Il buco non diventi una voragine
di Enrico Cisnetto

Dal buco alla voragine. Siamo ancora nel pieno delle polemiche sulla manovra correttiva da 7,5 miliardi, che mira a raddrizzare in corsa i conti di quest'anno, che già si prepara l'autunno caldissimo di una Finanziaria per il 2005 da 30 miliardi di euro. Sì, avete letto bene: a tanto dovrà ammontare l'intervento sui conti pubblici per mantenere il nostro deficit sotto il 3% del pil, come da regole europee.

Questo significa che, se lasciato libero di crescere, il disavanzo pubblico arriverebbe a superare abbondantemente il 5%. Di questo si è parlato ieri nei vari vertici della maggioranza per mettere a punto il Dpef, e a quanto sembra il ministro Siniscalco, contrariamente a chi lo aveva preceduto, sulle cifre è stato crudo. Insomma il "buco Tremonti" andrebbe ben oltre i 18- 22 miliardi su cui si è ragionato in questi giorni (ancora ieri nelle sue previsioni economiche, l'Isae si teneva sulla parte bassa della forchetta). E alla quale una parte della maggioranza -Berlusconi in testa - è tuttora convinta di poter aggiungere un taglio delle tasse da 12 miliardi di euro. Cifre da far tremare i polsi, ma anche il segnale di un'anarchia politica e tecnica sulla gestione della spesa pubblica che deve cessare. Infatti, l'operazione verità sui conti - sperando che non ci siano ulteriori peggioramenti - dovrebbe costringere a mettere da parte i progetti velleitari dell'indiscriminato "meno tasse per tutti", e agire subito sul fronte dei tagli. Una responsabilità che ricade ancor più sulle forze della maggioranza che hanno voluto le dimissioni di Tremonti, e che non si possono certo accontentare della collegialità, sperimentata per la prima volta felicemente proprio ieri, un metodo che va riempito di contenuti.
E se la manovra correttiva è stata la prova generale di quanto si farà nella Finanziaria, allora la situazione è veramente preoccupante. La manovrina è lontana da tutti gli obiettivi che si è posta: non colpisce la spesa in modo né strutturale né coerente; impone nuovi oneri praticamente a tutti (imprese, banche, assicurazioni e cittadini), condannandosi alla doppia caduta di consenso determinato dall'aumento del prelievo e dalla disillusione per aver promesso il contrario; non lascia nessuna eredità positiva ai conti del prossimo anno, anzi o ci sarà un extra-deficit da gestire in caso di mancata applicazione di tutte le misure o si trasferiranno spese correnti dalla fine del 2004 al 2005.
Insomma la strada che deve guidare la redazione del Dpef e della Finanziaria è completamente diversa da quella appena battuta, ma se è vero che non esistono ricette facili, è ancor più vero che il contesto politico le rende maggiormente problematiche. Se una manovrina da 7,5 miliardi di euro ha fatto scricchiolare la maggioranza fino a costringerla al porre il voto di fiducia, cosa succederà per interventi quattro volte superiori?
Anche se per realismo politico e per evitare effetti sul resto dell'economia la stretta non dovesse superare i 25 miliardi (il 2% del pil), non si avrebbe comunque un aumento della pressione fiscale solo tagliando la spesa pubblica (che equivale al 34% della ricchezza nazionale) e/o facendo ricorso a nuove forme di entrata, come le dismissioni del patrimonio pubblico (non le cartolarizzazioni di Tremonti). Ma nel primo caso si dovrebbe avere un coraggio che finora nessuno ha neppure lontanamente dimostrato, mentre nel secondo caso intervenire sul demanio comporterebbe la necessità di rivedere i rapporti con gli enti locali (magari barattando un taglio ai trasferimenti in cambio di mano libera in operazioni analoghe).
L'alzata di scudi arrivata da quasi tutte le parti sociali sulla manovrina è il segnale di quanto questa maggioranza abbia da recuperare in termini di ascolto rispetto alle esigenze del Paese, ma anche la certificazione che le esigenze di bilancio promettono di scontentare molti. Dunque, il vero obiettivo del governo non dovrà essere tanto quello di minimizzare lo scontento - che troppe volte si è ottenuto evitando di decidere - ma presentando un progetto chiaro, condiviso che ai costi affianchi i benefici in termini di sviluppo che si possono ottenere. Una prova politica, la più dura per la maggioranza in questi tre anni di governo, alla quale si presenta non certo in ottima forma.