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Se la parola "declino" evoca nefaste profezie, chiamiamolo "Giovanni",
purché vi si ponga rimedio
di Roberto
Fini
È del tutto comprensibile che a nessuno piaccia un
termine come "declino": lo ha dichiarato con forza risentita il Presidente
del Consiglio qualche settimana fa e, con più pacatezza, ma esprimendo
la stessa avversione, il Capo dello Stato pochi giorni fa. Come si fa
a non essere d'accordo? Il declino evoca una china, una deriva, una
discesa verso il basso che non può che preoccupare chi abbia a cuore
il destino proprio e dei propri figli.
Osserviamo un dato di fatto: finalmente il dibattito sul declino è uscito
dalle chiuse stanze degli economisti (in particolare di quelli inguaribilmente
pessimisti) e ha conquistato le prime pagine dei giornali; questo segnala
a mio parere un dato di fatto: benché in molti lo evochino per negarne
l'esistenza, quanto meno nessuno ignora più che il pericolo esista.
Non è molto ma è pur sempre meglio di niente.
Il Presidente del Consiglio ha ragione quando avverte che, a furia di
evocarne lo spettro, si finisce per materializzarlo. Gli economisti
- e non solo loro - conoscono bene questo pericolo: si tratta della
"profezia che si autoavvera"; per esempio, a parlare di inflazione -
si noti anche solo a parlarne - si rischia di far crescere l'aspettativa
inflazionistica con il risultato che nel tentativo di prevenirla gli
attori sociali finiscono per anticiparla: i commercianti aumentando
i prezzi, i lavoratori chiedendo aumenti salariali, ecc.
In sostanza, le aspettative generano la realizzazione dei processi attesi.
Questo vale sia per dinamiche negative, come appunto l'inflazione, sia
per dinamiche positive come le misure per un suo contrasto: se gli attori
economici credono che le politiche della banca centrale nella lotta
all'inflazione possano avere efficacia in un futuro non troppo lontano,
manterranno i "propri" prezzi sotto controllo.
Dunque, a parlar di declino si finisce per provocarlo dice il Presidente
del Consiglio. Bene: possiamo aderire senza difficoltà al suo invito
a non evocarlo. Potremmo per esempio chiamarlo Giovanni: è più neutro,
meno evocativo. In fondo è un espediente innocente che non fa male a
nessuno e che, nella peggiore delle ipotesi non migliora la situazione
me nemmeno provoca guai. Resta un problema: come è fatto Giovanni? Giovanni
è un signore di mezza età, dalla cospicua pancetta: un tempo era robusto
ma snello ed agile al punto che in molti si meravigliavano delle cose
che riusciva a fare; ma ormai da tempo quei suoi tratti che avevano
suscitato l'invidia di molti e l'ammirazione di altri si sono appesantiti,
fino al limite dell'obesità.
Per di più, come quasi sempre accade, il grasso non è ben distribuito:
Giovanni ha gambe fragili che devono sopportare il peso di un corpo
pingue. Inoltre ha seri problemi di circolazione che lo mettono in difficoltà
ogni qual volta si tratti di fare uno sforzo che richieda un impegno
superiore al solito. Ha perso la voglia - e la capacità - di correre,
Giovanni: si muove poco, ha riflessi piuttosto lenti, ma quel che è
peggio è circondato da gente che non ha perso né la voglia né la capacità
di correre.
Dunque quel che accade è semplice: quelli che erano partiti con Giovanni
sono avanti a lui e quelli che erano dietro lo hanno raggiunto e lo
stanno raggiungendo. E quel che è peggio è che Giovanni non riesce a
trovare in se stesso alcuna ragione per reagire. O meglio, ha escogitato
un espediente: si veste bene, nasconde la pancia, si fa un lifting.
Beh, direte, che cosa c'è di male nel cercare di avere un aspetto presentabile
o anche a nascondere qualche difettuccio? Niente, per carità, assolutamente
niente. Se non fosse che Giovanni ha l'illusione di poter riconquistare
le tante donne che ha avuto in passato, semplicemente con questi ingenui
espedienti, per cui enfatizza i suoi vestiti made in Italy, la circostanza
- non del tutto vera - di essersi fatto da solo. E poi in cuor suo pensa
che la fortuna non lo abbandonerà proprio ora e che anche in questa
occasione lo stellone che lo ha sempre assistito lo accompagnerà ancora.
Povero Giovanni! Se non fosse che fa rabbia, farebbe pena con le sue
illusioni e l'idea che i circoli che lo hanno sempre ammesso (per la
verità con la puzza sotto il naso) continueranno a farlo, magari solo
perché lo trovano divertente, cosa che comunque dovrebbe lievemente
offenderlo. Comunque non ha da preoccuparsi tanto dei vecchi soci: anche
loro, chi più chi meno, hanno messo su qualche buon chilo e se pure
sono davanti a Giovanni non lo distanziano di molto. No, non sono loro
quelli da cui deve guardarsi: di più, molto di più deve guardarsi da
quelli che premono per entrare nei circoli esclusivi dai quali sinora
erano esclusi. E siccome non è posto per tutti occorre che Giovanni
acquisti la consapevolezza che l'entrata di nuovi soci comporta l'uscita
di qualcuno dei vecchi.
Basta giocare: facciamo ridiventare Giovanni quello che era prima di
questo innocente scherzetto e cioè un paese in declino. Nel ridiventare
seri non dimentichiamo le avvertenze del Presidente del Consiglio sulle
profezie che possono autoavverarsi: siate ottimisti, dice Berlusconi,
ricominciate a consumare, ad investire, a creare. Anche su questo aspetto
non si può dissentire: la fiducia nel futuro è la miglior medicina.
Ma la fiducia nel futuro non ha niente, ma proprio niente, a che vedere
con la stupidità: tutto quello che dovrebbe supportare questa fiducia
manca in Italia o è presente in dosi insufficienti.
E non sembra che in futuro andrà meglio: è di oggi la notizia che -
forse - non sfonderemo quel famigerato 3% nel rapporto debito/PIL. Il
problema è che non lo superiamo soltanto di un soffio e che comunque
dovremmo cercare di intaccare in meglio sia il numeratore che il denominatore,
mentre invece il debito cala di poco e il PIL ristagna da tempo al limite
della recessione. Il d.d.l. sul risparmio arranca faticosamente ed è
sempre più brutto nei contenuti, quello sulla competitività - ammesso
che venga licenziato dal Consiglio dei Ministri - sta diventando un
dinosauro le cui dimensioni lo impantaneranno appena fatti primi passi.
E ci fermiamo qui per carità di patria (letteralmente!).
Proponiamo un patto al Presidente del Consiglio: non parliamo più di
declino e la smettiamo di evocarlo, se il suo Governo realizza anche
soltanto la metà delle misure realmente utili al Paese. Aggiungendo
una postilla, lo ammettiamo un po' maligna: che non ci bastano gli annunci.
Da subito cancelliamo la parola "declino" dal vocabolario e torniamo
a parlare di Giovanni se però il suo Governo mette seriamente in cantiere
quello di cui c'è bisogno. Ma su questo, ci consenta on. Berlusconi,
non riusciamo ad essere ottimisti…
7 marzo 2005

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