Oggi le imprese offrono meno "bad jobs"
e questa svolta cambierà i flussi migratori
di Antonio Gesualdi

I più recenti studi sulle dinamiche politiche ed economiche dimostrerebbero un'autonomia molto alta tra i due ambiti. Ci sono questioni puramente politiche di consenso e governo e questioni puramente economiche con rispettive regole e andamenti. Così come non sono dimostrate regole che associno sistematicamente andamenti demografici ad andamenti economici e viceversa. Piuttosto si diffonde l'opinione che lo sviluppo economico è correlato con le evoluzioni della mentalità. Il vero motore del progresso o del regresso è la mentalità. Ma si dà il caso che la mentalità è anche politica!

Se questo è vero, non possiamo non accorgerci di quanto è accaduto finora, per cercare di prevedere il prossimo futuro. L'immigrazione nel nostro Paese, soprattutto quella marocchina che è la più antica e numerosa, è cominciata in modo massiccio agli inizi degli anni ottanta (de Sarno Prignano, El Mouaatamid, Paterno - 2003). Si tratta sempre, come in questi casi, di fenomeni legati più alle condizioni e alle evoluzioni dei paesi di origine che a quelli di arrivo. Quindi, per molti aspetti, i paesi di destinazione subiscono l'immigrazione, non la programmano.

Agli inizi si è trattato di un'immigrazione di manodopera utile soprattutto per coprire quei lavori che gli italiani non volevano più fare. Oggi l'immigrazione copre per il 15% anche lavori più sofisticati, ma comunque abbiamo un buon 85% di lavoro immigrato che è destinato ai cosiddetti "bad jobs".

Dunque l'immigrazione è cominciata prima che gli imprenditori - soprattutto quelli del Nordest - cominciassero a chiedere manodopera per le proprie aziende, anche per calmierare i costi troppo alti del lavoro. Se questi sono i fatti, la sequenza reale allora è un'altra rispetto a quella divulgata: più immigrazione, più offerta di lavoro, più domanda, ma diminuzione dei salari, più consumi, più produzione e più profitto.

In questo scenario ricerca, sviluppo, innovazione, logistica, nuove organizzazioni verranno rimandate se l'export tiene e i consumi interni, in assoluto, aumentano.

Se questo ritmo è reale, logica vuole che l'immigrazione di "bad jobs" contribuisce a rallentare i processi di innovazione e sviluppo delle aziende. Oggi in Italia sono censiti circa 1,3 milioni di stranieri che lavorano regolarmente e dunque è credibile che sia stata questa massa di persone disponibili al lavoro a contribuire a rendere conveniente il mantenimento di processi di lavorazione e di prodotti tradizionali.

Quando la globalizzazione, come sta accadendo, manderà fuori mercato anche quei manufatti prodotti con processi vecchi e lavoratori a buon mercato, crescerà la richiesta di innovazione, di sapere e quindi di ricerca e sviluppo. Gli imprenditori del Nordest, infatti, oggi non chiedono più manodopera a più basso costo, ma ricerca e innovazione, appunto. Tutto sta, ora, nel capire se è stato raggiunto un tale livello di stasi e di ritardo per cui sarebbe più conveniente importare perfino i cervelli.

La questione immigrazione, allora, è molto più complessa di quanto appaia, tanto che, nello stesso Nordest, nel 2000, si pensava che nell'età tra 15-50 anni la fascia avrebbe registrato una calo di 500mila unità; poi la cifra è stata più che dimezzata (200mila) e infine è stato sostenuto che fino al 2021 non ci saranno notevoli cambiamenti perché tutti i lavoratori di allora sono già nati.

Uno studio retroattivo ("Siamo pochi o siamo troppi?") dimostra, ad esempio, che la media delle previsioni fatte negli anni ottanta per il 2000 spingeva a farci credere che per la fascia di lavoro attivo avremmo avuto bisogno di 250mila extracomunitari. In realtà, all'inizio del millennio, in Italia lavoravano oltre 1,3 milioni di extracomunitari. Un errore macroscopico di previsione in ribasso, evidentemente basato solo sui dati del mercato del lavoro e che non prendeva in considerazione le evoluzioni delle mentalità globali. L'immigrazione non è solo una questione di lavoro, ma di prospettiva di vita.

Se le cose stanno così ed aumenta, come sta accadendo, la richiesta di innovazione e sviluppo mentre diminuisce quella di extracomunitari, dobbiamo intendere che è partita dallo stesso mercato del lavoro (impresa, sindacati, associazioni) la richiesta di controllare meglio l'immigrazione se non, addirittura, di fermarla?

21 febbraio 2005