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Tra protezionismo e globalismo si colloca la logica della delocalizzazione.
di Antonio Gesualdi
E' chiaro: più si avvicinano le elezioni più prevalgono
gli interessi di bottega. Non potrebbe essere altrimenti. Ma è anche
chiaro che le visioni corte servono per la lotta politica, non certo
per l'interesse nazionale. Dunque il dibattito protezionismo/globalismo
visto dalle finestre, strette, dalle quale si affacciano i leader politici
appare solo per quello che è: pura lotta per il potere politico. In
grande scala, invece, le diversità delle popolazioni, i ritmi altrettanto
diversi di crescita, e quindi delle economie nazionali, fortunatamente,
producono globalizzazioni e anche protezioni di fatto e quindi molte
più reciprocità che violenze. Se fossero vere le ideologie liberali
"di scuola" saremmo continuamente in guerra e se fossero vere quelle
protezioniste daziarie saremmo, lo stesso, continuamente in guerra.
La delocalizzazione, ad esempio, è uno dei risultati più evidenti di
un protezionismo, reale, nato dalla mentalità acculturata e ambientalista
di massa dei paesi più ricchi e dalle esigenze protezioniste dei paesi
in via di sviluppo. Un'indagine di Confindustria (del 2004) diceva che
su 150 paesi che esportavano verso l'Unione europea a tasso zero ve
ne erano soltanto 22 verso i quali l'Unione europea, a sua volta, esportava
alle stesse condizioni. Quaranta paesi esportavano verso i paesi dell'Ue
a tassi ridotti (non più del 20%) contro i 168 verso i quali i paesi
del vecchio continente esportavano pagando dazi dal 15% al 70%.
Qual è, dunque, la reciprocità protezionista che si può innescare, di
fatto, date queste condizioni? La delocalizzazione, appunto. E, infatti,
questo è ciò che avviene. In base ai dati Wto (prima dell'entrata della
Cina), 36 paesi membri avevano impegni per un totale di 1370 quote individuali
in agricoltura: l'introduzione delle quote non fa altro che creare flussi
bilaterali di import-export che implicano il coinvolgimento dei rispettivi
stati nazionali generando rendite che creano, da entrambe le parti,
esigenze di mercato e di protezione. Reciproche.
Un'eventuale forzata liberalizzazione di quei mercati provocherebbe
la perdita delle rendite di posizione soprattutto per i paesi che esportano.
Questo esempio è la dimostrazione che anche la liberalizzazione altrui
produce perdita di benessere per la maggior parte dei paesi perché fa
alzare i prezzi delle importazioni e fa perdere le posizioni di rendita
legate alle quote. Ma queste dinamiche "mentalità/dazi-reciproci" costringe
anche i paesi più ricchi a spostare le proprie aziende nei paesi con
mercati potenziali. In questo modo i più ricchi, per espandere i mercati,
devono contribuire alla creazione e allo sviluppo delle forze produttive
e del capitale sociale dei paesi dove delocalizzano. E questa è una
tipica dinamica protezionista realizzata dallo stato di fatto e dalla
potenza delle relazioni tra le diverse popolazioni più che da scelte
politiche. Interventi più strutturati, in questo ambito, potrebbero
evitare sprechi di risorse, scelte sbagliate di zone antropologiche
troppo diverse e favorire, invece, più stabili reciprocità, espansioni
di mercati e interventi su specifici settori industriali. Un progetto-Paese
nazionale che si aggancia ad un progetto-Mondo internazionale. Emmanuel
Todd già nel 1998 scriveva: "La definizione di un protezionismo intelligente,
che va al di là della flessibilità monetaria, sarà il grande dibattito
del prossimo decennio". Il problema che si pone è - in un sistema che
continua ad alzare l'alfabetizzazione e contenere le nascite - come
mantenere la stabilità e la sicurezza sociale raggiunta, l'efficienza
delle infrastrutture materiali e dei sistemi educativi e di conoscenza?
Una riflessione economica deve essere aperta, mettendo in piazza dei
concetti generali, ma deve incentrarsi anche sui dettagli amministrativi
e settoriali. In quali settori, ad esempio, il nostro Paese vuole puntare?
Quali sono le nuove professioni da indicare ai giovani che devono scegliere
un percorso di studi? Di che infrastrutture abbiamo bisogno; strade
o infostrade? Noi dobbiamo fuggire alla credenza magica sulle cause
del dinamismo economico che piazza fuori dall'uomo le forze del progresso.
Insomma una concorrenza tra analfabeti, impauriti e imbarbariti non
servirà a nessuno e non produrrà nessun progresso, meno che meno economico.
Non è il libero scambio fine a se stesso che produce lo sviluppo del
commercio internazionale ma, al contrario, il dinamismo interno di ogni
singolo Paese che produce crescita e quindi importazione ed esportazione.
Ma neppure un banale protezionismo che coltivi analfabeti, settori senescenti,
guerre dei prezzi svilupperà nuove dinamiche.
Il caso cinese dovrebbe essere chiaro da questo punto di vista. Se il
dinamismo delle singole nazioni non viene protetto o coltivato le economie
non possono che collidere, globalizzandosi. Ma si tratta di costruire
reciprocità. Una delle teorie che, ad oggi, appare più azzeccata dice
che fino a quando la crescita dei salari reali segue da vicino la crescita
della produttività e dei profitti, si registra una fase di sviluppo
accelerato. Quando la politica economica mira a massimizzare l'export,
controllando la domanda interna e quindi i salari, l'economia inizia
a balbettare, anche se, per lungo tempo, si gonfia una bolla speculativa
alimentata dal credito e dal basso costo del denaro accumulato. Eccoci
qua.
L'imprenditore bellunese Leone Lauri ha avuto modo di dire: "Sono convinto
che la delocalizzazione rappresenti una grande opportunità di sviluppo
per le nostre aziende, che possono in questo modo conquistare e presidiare
i mercati esteri... A questo punto, però, non posso sottrarmi dal porre
una domanda; in che modo possiamo coniugare delocalizzazione e occupazione?
Che senso ha parlare di delocalizzazione quando sappiamo che la provincia
di Belluno sta facendo i conti con un fenomeno di calo demografico significativo?
E' questo, in fondo, il vero problema". Ma è un falso problema proprio
perché se è vero che la popolazione giovane diminuisce, diminuiranno
anche coloro che cercano lavoro, come ormai sistematicamente registriamo.
Globalizzazione e protezionismo sono reciproci.
E la delocalizzazione è logica.
14 marzo 2005

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