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I vizi italiani vengono la lontano, ma il governo finora ha fallito sulla
via della modernizzazione
di Alessandra Servidori
In questa situazione di confusione politica è
importante essere lucidi per non sbagliare analisi. Nel 2001, il centro
sinistra, che pure aveva avuto il grande merito di portare l'Italia
nel club dell'euro, non era riuscito a convincere gli italiani della
sua propensione a varare e sostenere un programma in grado di avviare
la modernizzazione della società, oggettivamente necessaria nel
nuovo contesto europeo e, ancor prima, all'interno dei processi di globalizzazione.
Così l'elettorato aveva consegnato il potere, con una notevole
maggioranza, a un'opposizione che sembrava più innovativa e meno
ingessata da corporazioni potenti la cui preoccupazione era solo quella
di salvaguardare i propri interessi particolari.
Ecco perchè Berlusconi non deve cercare troppo lontano per capire
i motivi della sconfitta, sempre che gli alleati gli lascino il tempo,
la voglia e la lucidità necessari. Non ha neppure il bisogno
di passare in rassegna, nel salotto buono di Bruno Vespa, gli adempimenti
riguardanti il "patto con gli italiani". E' sul terreno della
modernizzazione e dell'innovazione che questo Governo ha in larga misura
fallito, commettendo l'errore, che si è rivelato esiziale, di
voltare le spalle - spesso con atteggiamenti polemici incomprensibili
e nocivi - a quella cultura del rigore e della stabilità (che
è parte integrante della costituzione materiale della Ue) la
quale avrebbe largamente contribuito a sostenere a giustificare le scelte
strategiche di un esecutivo liberale e liberista non solo a parole.
Oggi il Cavaliere paga un conto salato non per essere venuto meno a
questa o a quella promessa o per aver varato qualche provvedimento discutibile.
L'elettorato gli rimprovera di non aver tenuto fede al mandato di modernizzazione
a cui lo aveva chiamato. Non è tutta colpa dell'attuale maggioranza
se l'Italia perde colpi sul terreno di una competitività divenuta
sempre più esigente. I mali del Paese vengono da lontano ed invocano
responsabilità molteplici, a partire da quelle della sinistra
e dei sindacati. Ma quando viene il momento di tirare le somme, di trarre
dei bilanci, è normale che i cittadini se la prendano col Governo
in carica, chiedendogli conto dei ritardi e del declino. Soprattutto
quando quei ritardi e quel declino stanno pregiudicando il futuro della
nazione.
I dati parlano col linguaggio della chiarezza. Secondo una recente indagine
dell'Ocse riguardante il carico di regolamentazione del mercato, condotta
su 30 paesi, l'Italia si colloca al 14° posto in termini di vincoli
all'impresa, al 23° per barriere al commercio e agli investimenti,
al 28° (terzultimo) relativamente al controllo pubblico. Un'atra
indagine, condotta dal World Economic Forum sulla competitività,
pone l'Italia nella 45° posizione su 104 paesi, con alcune performance
ancora peggiori: siamo al 64° posto sul piano della collaborazione
tra industria e università, al 71% per efficacia dell'azione
legislativa, al penultimo per quanto concerne gli oneri amministrativi.
Secondo la Banca Mondiale, il tempo necessario per avviare un'attività
economica, da noi, è di 13 giorni (5 in Usa, 6 in Francia); i
costi rappresentano il 16% del reddito pro capite. Per ottenere una
sentenza in sede di giustizia civile occorrono 1.390 giorni. La durata
media delle cause di lavoro supera, in primo grado, i 700 giorni; quella
di una controversia previdenziale è pari mediamente a 938 giorni.
Si è calcolato che il complesso di queste disfunzioni assorba
un punto di Pil. In questi giorni è in atto una assurda campagna
in difesa della banche nazionali contro la penetrazione straniera nel
settore. Nessuno dice, però, che i conti correnti italiani sono
i più cari d'Europa: 113 euro l'anno, contro una media Ue di
76.
Ci sono poi altri handicap per le imprese italiane: l'Italia è
al settimo posto fra i 30 paesi Ocse per pressione fiscale, ai primi
con riferimento all'aliquota contributiva pensionistica. Per l'energia
elettrica il nostro Paese ha i prezzi medi più elevati fra tutti
quelli Ue: 100 kilowattora per l'industria costano 8,6 euro contro una
media europea di 6,13. Più ancora dell'energia sui bilanci delle
imprese pesano i costi dei servizi dei liberi professionisti, i cui
Ordini continuano ad opporsi ad effettivi processi di liberalizzazione.
Per finire, i nostri laureati escano dalle Università ad un'età
superiore di 4-5 anni rispetto a quella dei loro coetanei europei. Come
si vede, si tratta di un lungo elenco di "vizi assurdi" che
vengono necessariamente da lontano. Il fatto di averli trovati al momento
dell'ingresso nella "stanza dei bottoni" non può giustificare
la scelta di averli lasciati, immutati, al loro posto. Dunque , comunque
, per governare questo Paese è bene cambiare passo, strategia
e imboccare con decisione la strada di quel riformismo pragmatico che
assicura con forze e idee innovative la soluzioni dei problemi economici
dell'Italia: coraggio, intelligenza, capacità e partecipazione
possono migliorare il lavoro e la società.
13 aprile 2005

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