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Un Paese senza classe dirigente
di Enrico
Cisnetto
Sono convinto che esista una relazione profonda, di
causa ed effetto reciproco, tra la crisi del capitalismo italiano -
di cui le più recenti vicende sono soltanto la punta dell'iceberg
- e la crisi del sistema politico, che mostra evidenti segnali con la
progressiva implosione (di fatto) dei due poli del bipolarismo all'italiana.
Anzi, credo che stia proprio in questo intersecarsi di crisi sistemiche
il declino strutturale del Paese. Altro che questione morale, qui siamo
di fronte al disastro - tutto "politico" - di una classe dirigente
incapace di dare a se stessa e all'Italia non dico un progetto per il
futuro, ma neppure una modalità di gestione comune del presente.
In questo senso la "transizione infinita" andata in scena
in questi tredici disgraziati anni di cosidetta Seconda Repubblica rischia
di concludersi nel modo peggiore: senza uno straccio di idea di come
costruire la Terza. Cioè un piano per costruire un sistema politico
capace di governare i processi anzichè subirli, e per dar vita
ad un assetto capitalistico in grado di tenere il passo veloce della
globalizzazione.
Di questi temi si è discusso molto nei giorni scorsi agli incontri
di Cortina d'Ampezzo: sentendone parlare, e parlandone io stesso, mi
sono convinto che siamo tornati all'inizio degli anni Novanta, quando
le grandi trasformazioni incombenti (caduta del Muro di Berlino, avvio
del processo di integrazione monetaria europea, inizio della globalizzazione,
rivoluzione tecnologica) hanno messo a nudo i limiti del sistema Italia
di allora. E si badi bene, la Prima Repubblica che è caduta tra
il 1992 e il 1994 non era solo quella politica, ma anche quella economica,
come testimonia sia il coinvolgimento degli imprenditori in Tangentopoli,
sia soprattutto la crisi del "salotto buono" cui aveva dato
vita Enrico Cuccia. Tanto è vero che in questi tredici anni abbiamo
pagato il prezzo - e che prezzo! - tanto di un bipolarismo straccione
che non ha saputo governare il Paese quanto della scomparsa di interi
settori, a cominciare da quello delle grandi imprese, del mondo industriale.
Ora la storia sta per ripetersi. Il ceto politico, almeno quello decente,
vorrebbe liberarsi dei vincoli di un sistema malfunzionante, ma non
ne ha il coraggio perchè in questi anni ha venduto agli italiani
la favola del "maggioritario miracoloso" e del "bipolarismo
toccasana". Così si assiste ad un dibattito ozioso tra chi
esalta il valore dell'alternanza (ma chi lo nega?) e chi si presume
abbia nostalgie del passato (io sarei fra questi) solo perchè
critica il "bipolarismo realizzato", mentre il Paese avrebbe
bisogno di una nuova legge elettorale (di tipo tedesco, come io preferirei,
o francese, ma che abbia senso compiuto), di un'Assemblea Costituente
che metta fine agli strappi a colpi di maggioranza della Carta fondamentale
e riordini in modo moderno uno Stato che oggi conta 120 ordinamenti
istituzionali diversi, e infine di una scomposizione e ricomposizione
delle alleanze politiche che assuma come tratto distintivo non più
la novecentesca divaricazione tra destra e sinistra, ma quella tra i
fautori dello status quo degli interessi e dei diritti (chiamiamoli
per semplicità conservatori) e coloro che vogliono il cambiamento
e la modernizzazione (riformatori), distinzione che oggi taglia trasversalmente
i poli e i partiti stessi.
Dal canto suo il mondo del business, mentre si rintana nella rendita
immobiliare e finanziaria, trova modo di aprire una guerra di religione
su alcune spoglie, senza rendersi conto che si tratta di una "guerra
dei poveri" dove il potere economico in palio è assolutamente
effimero. D'altra parte, l'establishment si era già spaccato
con Cuccia ancora in vita (prima lo scontro Agnelli-Romiti dentro la
Fiat e poi il fallito attacco a Mediobanca con le opa gemelle su Banca
di Roma e Comit del 1999 bloccate da Fazio), figuriamoci alla sua morte
per una successione in realtà impossibile (per mancanza di eredità).
Ora il vecchio establishment, con l'innesto di nuovi protagonisti (da
Montezemolo a Della Valle) si trova a combattere un'ulteriore conflitto,
con i raider del mattone e della finanza facile. Mentre sullo sfondo
dei 4,5 milioni di imprese italiane, se ne salvano (per dimensione e
tipo di attività) qualche decina di migliaia, e nessuno dice
come bisognerebbe riconvertirle.
Per di più "piove sul bagnato", perchè è
sulle ferite mai rimarginate del passaggio tra la Prima e la Seconda
Repubblica che si sta versando il sale di questo nuova transizione difficile
che è ormai cominciata. Come evitare che la Terza Repubblica
sia peggio della Seconda? Della parte construens di questo ragionamento
parliamo la prossima settimana.
26 agosto 2005

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