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La Cisl deve stimolare anche la Cgil all’autonomia dagli schieramenti politici
di Pier Paolo Baretta, Conquiste del Lavoro
L'anno che ci attende è ricco di impegni, a cominciare dal congresso confederale della Cisl. Ma non è retorico dirci che il primo è la solidarietà. Quanto è accaduto in Asia e sulle coste orientali dell'Africa cambia le priorità del mondo occidentale. Di fronte ad una tragedia di queste proporzioni, che richiede non solo aiuti concreti per l'emergenza e la ricostruzione, ma anche interventi strutturali a cominciare dalla cancellazione del debito dei Paesi colpiti, una riflessione sul modello di sviluppo si impone. Troppi ingiustificati squilibri, troppe carenze sociali (igienico sanitarie, assistenziali), rendono moltitudini vittime predestinate di eventi che, pur non del tutto prevedibili, possono venire contenuti nei loro devastanti effetti.
Il secondo impegno riguarda lo sviluppo economico e sociale delle nostre comunità. In una parola: il futuro dell'Europa e dell'Italia. Mentre si dissipano risorse ambientali e materiali, non si affrontano i nodi che proprio la globalizzazione pone alle nostre capacità progettuali, in termini di politica industriale, ricerca, educazione e innovazione. I grandi temi economici e sociali aperti con l'allargamento, la difficile stabilità delle politiche di bilancio, la sostenibilità di un modello di sviluppo fondato sul dialogo sociale rischiano di venire compromessi da atteggiamenti liberisti, burocratici e nazionalistici. Servono, al contrario, politiche positive e buone pratiche. Abbiamo bisogno di governi e di imprenditori attenti non solo alle nuove convenienze e ai nuovi equilibri geopolitici, ma anche a quelli etico sociali. Così come la chiusura localista non ha prospettiva, la sola delocalizzazione degli impianti, subalterna ad una logica di costi, non ci salverà. La Cina è vicina, ma l'impegno a realizzare una politica di sviluppo che assuma il nostro Mezzogiorno, l'Est d'Europa ed il bacino del Mediterraneo come un'area integrata all'interno della quale determinare liberi scambi e processi di localizzazione guidati, può rappresentare una valida alternativa.
Il terzo impegno riguarda la vita e le condizioni di lavoro della gente. Milioni di persone, anche nelle società ricche, vivono di fatiche talvolta troppo grandi per essere sopportate da soli. Ciò significa accoglienza ed integrazione per gli immigrati, lavoro e Welfare per tutti, giovani e anziani. Ma i sistemi di protezione che abbiamo costruito nel '900 si dimostrano ormai inadeguati. I lavoratori sono proiettati in un mercato del lavoro iper flessibile, ma sono privati delle opportunità derivanti dalla formazione e non godono delle protezioni necessarie a gestire la trasformazione che coinvolge ormai tutti i settori del lavoro. Basta pensare all'assenza di ammortizzatori sociali e dello Statuto dei lavori, che converrebbe rinominare come "Statuto delle opportunità dei diritti e delle tutele". La domanda di Welfare è destinata a moltiplicarsi per merito del prolungamento della vita. Le prestazioni sanitarie e previdenziali occuperanno una parte sempre più rilevante dei bilanci pubblici e privati. Ne consegue la necessità una nuova idea di Welfare, in equilibrio tra pubblico e privato, più selettiva ma più diffusa. Ma anche una nuova visione fiscale al servizio di una migliore distribuzione del reddito. Il reddito personale sarà sempre meno il solo parametro per misurare il benessere. A tutto ciò debbono essere indirizzate le politiche pubbliche.
E' con questo scenario che si misureranno i due principali appuntamenti del 2005: per il nostro Paese le ormai imminenti elezioni amministrative; per noi il congresso confederale.
Di fronte ad una scadenza elettorale che si presenta particolarmente impegnativa, anche perché preparatoria di quella politica del 2006, il sindacato è obbligato ad interrogarsi sul suo rapporto con la politica. L'attitudine della Cgil a farsi parte dello schieramento di centro sinistra va da noi corretta innalzando la nostra autonoma capacità di domanda e di proposta all'intera politica ed esplicitando la nostra attitudine negoziale e di interlocuzione. Se, come pensiamo, il voto non basta ad esaurire la democrazia, ma servono le rappresentanze intermedie, i mediatori collettivi che rappresentano le articolazioni della società (il pluralismo "delle" Istituzioni e non solo "nelle" Istituzioni), allora l'autonomia, che non è in discussione, non ci assolve dalla necessità di una presenza più efficace nello scacchiere delle decisioni. La volontà di emarginare il sindacato trova nel centro destra un'acuta, maggioritaria spinta ideologica, con buona pace delle sue componenti riformiste e dialoganti. Ma rischia di essere una malattia contagiosa nella politica bipolare se ci ricordiamo di quanto accadde per la Cisl negli ultimi due anni della precedente legislatura. Inoltre, la modernizzazione ed il post fordismo, fondati sulla scomposizione dei cicli produttivi e sui fenomeni di esternalizzazione e di outsourcing, ma anche sul maggior coinvolgimento dei singoli alle sorti dell'impresa, possono aggiungere sale alla ferita. Ma possono anche aiutare il sindacalismo contemporaneo a rilanciare una propria rinnovata presenza se sceglieremo, almeno, di riformare il modello contrattuale e di rilanciare la democrazia economica, la partecipazione e terremo fermo il modello associativo. E' l'intero sistema di protagonismo sociale e politico del sindacato che va ridefinito attraverso una sapiente azione di proposta-protesta, attraverso una nuova capacità di coinvolgimento-influenza che sappia penetrare nei meccanismi di consenso della politica e dell'impresa.
Tutto ciò sarà più efficace se esercitato unitariamente. Poiché non è in discussione il pluralismo sindacale italiano, sia nelle identità che organizzativo, non deve essere nemmeno in discussione la ricerca della convergenza su obiettivi e piattaforme comuni e su valori di riferimento generali. Dall'unità competitiva al pluralismo convergente: questa è la sfida unitaria che come Cisl dobbiamo lanciare alle altre organizzazioni. Autonomia attiva, programmi riformisti e metodo contrattuale sono i contenuti di una possibile unità di programma e di azione del movimento sindacale italiano.
Per queste sfide serve un sindacato rinnovato anche nella sua fisionomia organizzativa. Decentramento dei poteri, delle funzioni e delle risorse; riequilibrio delle risorse interne da chi ha, a favore di chi ha più necessità; snellimento e semplificazione burocratica e formazione di una nuova generazione di sindacalisti. Tutto ciò dovrà essere affrontato nel nostro ormai imminente congresso. Le tesi dovranno impostare questi ragionamenti, ma sarà il dibattito democratico di questi mesi, a partire dai luoghi di lavoro, che dovrà costruire le risposte. A tal fine resto convinto della scelta di una "nuova unità" interna. Tra un'ipotesi restrittiva di governo a maggioranza ed un unanimismo soffocante, va ricercata una ampia convergenza che porti a sintesi il pluralismo interno. Essa va, con pazienza e tenacia, ma nella chiarezza, costruita ora e custodita ben oltre il congresso, affinché il futuro gruppo dirigente possa interpretare con efficacia le migliori istanze presenti nell'ampio corpo della nostra organizzazione.
10 gennaio 2005

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