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Anche se la correttezza è fuori discussione, ci vuole una riforma
per ridare all'Istat la credibilità perduta
di Donato Speroni
Quest'articolo richiede una premessa autobiografica.
Sono stato responsabile della comunicazione esterna dell'Istat dal 1994
alla fine del 1998, dapprima come consulente, poi come dirigente interno
all'istituto di Via Balbo a Roma. Furono anni di lavoro per me molto
belli, perché, con il pieno appoggio del presidente di allora, Alberto
Zuliani, ebbi la possibilità di studiare le tecniche di diffusione dei
prodotti della statistica pubblica in uso nei paesi più avanzati e applicarle
all'Italia. Avevo già lavorato in altri enti pubblici (nel 1979 -1980
ero stato tra i direttori centrali dell'Eni, esperienza che terminai
ben presto ritornando al giornalismo) e mi sorprese piacevolmente di
scoprire tra i dirigenti dell'Istat (e buona parte del personale) un
ambiente libero da condizionamenti partitici, dominato da competenza,
forte attaccamento e orgoglio per il proprio ruolo. Ho lasciato l'Istat
con dispiacere, per una di quelle complicate vicende previdenziali che
contribuiscono a irrigidire il nostro mercato del lavoro; conto ancora
nell'Istituto molti amici e moltissime persone che stimo: tra queste,
Vittoria Buratta, la dirigente che ha offerto le sue dimissioni per
la debacle informatica che ha colpito l'Istat il 1° marzo e che ha reso
impossibile la diffusione dei dati sul Prodotto interno lordo. Personalmente,
per quello che può valere, sarei pronto a mettere la mano sul fuoco
sulla sua correttezza. Se anziché cercare (purtroppo inutilmente) di
fare miracoli per far funzionare le cose nonostante la carenza dei mezzi
tecnici, Vittoria si fosse barricata dietro il classico "non possumus"
del burocrate pubblico quando gli tagliano i finanziamenti, nessuno
avrebbe potuto dirle niente.
Fatta questa premessa, bisogna pur dire che che questi per l'Istat
sono "anni orribili", come già avevo segnalato in un precedente articolo
su questo sito. Il changeover all'euro e le conseguenti polemiche sull'inflazione,
la necessità di far fronte a standard internazionali sempre più stringenti
con risorse calanti, la concorrenza d'istituti privati che sgomitano
con ricerche taroccate per ottenere attenzione, la confusa contestazione
delle Regioni che vorrebbero costituire tanti sistemini statistici locali,
hanno appannato l'immagine e scatenato polemiche sulla credibilità stessa
dell'Istituto. Ci mancava solo la cancellazione degli hard disk della
Contabilità nazionale e le polemiche sul rapporto tra il disavanzo e
il Pil.
Il centrosinistra, che avrebbe tutto l'interesse a difendere l'Istat,
perché nei suoi numeri si possono trovare le più consistenti critiche
all'operato di questo governo, ha invece cavalcato superficialmente
i malumori sul fatto che il rapporto disavanzo/Pil era stato alla fine
conteggiato ad un provvidenziale 3% (su questo calcolo si veda l'analisi
tecnica di Giuseppe Pisauro e Silvia Giannini su lavoce.info). Oltre
al durissimo giudizio di Vincenzo
Visco, si sono esposti in queste critiche anche politici ed economisti
solitamente molto misurati nei loro giudizi, come Pierluigi
Bersani e Giacomo Vaciago.
Vanno registrate successive autocritiche da parte di economisti di centrosinistra
come
Nicola Rossi, ed anche una tirata d'orecchi del Sole 24 Ore, in
un editoriale del 3 marzo, perché negare validità alla statistica pubblica
è quanto di peggio possa fare un paese che ha bisogno di credibilità
nell'arena internazionale. Ma ormai la frittata è fatta: come un Eurispes
qualsiasi, anche l'Istat è "credibile" o "non credibile" a seconda degli
interessi politici.
Io non credo che l'Istat abbia diffuso statistiche aggiustate, però
può farmi velo la mia visione per certi versi ancora "interna", come
spiegavo in premessa. Poniamoci però una domanda teorica, entrando consapevolmente
su un terreno scivoloso: è possibile che l'Istat, o un altro istituto
di statistica pubblico che opera nel contesto europeo, trucchi i dati?
La mia risposta è: in certi casi sì, in altri no. E spiego. Credo che
la trasparenza delle procedure di raccolta ed elaborazione renderebbe
molto difficile truccare le grandi rilevazioni sul territorio, come
quelle sul costo della vita o quelle sulle forze di lavoro. Si può discutere
sui "pesi" attribuiti ai diversi consumi per ponderare l'indice dei
prezzi o sulla definizione di "persona occupata" nella rilevazione forze
di lavoro, ma via, è inimmaginabile (oltre che tecnicamente quasi impossibile)
che qualcuno nella notte alteri i computer per ottenere un risultato
più gradito sui prezzi o sui disoccupati.
Tuttavia, quella branca della statistica economica che viene definita
"contabilità nazionale" è un mondo a parte e non a caso gli statistici
che fanno questo lavoro sono da sempre i più esposti a pressioni da
parte del potere politico. La contabilità nazionale non è una rilevazione
sul campo, ma un'elaborazione a tavolino sulla base di decine e decine
di serie storiche, attesissima perché fornisce tra l'altro il Prodotto
interno lordo, cioè l'indicazione statistica più importante. Della contabilità
nazionale fanno parte anche le elaborazioni relative al settore pubblico,
che avvengono, per necessità, in continua interazione col ministero
dell'Economia, sulla base dei criteri contabili dettati da Eurostat,
ma con ampi margini di opinabilità. Si possono forzare questi dati verso
determinati risultati? Teoricamente sì. Alla fine, l'imbroglio verrà
probabilmente fuori, come nel caso della Grecia
che ha dovuto correggere il suo rapporto deficit/Pil per il 2003 dall'1,7
al 4,6 per cento, ma passata la festa…
Insomma, la contabilità nazionale è una faccenda delicata; l'autonomia
e la credibilità dell'Istituto che ne sforna i dati sono un bene preziosissimo.
Come tutelarle? Purtroppo i fatti degli ultimi anni dimostrano che non
basta più la risposta consueta di Via Balbo, e cioè che l'autonomia
è costruita nei fatti, in anni di rispettabile lavoro. Ci vuole anche
qualche correzione formale.
Già in occasione dei 70 anni dell'Istituto, nel 1996, si tentò una campagna
per la costituzionalizzazione dell'autonomia statistica ("la magistratura
del dato") proprio perché si temeva il peggioramento del clima politico
dovuto al sistema bipolare. L'Istat trovò però uditori distratti sia
a sinistra che a destra e abbandonò la partita.
Una prima alternativa potrebbe consistere nella modifica dei momenti
di condizionamento dell'Istituto da parte del potere politico, che oggi
sono sostanzialmente tre:
- le nomine dei vertici (il presidente Luigi Biggeri scade il 31 maggio
di quest'anno);
- il finanziamento delle spese dell'Istituto nella legge di bilancio;
- l'approvazione annuale, da parte del Cipe, del programma statistico
nazionale, che elenca le indagini pianificate dall'Istat e dagli altri
soggetti della statistica pubblica per i tre anni successivi.
E' però molto difficile intervenire su questi snodi. L'avallo del Cipe
è puramente formale, sui finanziamenti ci sarà comunque poco da scialare
e l'esperienza Rai, dove il Consiglio di amministrazione è nominato
dai presidenti delle due camere, dimostra che nell'attuale clima politico
è comunque difficile trovare una soluzione non lottizzata.
E allora? Se non si può "blindare" l'Istat, si può almeno costruire
il consenso sul suo lavoro. Una via d'uscita potrebbe essere quella
di rafforzare il ruolo della Commissione
per la Garanzia dell'Informazione Statistica, che la legge 322/89
aveva incaricato del controllo delle attività della statistica pubblica
(quasi fosse una sorta di vera e propria authority della statistica),
ma che in realtà è accasata presso la Presidenza del Consiglio (e quindi
non è autonoma), dispone di mezzi limitatissimi ed è composta di nove
membri, di cui tre dirigenti pubblici e sei professori ordinari, tutti
abituati ad operare in forte interazione con l'Istituto, come è normale
che accada tra i docenti di economia e statistica.
Dato che la fruizione statistica non è più limitata agli addetti ai
lavori, la commissione andrebbe aperta agli utenti, cioè ai rappresentanti
delle parti sociali, delle regioni, degli enti locali e dei consumatori,
contribuendo così a svuotare molte polemiche pretestuose. E magari ad
esperti esteri: già oggi la legge prevede la possibilità di nominare
cittadini di altri paesi dell'Unione, ma credo che questa possibilità
non sia mai stata sfruttata.
Sarebbe utile una riforma che trasformasse la Commissione, oggi poco
più che un ectoplasma nonostante il valore dei suoi membri, in un efficace
controllore che interagisca criticamente con i processi di produzione
dell'Istat e dell'intero sistema statistico nazionale e che quindi ne
garantisca la credibilità? Penso di sì. Sarebbe sufficiente? Certamente
no, perché possiamo creare il sistema statistico più bello del mondo,
ma se i politici continueranno nel malvezzo di credere solo nei dati
che confermano le loro tesi, indipendentemente dal valore della fonte,
tutte le riforme del sistema statistico nazionale saranno inutili. Un
difettuccio simile affliggeva i governanti dell'ex Ddr, la Germania
comunista, che usavano solo i dati "politicamente corretti". Finirono
col credere alle loro mistificazioni, sbagliando tutte le scelte politiche
perché senza statistiche valide non si può governare. Sappiamo com'è
andata a finire.
7 marzo 2005

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