ultimo è la somma del costo unitario e del margine unitario di profitto che l'imprenditore stima di poter ottenere. La sequenza della Fig. 1 elenca infatti tre fenomeni, relativi a ciascuno dei tre elementi costitutivi della competitività: crisi di qualità, rigidità verso il basso dei margini di profitto degli esportatori, costi unitari troppo rapidamente crescenti.
Per qualità di un prodotto dovremmo qui intendere l'insieme di tutte quelle caratteristiche che siano in grado di differenziare, agli occhi di un potenziale acquirente, quel certo prodotto da un altro in tutto e per tutto a esso "sostituibile", a parità di prezzo: lo stile, la robustezza, la funzionalità, e mille altre. Caratteristiche quasi impossibili da misurare una per una per un singolo prodotto, figuriamoci per l'aggregato di tutti i prodotti oggetto di scambio internazionale! Una scorciatoia a cui i macroeconomisti fanno ricorso per valutare la qualità relativa dell'insieme dei prodotti industriali di un paese consiste nel mettere a confronto la quota di mercato di quel paese con un indicatore di competitività basato sui prezzi relativi : se le differenze di qualità fossero trascurabili le due variabili dovrebbero procedere insieme, la seconda spiegando la prima; invece, ad esempio, se si rilevasse una perdita di quota di mercato eccessiva rispetto a quanto spiegabile con l'aumento osservato nei prezzi relativi, allora se ne potrebbe inferire o uno spostamento nella composizione della domanda a svantaggio delle produzioni tipiche nazionali, che è separatamente misurabile, oppure, a residuo, un emergente difetto qualitativo.
Analisi di questo tipo danno effettivamente qualche indicazione di sofferenza competitiva in termini di qualità dei prodotti italiani, pur non apparendo risolutive. Indicazioni più precise vengono da analisi disaggregate per settori e da studi di singoli casi aziendali. Essi tendono a suggerire che i fattori di qualità, mentre sono stati finora una importante fonte di vantaggio competitivo italiano nei settori tradizionali (stile) e nella meccanica strumentale (innovazioni tecnologiche incrementali), lo sono stati meno, o sono stati elemento di svantaggio, nelle produzioni a elevate economie di scala e in quelle ad alta intensità tecnologica, verso le quali la domanda mondiale si va invece orientando in misura crescente . Dunque, la minore capacità dei produttori italiani di compensare con miglioramenti qualitativi del prodotto gli aumenti di prezzo sembra potersi fare risalire a una specializzazione produttiva poco orientata verso le alte economie di scala e le alte tecnologie, settori nei quali la dimensione delle imprese è richiesta essere grande o almeno medio-grande.
Anche la questione delle politiche di prezzo e di profitto delle imprese è ostica sotto il profilo della misurazione. Le strategie di fissazione dei prezzi delle imprese esportatrici italiane, per dati costi, sono state empiricamente valutate in una ricerca recente che utilizza dati finemente disaggregati per l'intero decennio '90, in cui il tasso di cambio della lira ha subito oscillazioni amplissime in entrambe le direzioni, paragonabili a quelle degli anni '70. L'analisi econometrica conferma una congettura su cui si avevano già indicazioni parziali. Nell'aggregato gli esportatori italiani, allorché fissano i prezzi di vendita sui mercati esteri nella valuta locale, tendono a privilegiare il recupero o la tenuta dei margini di profitto rispetto alla difesa o al rilancio delle quantità vendute: se sono in presenza di una svalutazione della lira, non traducendola interamente in riduzioni dei prezzi locali; se in presenza di una rivalutazione della lira, scaricandola tutta in aumenti dei prezzi locali e accettando riduzioni quantitative delle vendite fino, al limite, a uscire dal mercato. La ricerca mostra - e risiede qui il suo contributo originale principale - che in caso di esportazioni di beni "tradizionali" o al di fuori dell'area dei paesi avanzati un dato bonus da svalutazione viene usato proporzionalmente di più al fine di ridurre i prezzi per aggredire il mercato: sembrano emergere in questo caso tattiche di "mordi e fuggi" da parte di imprese, tipicamente di piccola dimensione, non in grado di stabilire una presenza commerciale stabile su mercati lontani e inusuali. Insomma, ci si imbatte di nuovo in un problema di specializzazione e dimensione media d'impresa.
Il terzo fenomeno (costi unitari crescenti) è però di gran lunga il più interessante e rilevante. Esso è anche più facilmente misurabile dei primi due. A illustrarlo ai nostri fini provvede la Tav. 3, che riporta la dinamica dei costi del lavoro per unità di prodotto per Italia, Francia e Germania. Ne risulta evidente lo svantaggio di cui i prodotti italiani soffrono. A che cosa lo si può imputare?
Dalla stessa Tav. 3 si vede come l'accelerazione dei costi unitari abbia trovato alimento non già nella dinamica salariale, rimasta moderata in termini di potere d'acquisto, ma nel declino della produttività. Quest'ultima, nell'accezione di prodotto per ora lavorata, ha risentito a sua volta non tanto di una insufficienza di capitale, fisico e umano, quanto della crescente inadeguatezza della capacità di combinare efficientemente la dotazione totale di fattori produttivi (cosiddetta produttività totale dei fattori o PTF).
Alla base dell'insufficiente progresso (da ultimo, del regresso) della PTF vi è, secondo numerosi studi , il ritardo con cui le nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione (TIC) vengono adottate ed efficientemente utilizzate nell'apparato produttivo italiano.
Vi è ormai un vasto consenso sul fatto che tali tecnologie "aspecifiche" (cioè buone per tutti gli usi) sono in grado in modificare alla radice l'intero paradigma produttivo di un'economia, a patto che: 1) esse siano intensamente adottate dalla generalità delle imprese, non solo da quelle dei settori high tech; 2) il capitale umano venga di pari passo accresciuto per conformarsi al nuovo paradigma; 3) le imprese adottanti rivoluzionino i propri assetti organizzativi per sfruttare tutte le potenzialità di accresciuta efficienza che le TIC portano con sé.
Fenomeni di questa natura e di questa portata (a cui soli va riservata l'etichetta di Nuova Economia, da non confondere con l'epifenomeno Internet e relative degenerazioni finanziarie degli anni passati) ammontano a una vera e propria rivoluzione industriale; sono estesamente visibili negli Stati Uniti; lo sono molto meno in Europa; lo sono ancor meno in Italia. Perché? Varie congetture sono state avanzate per spiegare il ritardo europeo-italiano, tutte riguardanti tratti di struttura che possono ostacolare l'affermarsi della Nuova Economia. Ebbene, nel caso italiano l'ostacolo principale pare proprio consistere nella specializzazione in settori "tradizionali" del sistema industriale, che meno si prestano a guadagni di efficienza derivanti da una razionalizzazione dei flussi informativi intra ed extra-aziendali del tipo di quelli indotti dalle TIC. Inoltre, una relativa scarsità di imprese produttrici di TIC fa venire meno l'interazione ravvicinata fra imprese produttrici e utilizzatrici di queste tecnologie, che gioca un ruolo importante nel determinarne l'utilizzo efficiente nel sistema . Se poi a una siffatta specializzazione si accompagna una ridotta dimensione delle imprese la diffusione capillare delle TIC nel sistema produttivo è vieppiù ostacolata, poiché solo in organizzazioni grandi e complesse quelle tecnologie possono sviluppare appieno tutto il loro potenziale razionalizzatore.
Insomma, ecco il terzo richiamo alla questione specializzazione-dimensione. Si tratta dell'argomento decisivo, come vedremo fra un attimo.
Agosto 2004
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