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L'imposizione fiscale e il costo del lavoro non sono gli elementi chiave della competitività
di Alessandro Rapisarda
Lo scenario economico nazionale attuale è fortemente in crisi, non solo nell'aspetto economico ma anche nella gestione delle imprese. La causa dell'attuale declino economico non può essere imputato esclusivamente ad un euro troppo forte nei confronti del dollaro o all'esplosione economica di paesi come la Cina. Non è una realtà di oggi, ma è da anni che il sistema Italia perde competitività, la produttività non cresce, la forbice tra infrastrutture e imprese aumenta, la spesa privata e pubblica finalizzata alla ricerca non incrementa.
Il rovente termometro della crisi aumenta la sua temperatura, se si evidenziano altri due aspetti importanti. Il rapporto 2004 del World Economic Forum di Ginevra ci colloca al 47esimo posto nella classifica della competitività del sistema paese e risultiamo quindi, retrocessi rispetto ad un anno fa che occupavamo la 41esima posizione. Davanti a noi paesi come la Cina e Botswana. Per chi proponesse la solita tesi, che la causa di "tutto" va ricercata nelle solite inefficienze dello Stato, inviterei a verificare l'indice della competitività del business, dove l'Italia risiede al 34esimo posto a rincorrere Portogallo, Tunisia e Slovenia, mentre paesi come Stati Uniti, Finlandia e Germania risiedono sul "monte Olimpo", ovvero sul podio a distanze ragguardevoli dalla nostra posizione.
Inserita in una situazione economica europea alquanto torbida, la ricerca di una buona strategia economica-sociale e politica diventa maggiormente difficoltosa ed è certo che una forte pressione fiscale e un costo del lavoro poco concorrenziale non semplificano la rimonta ambita da tutti. Però, bisogna fare attenzione a non concentrare unicamente le risorse e le strategie su obiettivi rilevanti, ma che da soli non costituiscono il fondamento del problema, come le tasse e il lavoro, in quanto rischiano di diventare sterili pretesti, soprattutto alla luce di tutti quegli indici economici sociali (fogli, tabelle e graduatorie), come quelle del World Economic Forum. Per analizzare al meglio questo concetto basta evidenziare, che il primo paese in classifica - ovvero la Finlandia, ha una pressione tributaria pari al 46% del prodotto interno lordo, quando in Italia il peso dell'erario si ferma al 43%; Svezia e Danimarca portano un dato maggiormente interessante, in quanto il fisco raggiunge il 50% del Pil e questi stati sono stati allocati nei piani alti della competitività e, comunque, ben lontane dall'Italia.
Continuando a tracciare un'analisi simile per quanto concerne il costo del lavoro, la situazione diventa alquanto curiosa. Gli analisti dell'Economist intelligence unit. hanno calcolato, che il salario medio lordo mensile di un lavoratore dipendente in Italia è pari a 1533 euro circa. In Olanda arriva a toccare i 1935 euro, in Svezia i 1866 euro e in Francia è di 2099 euro. Solo in Spagna si scende a 1253 euro. Con questo non si vuole negare che tagli dell'imposta se rilevanti (2-2,5% del Pil), possono agire positivamente sia sull'offerta che sulla domanda del mercato economico interno di un paese. Inoltre la riduzione del cuneo fiscale è sempre utile, in quanto l'elevato divario tra costo delle imprese e reddito netto ai lavoratori alimenta certamente evasione e lavoro nero. Una riduzione delle imposte, però, non sempre si converte in aumento dei consumi; invero un effetto psicologico, come la preoccupazione per il futuro delle pensioni e dell'assistenza sanitaria pubblica, potrebbe indurre molte famiglie a risparmiare una parte del maggior reddito, anziché ad aumentare gli acquisti. L'esempio di ciò che accade in Germania è notevole: uno dei motivi principali perché da anni l'economia tedesca non cresce è che ogni tentativo di stimolare i consumi trasferendo reddito alle famiglie si trasforma, anziché in acquisti in maggior risparmio. In tre anni le famiglie tedesche hanno aumentato la quota del loro risparmio dal 9,7 per cento al 10,8 del reddito disponibile.
Da quanto fin qui esposto, si rafforza il concetto di non essenzialità degli elementi, tasse e lavoro, quali strumenti di strategia politica ed economica. E' necessario affrontare l'analisi su altri aspetti strutturali che trovano la loro manifestazione al di fuori dal mercato interno del paese, com'è giusto nell' era dell'economia globalizzata.
Abbandonati questi preconcetti, analizzando ulteriormente la situazione del nostro paese e confrontandola con il panorama economico, non solo europeo ma anche mondiale, ci accorgiamo che questo è abitato da una galassia di piccole imprese che costituiscono il 63% del Pil ma che nell'ultimo anno ha tagliato del 21% gli investimenti. Le Pmi sono state la struttura portante del nostro paese, ma non sono state capaci di reagire agli effetti della globalizzazione, che ha dilatato i confini dei mercati ed ha evidenziato i problemi del nanismo. L'Unioncamere ha contato 3.950.000 Pmi su una struttura produttiva europea di circa 20 milioni di imprese. In pratica, il paese del Ue che ha la percentuale più alta di microimprese è l'Italia con il 94%. I dati di Mediobanca dicono che raggruppate assieme queste costituiscono il 63% del Pil, mentre le 3.667 medie aziende del comparto manifatturiero incidono per il 13% sulla ricchezza nazionale. Questo influenza di conseguenza l'ambiente legato agli investimenti di capitale, ovvero la Borsa di Milano, dove vengono quotati titoli per meno di un terzo di quella tedesca. Infatti la maggior parte delle aziende è organizzata a misura del fondatore, che fatica a condividere i programmi di sviluppo con il mercato e con il sistema bancario e la situazione non migliora quando avviene il cambio generazionale. Sono sempre meno gli imprenditori che vogliono osare, questo perchè la maggior parte di essi si è adagiato sui risultati e sulla ricchezza raggiunta; le conseguenze sono, un arricchimento delle famiglie (dell'imprenditore) ed un impoverimento patrimoniale nelle aziende.
Forse manca una cultura del capitale di rischio necessario per realizzare progetti di medio - lungo periodo, per i quali necessita creare risorse di capitale e per farlo bisogna fare confluire le risorse economiche delle Pmi, atte allo sviluppo e alla ricerca di nuove tecnologie. La tecnologia cui l'Italia sembra ambire, ma che di fatto anche in questo campo risultiamo il fanalino di coda dell'Europa e nel G8. Tra investimenti pubblici e capitali privati, il nostro paese destina 13,4 miliardi di euro all'anno in ricerca e sviluppo, solo 1,1% del prodotto interno lordo. Nell'Ue, la spesa complessiva in innovazione tecnologica si aggira intorno all'1,93% del Pil, trainata dalla Germania (2,5%) e dalla Francia (2%), mentre gli Stati Uniti d'America si attestano sul 2,8% e il Giappone sul 3%. Un dato importante è che in Italia la maggior parte dei fondi in questione, ha una derivazione pubblica 6,9 miliardi di euro, mentre quelli derivanti da diversa fonte (le aziende) raggiungono 6,5 miliardi di euro. In percentuale gli italiani coprono il 49,3 della spesa, contro il 64 dei francesi, 71,4 dei tedeschi e il 75,1 degli svedesi.
Attenzione però, perché parlare solo in questi termini generici di investimenti ed in innovazione non ha molto senso, in quanto la ricerca è un pesante sforzo economico, che necessita di un programma preciso è fondamentale per agire in modo efficace. Vanno fatte delle scelte a livello sia di paese che di azienda, bisogna individuare i settori per i quali sia utile investire e che questi siano poi quelli a maggior valore aggiunto.
La tecnologia è una strategia economica del paese, cardine del rilancio di un'economia che ristagna da ormai troppo tempo. Ma i cardini hanno bisogno di essere oleati da una buona politica, che voglia ridurre i costi per le aziende, iniettando nelle loro casse liquidità, utile alle strategie di mercato. Questo può essere fatto non solo con una riduzione della pressione fiscale, che oltretutto crea problematiche di gestione dei conti pubblici, ma bisognerebbe focalizzare le forze per ridurre quei costi che gravano sia sullo stato che sulle aziende, ovvero la burocrazia e la spesa pubblica.
Le strategie di mercato, gli investimenti di medio lungo periodo mirati, rischiano di perdere il loro significato se non si procede verso una deburocratizzazione della pubblica amministrazione. Basti pensare che in Italia per costituire un'azienda sono necessari nove step burocratici, in Francia sette, in Inghilterra sei e negli Usa cinque. Per ottenere un ingiunzione di pagamento in Italia occorrono 1390 giorni, in Francia 75, in Germania 184, in Gran Bretagna 288 e negli Usa 250.
Tra il 1979 e il 1989 Margaret Thatcher rivoluzionò l'economia inglese: ciò che pochi ricordano è che la sua azione fu soprattutto sulla spesa pubblica, le liberalizzazioni e le privatizzazioni, non sulle tasse. Nel 1979, quando venne eletta, la pressione fiscale era il 34 per cento del Pil, dieci anni dopo era al 36,4. La spesa era invece scesa dal 44,8 al 39,2 per cento. Da allora la Gran Bretagna cresce stabilmente più del resto dell'Europa
Ottimizzare la pesante macchina pubblica è importante non solo nello snellimento delle procedure burocratiche, ma anche nell'effettiva funzionalità dei suoi organi. Per riuscire a riavviare l'export nel nostro paese, non bastano solo gli investimenti, la tecnologia, ma ci vuole un' unità di azione, sia da parte delle aziende, ma ancor di più a livello politico. Ecco che le ambasciate ed i consolati, dovrebbero attivarsi maggiormente, per monitorare i paesi in cui sono allocati, stabilendo contatti e allacciando relazioni utili a convenzioni ed accordi. In poche parole la politica dovrebbe diventare il cuneo, atto all'ascesa in campo delle nostre aziende, le quali devono essere già pronte ad inserirsi nel mercato di quel paese. Questa gestione della politica estera, però dovrebbe essere condivisa nelle sue strategie anche dalla classe imprenditoriale, che a sua volta dovrebbe partecipare attivamente con le istituzioni non solo quelle centrali ma anche con le strutture di rappresentanza del nostro paese all'estero, al fine di coordinare al meglio le strategie da attuare.
Concludo dicendo che la competitività di un paese non si determina solamente con due semplici fattori, quali, la pressione fiscale e il costo del lavoro, ma viene influenzata da un insieme di meccanismi di funzionamento interno, sicuramente di carattere economico, politico, ma anche da una cultura delle aziende atte ad un maggior rischio negli investimenti a lungo periodo. Quindi è vero che il nostro paese soffre di un notevole peso dello Stato e del welfare, che incidono sull'alta tassazione, e che risente di una rigidità sul mercato del lavoro simile a quello degli altri paesi europei, ma a questo si aggiungono problematiche di tipo specifico. Carenza di infrastrutture, pochi investimenti in ricerca, un eccesso di burocrazia, mancanza di una buona politica economica estera. Questi sono gli ingredienti base che si mescolano a un tessuto industriale polverizzato in piccole e medie imprese, con pochi capitali da destinare allo sviluppo e un assetto strategico di corto respiro. Un sistema paese che guarda poco il settore del terziario avanzato e che si basa prevalentemente su produzioni manifatturiere e minor valore aggiunto e quindi, soggetto alle forti pressioni concorrenziali delle lavorazioni a basso costo di paesi come la Cina, ovvero dell'economie emergenti.

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