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I dati sul costo del lavoro spiegano perché i giovani restano ai
margini
di Donato Speroni
Governo, Confindustria e sindacati riaprono il discorso
sul costo del lavoro. A tutti vorremmo suggerire la rilettura di una
tabellina pubblicata sul Sole 24 Ore del 5 aprile a pagina 26, che fa
capire meglio di tanti discorsi sia i problemi della competitività sia
il vasto disagio sociale del Paese.
La riassumiamo perché non è disponibile gratuitamente on line. Un lavoratore
a progetto (nuova dizione dei famigerati "co.co.co." secondo la cosiddetta
legge Biagi) che percepisce 1000 euro netti al mese costa all'azienda
16.651,79 euro all'anno. Se il compenso mensile è di 2000 euro, il costo
annuo è di 37.841,67 euro.
Un lavoratore dipendente con uno stipendio netto di mille euro ne costa
invece 24.871,71, mentre se ha uno stipendio netto di 2000 euro il costo
aziendale sale a 56.143,95 euro. Il confronto non mi sembra perfetto,
perché in realtà per i lavoratori dipendenti il netto annuo è di circa
14 mensilità, ma anche operando le debite correzioni, i risultati sono,
a mio parere, questi:
- per il lavoratore precario a 1000 euro il costo aziendale è pari al
138,7% del netto.
- per il lavoratore precario a 2000 euro il costo aziendale è pari al
157,7% del netto.
- per il lavoratore dipendente a 1000 euro il costo aziendale è pari
al 177,6% del netto.
- per il lavoratore dipendente a 2000 euro il costo aziendale è pari
al 200,5% del netto.
Sappiamo tutti quali sono gi inconvenienti dei lavori a progetto. Derivano
dalle collaborazioni coordinate e continuative della riforma Treu che
li concepì come forma d'ingresso nel mondo del lavoro. Funzionano e
hanno contribuito significativamente all'aumento occupazionale, Ma creano
un esercito di precari, che arriva a 40 anni senza le sicurezze necessarie
per crearsi una famiglia, comprare casa con un mutuo, spesso saltando
da un lavoro all'altro senza sedimentazione professionale.
D'altra parte, il lavoro dipendente: molto costoso per le imprese, sulla
base di rapporti difficili da sciogliere una volta fatte le assunzioni,
insomma uno strumento al quale ricorrere il meno possibile, solo se
è proprio indispensabile, a costo di rinunciare alla gente che si è
formata all'interno dell'azienda. Le limitazioni dell'attuale rapporto
co pro pro rispetto al co co co potrebbero addirittura aumentare questo
rischio, inducendo a una maggiore rotazione.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un mondo del lavoro diviso
in due, tra protetti e precari, con un'insicurezza di fondo, che contribuisce
a deprimere comportamenti e consumi. Smantellare questa divisione dovrebbe
essere un obiettivo primario sia per la destra che per la sinistra,
magari con ricette diverse, ma che comunque dovrebbero contemplare una
maggiore flessibilità normativa e sgravi sul costo aziendale dei dipendenti,
anche pubblici, una rete di sicurezza sociale per tutti, qualche garanzia
in più per i precari.
Ridurre la forbice tra dipendenti e precari avrebbe qualche costo per
il sistema in termini di finanza pubblica, ma il vero nodo è politico,
non riguarda i soldi ma il potere di alcune categorie di dipendenti
su partiti e sindacati. Un potere certamente molto maggiore di quello
di milioni di giovani tenuti ai margini del sistema. Quando si comincerà
a parlarne seriamente?
7 aprile 2005

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