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Gli imprenditori tessili occidentali avevano dieci anni per prepararsi
di Antonio Picasso
Cattive notizie da Pechino. Dopo le tante minacce europee
di imporre i dazi doganali sui prodotti tessili cinesi, il Governo popolare
ha deciso di usare le stesse armi. Così, chi di protezionismo
ferisce, o almeno tenta di fare, di protezionismo perisce.
Federico
Rampini su Repubblica fa sapere che le intenzioni di Pechino verso
Bruxelles sono tutt'altro che all'acqua di rose. Ricorso al tribunale
imparziale del Wto, ritorsioni e boicottaggi commerciali contro il made
in Italy o il made in France e rivalutazione della moneta nazionale
(renmnbi). Un piano questo che può far pensare a un'aperta guerra
commerciale.
L'appello presentato al Wto, infatti, metterebbe la Cina in una posizione
politica interessante. La grande potenza emergente, così, ancora
formalmente comunista, si ergerebbe a difesa della libertà degli
scambi nell'economia globale, contro l'egoismo e la miopia delle vecchie
nazioni industrializzate.
Per quanto riguarda l'impatto prettamente commerciale, inoltre, Pechino
avrebbe stabilito di tassare le proprie esportazioni tessili. Una misura
che verrebbe incontro alle richieste europee, ma che, nel lungo periodo,
darebbe maggiori vantaggi alla Cina, incentivando la specializzazione
del tessile nazionale, che diverrebbe, così, ancora più
pericoloso per Italia e Francia.
In Europa, tuttavia, sembra che non si riesca a cogliere la gravità
della situazione. Da anni l'Unione pubblica approfondimenti
sul tema, ma la coesione continua a mancare. I Paesi mediterranei e
buona parte di quelli dell'Est (più Turchia e Marocco) reclamano
immediate misure di contenimento da parte di Bruxelles. E delle istanze
protezionistiche Francia e Italia si son fatte paladine. A queste, d'altra
parte si sono opposti i Paesi di tradizione liberista. Olanda, Gran
Bretagna e Svezia. Ai quali si è associata la Germania di Schröder.
Ma Rampini ricorda anche che se le barriere protezionistiche fossero
state levate prima e più gradualmente, l'impatto del made in
China sarebbe stato meno brutale. Nel 1994 Europa e Stati Uniti approvarono
il primo ingente piano di liberalizzazione degli scambi internazionali.
Da allora, l'Occidente ha avuto dieci anni per prepararsi. La mancata
ristrutturazione dell'industria tessile, quindi, è una colpa
che ricade su governi e dirigenti industriali nostrani, non sui cinesi.
"Che fare allora?" si chiede Mario
Deaglio sulla Stampa. E' necessario, per prima cosa, che l'Europa
trovi un accordo tra i Paesi membri e si ponga, a livello internazionale,
quindi non solo nei confronti della Cina, come soggetto unico e unito.
E poi che si giunga, in tempi brevissimi, alla definizione di una politica
industriale, per modificare una struttura produttiva incapace di confrontarsi
con una economia internazionale sempre più veloce e mutevole.
27 aprile 2005

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