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L'analisi dei dati sul mercato del lavoro evidenzia la singolarità del caso italiano
di Alessandra Servidori
Sui temi del declino economico assistiamo ad una crescente ridda di esternazioni, a volte autorevoli, spesso contaminate da una vis polemica che ne offusca l'obiettiva analisi. E' bene invece ancorare questa analisi alle trasformazioni obiettive del mercato del lavoro. L'esame della sequenza storica degli andamenti del mercato del lavoro - nel contesto degli indicatori economici più generali - evidenzia, se ancora ce ne fosse bisogno, la singolarità del caso italiano: cresce l'occupazione, cala la disoccupazione nonostante lo stentato sviluppo economico.
Indicatori del mercato del lavoro (1992-2006)
| Indicatori |
1992-1997 |
1997-2000 |
2000-2003 |
2003-2006 |
1. tasso di attività (variazione media annua in %) |
0,1 |
0,7 |
0,8 |
0,4 |
2. tasso di occupazione (variazione media annua in %) |
- 0,2 |
0.8 |
1,2 |
0,5 |
3. tasso di disoccupazione (variazione media annua in %) |
0,4 |
- 0,4 |
- 0,6 |
- 0,3 |
4. occupazione (teste) (variazione media annua in %) |
- 0,5 |
1,3 |
1,6 |
0,8 |
5. occupazione (unità di lavoro equivalenti) (variazione media annua in %) |
- 0,1 |
1,1 |
1,1 |
0,7 |
6. PIL (variazione media annua in %) |
2,1 |
2,2 |
0,8 |
1,7 |
7. elasticità occupazione/PIL (valori medi annui) |
- 0,1 |
0,5 |
1,4 |
0,4 |
8. produttività (variazione media annua in %) |
2,2 |
1,0 |
- 0,3 |
1,0 |
Fonte - Isae, 2005
I dati di elaborazione Isae parlano da sé, nella loro evoluzione e con riferimento ai diversi periodi considerati. E' utile osservare l'arco di tempo compreso tra il 1992 e il 1997 (l'anno in cui vennero assunte le prime misure di riforma del mercato del lavoro secondo regole e criteri di flessibilità); a fronte di una crescita media annua significativa del Pil, si nota un andamento critico del mercato del lavoro nel senso che diminuisce l'occupazione ed aumenta la disoccupazione. Parallelamente è in crescita la produttività del lavoro. In questo periodo le imprese preferiscono effettuare investimenti labour saving piuttosto che far fronte ai picchi produttivi ricorrendo a nuove assunzioni. La realtà economica di quei tempi non troppo lontani produceva effetti con tratti apparentemente paradossali. L'Italia era un Paese ad intensa innovazione di processo (solitamente a risparmio di lavoro), mentre più modesta era l'innovazione di prodotto. Secondo i dati Ocse dall'inizio degli anni '70 fino alla fine degli anni '90, nel settore privato, il capitale fisso per addetto era aumentato del 37% negli Usa e del 125% in Italia. A questa tendenza si accompagnò il fenomeno della frantumazione del tessuto delle imprese.
Nel settore manifatturiero -dati Banca d'Italia - la quota di occupati con più di 500 addetti era del 31% nel 1971; scese al 19% nel 1991 e al 15% nel 1996. Su questa realtà (che non si è più modificata sul piano della struttura produttiva e che è alla base del lamentato "declino") hanno influito positivamente - la circostanza è ampiamente riconosciuta al nostro Paese sul piano internazionale ed europeo - i provvedimenti di riforma del mercato del lavoro, tanto (e soprattutto) il pacchetto Treu quanto la legge Biagi. Il segno del cambiamento emerge con chiarezza nel quadriennio 2000-2003: l'occupazione cresce mediamente dell'1,6% (in valori assoluti) e dell'1,1% (come unità di lavoro equivalenti) mentre la disoccupazione diminuisce dello 0,6%. Nel contempo la produttività decresce mediamente dello 0,3%. Ciò sia in rapporto alle caratteristiche della nuova occupazione (si vedano i dati sulla flessibilità dell'impiego), sia per un altro motivo molto ovvio: lo sblocco del mercato del lavoro fa sì che si produca la medesima quantità di beni (il Pil cresce, infatti, mediamente dello 0,8%) con un numero maggiore di occupati.
Quanto alle prospettive future, la situazione dovrebbe meglio equilibrarsi. Nel periodo 2003-2006, infatti, è previsto il proseguimento degli standard positivi per quanto riguarda il mercato del lavoro (più occupazione, meno disoccupazione, maggiore produttività), a fronte di una dinamica più sostenuta dello sviluppo (una variazione media annua dell'1,7%). A ridosso di tali trend esiste anche una questione attinente alla contrazione demografica (che emerge osservando la scarsa dinamica del tasso di attività) e che rende testimonianza di una riduzione della popolazione in età di lavoro. In ogni caso le tendenze del mercato del lavoro meriterebbero più attenzione e soprattutto valutazioni più obiettive e serene; soprattutto quando si parla di mercato del lavoro e dell'occupazione femminile che è quella che in termini assoluti continua a crescere. Infatti il tasso di occupazione femminile ha già doppiato, con il 53% la boa del traguardo intermedio del 2005 e ha ottime probabilità di raggiungere nel 2010 l' obiettivo prefissato dalla Unione europea: che la comunità europea si è data: il 60% di donne occupate sul totale della popolazione in età di lavoro.
16 febbraio 2005
Sullo stesso tema si veda l'articolo di Chiara Saraceno sulla Stampa dell'8 febbraio

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