Anziché lasciare che la storia si ripeta, dovremmo trarne insegnamento per fermare il declino finché siamo in tempo
di Antonio Gesualdi

E se l'Italia fosse fatta così? A periodi di prosperità economica, anche non programmata, succedono lunghi periodi di declino. Se fosse questo il Dna del nostro Paese non sarebbe meglio rendersene conto e cercare di contrastare il peggio? Certo è meglio il fatalismo: più comodo, meno stressante, richiede meno sacrifici volontari. Il dubbio di un "temperamento" specifico dell'Italia viene con la lettura di un testo chiaro e dal titolo altrettanto fulminante: "il declino economico dell'Italia". Si tratta di un articolo apparso col titolo originale "The decline of Italy: the case of a fully matured economy" nel 1952 in The economic hystory Review a cura di Carlo M. Cipolla. Nell'articolo, rivisto successivamente, si sostiene che all'inizio del Seicento l'Italia - o meglio l'Italia centro-settentrionale - era "una delle aree economicamente più sviluppate dell'Europa occidentale con livelli di vita per quei tempi eccezionalmente alti. Verso la fine di quello stesso secolo l'Italia era già diventato uno dei paesi più depressi e arretrati di tutta l'Europa". Cosa era accaduto? Qui, per motivi di brevità, mi pare interessante riportare alcuni brani dell'articolo di uno dei nostri maggiori storici dell'economia, pregandovi solo di fare un'operazione mentale durante la lettura: immaginare che si stia parlando dell'Italia di oggi. Noterete affinità sconcertanti. "Bisogna ammettere che le cifre ed i fatti che ho citato tendono ad esagerare le dimensioni del declino dell'economia italiana. Anzitutto perché si riferiscono per la maggior parte ad un settore tra i più colpiti, cioè il settore tessile. Poi perché si riferiscono ai centri maggiori. Sappiamo per certo che se nella maggior parte delle più grosse città vi fu un drastico fenomeno di declino, in centri minori o addirittura rurali vi fu un fenomeno di espansione manifatturiera." ... "Un punto preliminare da chiarire è il seguente: la prosperità economica dell'Italia ancora alla fine del XVI secolo così come nei secoli precedenti dipendeva fondamentalmente da massicce esportazioni di prodotti manifatturati (soprattutto tessili) e da un ampio volume di esportazioni invisibili sotto forma di servizi bancari e armatoriali. L'intera struttura economica del paese dipendeva dalle capacità di vendere all'estero una notevole proporzione dei beni manifatturati e dei servizi che poteva produrre. Con la seconda metà del Cinquecento, altre nazioni svilupparono su scala e con metodi nuovi le loro attività manifatturiere, armatoriali e bancarie. I loro prodotti ed i loro servizi vennero a competere vittoriosamente con quelli italiani e dai primi del Seicento l'Italia vide chiudersi uno dopo l'altro tutti i suoi principali mercati di sbocco stranieri. La "pannina" inglese ed olandese e le seterie francesi per esempio non solo eliminarono i tessili italiani sui mercati di Francia, d'Olanda e d'Inghilterra, ma tra il 1600 ed il 1680 si imposero inesorabilmente anche su quegli altri mercati d'Europa, del Nord Africa e del vicino Oriente che s'erano sino allora approvvigionati con prodotti italiani. Esempio del collasso delle esportazioni italiane sono i dati di Genova e Venezia: la prima era passata da un introito sui tassi di esportazione di 5.000 scudi d'argento a poco più di 800 in media l'anno. Venezia, che riusciva ad esportare 25.000 panni nei porti del Mediterraneo, a fine Seicento non ne esportava più di 100 (cento!). Il motivo di questo tracollo? Gli altri esportavano a prezzi più bassi. Ma perché gli altri esportavano a prezzi più bassi? "I prodotti italiani erano in genere di miglior qualità. Le manifatture italiane, un po' per orgoglioso tradizionalismo, ma soprattutto perché condizionate dalle tradizionalistiche regolamentazioni corporative, persistettero a produrre con metodi antiquati articoli eccellenti ma oramai fuori moda. Nel campo dei tessili, per esempio, Inglesi, Olandesi e Francesi invasero il mercato internazionale con prodotti più leggeri, meno resistenti e di colori più vivaci. Era senza dubbio merce più scadente di quella italiana; ma costava molto meno e piaceva di più." Ma i prodotti italiani costavano di più anche per tre altri motivi: "L'eccessivo controllo delle corporazioni", "la pressione fiscale negli Stati italiani sembra essere stata troppo alta e mal congegnata" e "il costo del lavoro sembra esser stato troppo elevato in Italia rispetto ai livelli salariali dei paesi concorrenti". Così arriva "il drastico declino delle esportazioni che si protrasse per decenni via via aggravandosi; un prolungato processo di disinvestimenti manifatturieri, bancari e armatoriali; la tendenza delle manifatture a spostarsi dai tradizionali centri urbani a nuovi centri rurali o semirurali. Quest'ultimo fenomeno era a sua volta conseguenza delle seguenti circostanze: il costo del lavoro era meno alto nei centri minori che nei maggiori; nei centri minori e in campagna era più facile sfuggire sia alla vigilanza degli organi fiscali che ai controlli restrittivi delle corporazioni". Vi dice niente, a questo proposito, il lavoro nero e sommerso di oggi? "Alla fine del Seicento l'Italia non aveva più le sue manifatture né la sua organizzazione bancaria e armatoriale. Così l'Italia cominciava la sua carriera di paese ad un tempo depresso e sovrappopolato. Il punto chiave attorno al quale ruotano tutte le sfortune dell'Italia fu l'incapacità di questo paese dalla fine del Cinquecento a sostenere le sue esportazioni. Tra il 1620 e il 1700 la parità argentea della lira genovese diminuì del 30%; quella della lira milanese del 20%, quella della lira veneziana del 15%. Queste svalutazioni potevano in parte alleviare almeno temporaneamente la situazione rendendo meno cari i prodotti italiani in termini di unità monetarie straniere: ma evidentemente nel lungo andare non bastarono - come non bastano mai le manipolazioni monetarie nel lungo andare a sopperire ai fatti fondamentali connessi con la produzione e gli investimenti. La domanda effettiva estera di beni e servizi italiani cedette e questo cedimento ebbe un effetto moltiplicatorio in senso negativo anche sulla domanda interna." Come andò a finire? Basta guardare i dati della nostra economia di oggi a partire da un indizio: il settore che "resiste" è quello alimentare. "Alla fine del Seicento l'Italia importava su ampia scala manufatti da Inghilterra, Francia e Olanda. Ed esportava oramai prevalentemente solo materie prime e semilavorate: olio, grano, vino, lana e seta grezza... Da paese sviluppato prevalentemente importatore di materie prime ed esportatore di manufatti e servizi l'Italia era divenuta così un paese sottosviluppato prevalentemente importatore di manufatti e servizi ed esportatore di materie prime...". "Il caso dell'Italia seicentesca - conclude Cipolla - è comunque un buon esempio degli effetti distruttivi di un processo di aggiustamento abbandonato ad un'automatica deflazione secolare." Non vi sembra che oggi si ripetano tutte queste posizioni? E vogliamo ripetere la storia o combatterlo questo declino?

3 marzo 2005