Imporre dazi a Pechino per proteggere il prodotto nazionale anziché aiutare danneggia un mercato già abbastanza depresso.
di Davide Giacalone

Manufatti cinesi, e non solo cinesi, invadono i mercati di gran parte del mondo, da New York a Parigi, da Londra a Roma. Taluni vorrebbero reagire imponendo dei dazi, ma si tratta di una misura inutile, prima ancora che sbagliata. Quando scarpe, borse, jeans, maglieria ed altro ancora arriva sui nostri mercati, con un livello qualitativo inferiore, ma non incompatibile con quello cui siamo abituati, e con un prezzo al consumo che si colloca sotto il cinquanta per cento di quel che produciamo noi, non c'è dazio che tenga. Anche perché quelle merci, a quei prezzi, sono un buon affare per i consumatori.

Il vantaggio competitivo della produzione cinese sta, per prima cosa, nel basso costo dei fattori produttivi, a cominciare dal lavoro. E questa è una moneta con due facce. Sulla prima è impressa la violazione dei diritti dei lavoratori, oltre che dei più elementari diritti umani. Di ciò dovrebbero tenere maggior conto le delegazioni statali che si recano a Pechino desiderose di far affari, quasi infastidite dal bisogno di ricordare che quella è una dittatura, incapaci, anche solo ritualmente, di incontrare le delegazioni di quegli studenti il cui desiderio di libertà venne represso dai carri armati.

Sulla seconda faccia, però, è inciso il contorno di un mercato, il nostro, che perde competitività perché ha perso lucidità circa il proprio ruolo e la propria missione. Un mercato assediato da incrostazioni corporative, che non riesce a liberarsi da vincoli che rispondono solo ad interessi particolari e di bottega, dove non c'è libertà nelle professioni (il che significa anche professionisti sempre meno qualificati), dove l'energia e le comunicazioni costano più che altrove, dove non si tiene il passo neanche con le non coraggiosissime aperture europee alla concorrenza. Pensare di difendere tutto questo con dei dazi è come pretendere di curare la depressione con la camomilla.

La Cina non è il nemico, così come non lo è la globalizzazione dei mercati e della competizione. Anzi, sono occasioni, sono opportunità. Sul piano civile, culturale e politico per riaffermare il valore universale dei diritti e della democrazia. Sul piano economico e commerciale per trovare nuove occasioni di sviluppo e di crescita. A patto, però, di non mettere la testa sotto la sabbia, e sotto i dazi.

11 marzo 2005