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Berlusconi vuole solo far litigare l'opposizione o pensa davvero a un dibattito serio sul nucleare? di Enrico Cisnetto, Il Messaggero
Finalmente cade il tabù sul nucleare. Come spesso accade, però, anche stavolta si è scelto la superficialità per affrontare un argomento complesso: non sarà certo seguendo la logica della contrapposizione favorevoli-contrari che si risolverà il dilemma dell'opzione nucleare. Primo, perché questa materia, potendo influenzare le fonti di approvvigionamento del Paese, rientra nell'alveo delle cosiddette grandi opere che dovrebbero dare un valore aggiunto al sistema, e necessita quindi di un largo consenso, da ottenersi costruendo una vasta condivisione all'interno della classe politica. Secondo, perché schierandosi semplicemente per un partito e o per l'altro, si rischierebbe una pericolosa deriva ideologica, di cui si sono già visti i contorni dopo la "battuta" di Berlusconi. In particolare, si considera illegittima la proposta di tornare al nucleare per via dei risultati del referendum del 1987. Come se dopo 18 anni, non fosse non solo legittimo, ma anche responsabile, che la classe dirigente di un paese chiedesse a se stessa e ai cittadini di tornare a riflettere su quel tema. Non fosse altro perchè, nello specifico, la tecnologia è molto migliorata e l'innovazione ha prodotto cambiamenti tali da far scongiurare una nuova Cernobyl. Se così non fosse non si capirebbe il risultato di un sondaggio del Corriere della Sera, dal quale emerge che quasi il 70% degli italiani sarebbero disposti a riconsiderare il problema.
Detto questo, da nuclearista convinto credo che la questione andasse posta più seriamente, rispetto alla miccia accesa dal Cavaliere solo per accendere il fuoco delle polemiche all'interno del centro-sinistra su un tema che lo divide (Enrico Letta favorevole, i Verdi contrari, Prodi paladino del carbone). Ora, l'Italia ha l'esigenza di risolvere al più presto il problema dell'alto costo dell'energia e del suo eccessivo approvvigionamento dall'estero (15%), ma considerati i tempi (lunghi) e i modi (costosi interventi pubblici) necessari per mettere a regime un sistema nucleare, non è così che si riuscirà nell'intento. Se l'Italia decidesse oggi di volere il nucleare, si potrebbe godere dei relativi vantaggi soltanto tra un decennio (almeno).
Serietà e buon senso suggerirebbero, invece, che se ne parlasse in sede europea, non essendo accettabile il vuoto legislativo e la capacità di moral suasion in materia da parte dell'Unione. Immobilismo manifestatosi in maniera palese al momento del recente allargamento: già durante i negoziati, infatti, l'Europa dei Quindici avrebbe potuto e dovuto porre come condizione imprescindibile per l'adesione dei nuovi entrati (e dei futuri entranti) la loro disponibilità alla costruzione e allo sviluppo di nuove centrali nei loro territori. Sia perché alcuni Paesi (Repubblica ceca, Slovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Lituania) ne sono già in possesso, e quindi delle azioni a livello europeo avrebbero contribuito a migliorarne gli standard di efficienza e sicurezza (bassi) di quegli impianti, sia perché nell'Est i costi di avviamento e funzionamento sono di molto inferiori a quelli occidentali. Se di Unione si deve parlare, che lo si faccia tenendo presente il livello di coordinamento che la stessa comporta. Insomma, ora più che mai c'è bisogno di una "Maastricht dell'energia". A quando la data?
25 gennaio 2005

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