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LA CONGIUNTURA? NON E' UNA CONGIURA di di Donato Speroni
L'economia italiana non decolla perché i media, controllati dalle vecchie oligarchie legate alla sinistra, spargono pessimismo e minano la fiducia nell'azione del governo. Questa è la tesi espressa dall'economista Carlo Pelanda sul Giornale di sabato 23.
Poiché qualcuno può essere tentato di avvalersi di quest'ulteriore comodo alibi, in aggiunta all'11 settembre, all'euro, al prezzo del petrolio e a tutti gli altri fattori che sembrano "remare contro" l'Italia di Berlusconi, val la pena di discutere seriamente la teoria pelandiana.
Non c'è dubbio che la comunicazione influenzi le aspettative e che queste abbiano un forte impatto su consumi e investimenti. Attenzione però: sono già molti anni che l'Italia cresce meno degli altri paesi europei. Accade col governo Berlusconi, accadeva già con i governi di centrosinistra, che secondo questa teoria dovevano godere di ben altro trattamento dalla stampa e che invece furono sconfessati dagli elettori, forse proprio per non aver saputo risolvere il problema di una crescita adeguata. In realtà, il ritardo - declino dell'Italia dipende da fattori strutturali che non sono stati seriamente affrontati né da questo governo né da quelli precedenti, ma che sono stati documentati con analisi ben più serie, a cominciare dai rapporti annuali della Banca d'Italia, dell'Istat, dell'Antitrust, dell'Ocse. E si potrebbe continuare a lungo.
Non è compito della stampa suonare la grancassa al governo, a qualsiasi governo. E' assolutamente normale che i giornali, in qualsiasi paese democratico, pongano l'accento prevalentemente sugli aspetti problematici. Avveniva anche coi governi di Prodi, D'Alema, Amato. Semmai, il governo Berlusconi gode di una situazione di favore per il controllo che esercita su Rai e su Mediaset. Non ha forse detto il premier che i giornali non contano nulla e che la vera informazione che influenza le masse è soltanto quella che promana dal piccolo schermo?
Il professor Pelanda, tuttavia, nella sua deprecazione ha in mente un episodio specifico: "La notizia vera - egli afferma - sarebbe: L'Italia, primo e unico Paese dell'eurozona, ridurrà le tasse". Il commentatore del Giornale dimostra così di confondere le notizie con gli annunci. La colpa dei media è di esprimere scetticismo su questa ricetta. La cosa curiosa è che lo stesso Pelanda riconosce che all'interno della Casa della Libertà la proposta di indurre la ripresa attraverso un taglio fiscale è molto controversa. Tanto che il suo articolo si conclude con un invito agli alleati di Berlusconi a "rimontare lo svantaggio mediatico", dimostrandosi coesi nell'attuare la nuova politica.
Questa coesione finora non si è vista. E allora? Che dovrebbe fare un giornalista in buona fede, non al soldo della trinariciuta cricca oligarcomunista che domina i media nella visione pelandiana, se non registrare queste divergenze che rendono improbabile l'attuazione della ricetta? Caro professore, per prima cosa lei e gli altri economisti che gravitano attorno al premier e ai suoi giornali dovreste riuscire a esprimere davvero una politica economica condivisa dalla maggioranza di governo; solo allora potrete lamentarvi se i giornali continueranno a non prendervi sul serio.
6 novembre 2004

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