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Nel governo dei conti pubblici occorre distinguere tra responsabilità
effettive e polemiche inutili
di Davide
Giacalone
Il modo in cui rimbalza l'avvertimento del commissario
Ue, Almunia, secondo il quale potrebbe essere avviata una procedura
relativa al deficit italiano, risente molto del clima interno ed è
inzuppato di polemica elettoralistica. La furia dello scontro rende
ciechi i contendenti, e lo spettacolo risulta stucchevole.
Il governo non può essere accusato di dissennatezza contabile,
come se avesse speso troppo ed in deficit. Intanto perché non
è vero, poi perché, qualora così fosse, pur essendo
un tipo di politica che confligge con i parametri di stabilità,
è pur sempre una scelta legittima, ed in taluni casi anche saggia.
Ma, lo ripeto, non è questo che il governo ha fatto.
Né può essere accusato, il governo, di avere aumentato
il deficit diminuendo le tasse. Intanto perché anche questa sarebbe
una scelta legittima, tanto più che la nostra pressione fiscale
è superiore alla media europea, ma, soprattutto, perché
non lo ha fatto: si sono ritoccate alcune aliquote, ma il prelievo fiscale
complessivo, come sottolinea la Corte dei Conti, anche a causa dei condoni,
è aumentato.
Infine, è vero che i conti pubblici italiani tendono allo sforamento
dei parametri (o li hanno già sforati, lo accerterà Eurostat),
ma questo non li distingue da quelli di altri Paesi dell'Ue. La cosa
interessante, quella su cui dovrebbe concentrarsi l'attenzione politica,
è quel che c'è dietro.
I conti pubblici soffrono perché l'incremento di ricchezza nazionale
è inferiore alle attese. Ciò dipende da una difficile
congiuntura internazionale, certamente, ed è vero che l'Ue cresce
meno dell'area statunitense e di quella asiatica, ma l'Italia è,
dentro l'Unione, il Paese che cresce meno. Questo è il problema,
ed è questo il terreno sul quale si misura l'efficacia dell'azione
di governo.
Questa maggioranza si era presentata assicurando riforme liberali, attenzione
al mercato economico ed alle dinamiche reali (non quelle sindacali)
del lavoro, con la volontà di mettere più soldi nelle
tasche dei consumatori privati e meno in quelle degli investitori pubblici.
Il bilancio è magro assai. I vincoli e la burocrazia sono quelli
di sempre, ed in quanto al mercato non si è giunti ad avere neanche
le aperture previste dalle direttive Ue (che già non sono un
granché). L'azione politica non può far girare la direzione
in cui tira il vento, ma può governare le cose in modo da non
finire sugli scogli. Al governo non può essere imputato il corso
del dollaro o la globalizzazione (che è e resta, se governata,
un'opportunità), ma quando la Corte dei Conti avverte che ritardare
il contratto degli statali significa far pesare, su un solo bilancio
di cassa, anche gli arretrati, avverte che l'inefficienza politica si
riflette sui conti.
Questi sono i temi che guideranno la scelta elettorale degli italiani,
giudicando, di ciascuno, la capacità reale di offrire risposte
credibili, oltre, naturalmente, all'esperienza del passato. Ho l'impressione
che serva a poco, se non a niente, volere dipingere tutto di rosa, o
voler sostenere che tutto è responsabilità di chi ha governato.
Ho l'impressione che questo modo di far politica trovi ascolto solo
fra i tifosi, di una parte e dell'altra, che sono una ridotta minoranza.
13 aprile 2005

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