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Solidarietà nazionale per la competitività: è possibile, cominciando dall'action plan
di Donato Speroni
Superare gli schieramenti e remare tutti nella stessa direzione, sognando una solidarietà nazionale "sul modello di quanto si è fatto per il terrorismo o oggi si fa per Giuliana Sgrena": questo è il sogno di Pietro Lunardi, ministro delle Infrastrutture, confidato al Quotidiano nazionale di Nazione, Carlino e Giorno. Lunardi si riferisce alle grandi opere, ma l'auspicio può valere anche in altri campi nei quali l'Italia perde terreno a seguito dell'impossibilità di esprimere una politica condivisa, a cominciare dalle misure di rilancio della competitività.
In questo clima di contrapposizione esasperata, che andrà via via peggiorando con l'avvicinarsi delle tornate elettorali, esiste davvero la possibilità di una "solidarietà nazionale contro il declino"? Il pessimismo è d'obbligo, però alcuni segnali autorizzano a sperare. E' vero, ci sono ancora politici che si ostinano a difendere l'indifendibile, asserendo che tutto va bene con questo governo oppure che tutto andava bene prima di questo governo. Ma basta una rapida scorsa alle cronache recenti per constatare un diffuso consenso, tra quelli che non sono costretti a difendere a tutti i costi il bidone della politica economica del bipolarismo, su alcuni punti.
- Il declino c'è: ormai nessuno lo mette in discussione. Il successo riscosso nell'ultimo convegno di Società Aperta, a coronamento di una battaglia di due anni condotta dapprima in solitudine da un gruppo di amici, poi sempre più condivisa, ne è indubbia conferma. Anziché colpevolizzare chi segnalava il declino, si comincia a discutere seriamente sulle cause e sui rimedi.
- Le colpe del declino sono equamente condivise, perché la crisi strutturale del Paese dura da molti anni. L'avvento dell'euro, togliendo il paracadute della svalutazione della lira, ha peggiorato la situazione, senza che invece le piccole imprese fossero in grado di cogliere le opportunità offerte dal ribasso del costo del denaro espresso nella moneta comune.
- Sulle ricette ci sono molte convergenze, a cominciare dal fatto che le riforme più importanti sarebbero probabilmente quelle senza spese, di sburocratizzazione del contesto in cui operano gli imprenditori italiani. Ma la semplificazione non è così facile perché gli iter burocratici servono a far valere un potere o a diminuire una responsabilità: due funzioni a cui gli amministratori pubblici difficilmente rinunciano.
- Il sistema politico attuale non è in grado di esprimere una strategia compiuta e di portarla a compimento. Ne è un'evidente dimostrazione il tormentone dei provvedimenti sulla competitività: anche questa settimana vedremo qualche passo avanti, certamente non risolutivo. Centrodestra e centrosinistra sono divisi al loro interno da personalismi (Marzano o Siniscalco?), ideologie (liberismo o interventismo?) e anche da disegni strumentali, perché certi inviti a "lasciar fare al mercato" da parte di economisti di centrosinistra diventati più realisti del re possono anche tradire la voglia di lasciar peggiorare la situazione per favorire il cambiamento di maggioranza.
E allora? Da dove può partire la "solidarietà sulla competitività"? Per fortuna da una parte e dall'altra ci sono politici che sono disposti a impegnarsi seriamente. Per esempio il responsabile economico dei Ds, Pier Luigi Bersani, prendendo spunto dal primo saldo negativo annuale dal 1992 della bilancia commerciale del Paese ha fatto una dichiarazione all'Ansa nella quale propone "un piano d'azione per l'industria nazionale da istituire rapidamente, da portare in Parlamento e che sia vincolante per tutti indipendentemente da chi sarà alla guida del Paese". E' vero che lo stesso Bersani ha annacquato la sua proposta affermando subito dopo "Credo invece che ancora una volta il governo farà prevalere la propaganda sulla concretezza", ma il seme è gettato e chissà, potrebbe attecchire se dall'altra parte troverà qualcuno disposto a farlo germogliare. Anche nella maggioranza esistono persone decise a cercare soluzioni concrete, come dimostrano gi interventi al convegno nazionale di Società Aperta di Gianni Alemanno e Bruno Tabacci.
Il piano d'azione per la competitività è ormai un obbligo europeo, dettato dalla nuova strategia di Barroso, la cosiddetta Lisbona due. Il programma del nuovo presidente della Commissione prevede infatti che in ogni stato dell'Unione sia nominato un "Mister Lisbona" incaricato di promuovere le azioni per il recupero di competitività e la promozione dell'occupazione nel contesto del programma europeo, curando appunto l'attuazione di piani d'azione nazionali.
Si potrebbe proporre che il Signor Lisbona italiano non fosse né un ministro né un uomo schierato, ma una figura scelta concordemente da maggioranza e opposizione, magari su consiglio del Presidente della Repubblica che su questo tema ha dimostrato di avere idee molto chiare. Si potrebbe addirittura immaginare che la scelta fosse preceduta da un confronto sereno sulle cose da fare e non sul palleggio delle passate responsabilità. Si potrebbe sperare che a quest'opera condotta con indipendenza dai poli fossero chiamati a partecipare in funzione consultiva associazioni datoriali e sindacati dei lavoratori e che questi ultimi vi partecipassero nel quadro di una concertazione non parolaia ma concreta. Si potrebbe... continuare a lungo, in questo sogno che forse è soltanto un sogno. Però è accaduto più volte, in Italia, che la spinta a fare cose impossibili venisse dall'Europa. E le riforme si sono fatte: potrebbe accadere ancora.
23 febbraio 2004

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