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Un tavolo a tre per affrontare il problema dell'industria automobilistica europea
di Enrico Cisnetto, Il Messaggero, 6 febbraio 2005
Comunque vada a finire il braccio di ferro tra Fiat e General Motors è del tutto evidente che al Lingotto occorre un nuovo partner internazionale. Ora i casi sono tre: si mette d'accordo con una casa europea, sceglie il top rappresentato dalla Toyota, azzarda un'intesa con i cinesi (tra il 2005 e il 2011 la metà del 18% di domanda mondiale aggiuntiva di auto verrà dal Pacifico). Le ultime due soluzioni sono, per motivi opposti, assai intriganti. Ma per un momento vale la pena di fare una riflessione di tipo diverso, orientandoci sull'ipotesi europea.
Partiamo dal presupposto che dei 60 milioni di auto che oggi si producono a livello planetario, le quote rappresentate da Bmw, Volkswagen-Audi-Seat, Renault-Nissan, Peugeot-Citroen e dallo stesso gruppo Fiat (la componente europea di DaimlerChrysler è marginale) non vanno complessivamente oltre un quarto. Questo significa che non esiste solo il problema Fiat ma anche quello dell'industria automobilistica continentale, e della sua capacità di mondializzarsi. E allora, è così assurdo pensare che la questione torinese possa essere affrontata in un contesto più largo? Io penso che tra statalisti che sognano il ritorno dello Stato gestore invocando un intervento pubblico nella Fiat, e liberisti che si limitano a dire "chissenefrega", ci sia lo spazio per una posizione terza: un tavolo Italia-Francia-Germania - formato da governi e aziende - per creare un "campione europeo" delle quattro ruote.
Certo, le difficoltà sono molte, ma provarci significherebbe tornare finalmente alla politica industriale, e per di più a l'unico livello in cui oggi ha senso farla, quello continentale. Pensate forse, cari lettori, che il liberista (pragmatico) Bush non s'interessi della crisi della General Motors e delle difficoltà della Ford? O che quando la signora Thatcher decise di abbandonare l'industria manifatturiera non avesse un disegno in testa, cioè concentrare le risorse per fare di Londra la seconda piazza finanziaria del mondo? Dunque, usciamo dalla discussione oziosa se lo Stato e gli enti locali (peggio) debbano o meno diventare azionisti della Fiat - non a caso nello scontro i due contendenti sono la Fiom e la Lega - e per capire il da farsi cominciamo ad analizzare le scelte (di centro-destra) dei francesi. Prima la "dottrina Sarkozy": costruire "campioni nazionali" capaci di diventare "campioni europei", o mangiando i più piccoli (vedi Edf con Edison) o negoziando ai tavoli delle integrazioni e dei consorzi (vedi Airbus). Ora il progetto elaborato da un tecnocrate con i cromosomi del civil servant, quel Jean-Louis Beffa amministratore delegato della Saint-Gobain che Chirac ha messo alla testa della neonata Agenzia per l'Innovazione con il compito di dedicare risorse non a politiche orizzontali (i fattori) ma a politiche verticali (i settori), scegliendo alcuni ambiti di eccellenza da presidiare.
In Italia, invece, siamo ancora attardati a credere che la risposta alla globalizzazione verrà dal mercato e che al governo spetti solo il compito di flessibilizzare il lavoro e tagliare le tasse, cose sacrosante, ma insufficienti a indurre una ripresa che invece abbisogna di un "progetto Paese", nel quale sembra difficile poter rinunciare a cuor leggero a un peso massimo (e non solo per ragioni occupazionali) come la Fiat.
6 febbraio 2005

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