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E adesso anche i salami passano agli americani:
una scelta meno rischiosa del quotarsi in Borsa di Davide Giacalone
I salami Fiorucci non sono più italiani, li ha acquistati la statunitense Vestar Capital Partners. Quel marchio umbro è una piccola biografia del made in Italy : nasce in una bottega di Norcia, nel 1850, per poi aprire un negozio anche a Roma, il successo non manca, la capacità di saper sfruttare la pubblicità nemmeno, da qui i nove stabilimenti (otto in Italia ed uno negli USA) e i più di mille dipendenti. Qualche tempo fa matura l'idea di fare un ulteriore salto, del tutto fisiologico, quotando in Borsa la società. E' così che dovrebbe avvenire. Invece arrivano gli americani e comperano, in accordo con il management e con la vecchia proprietà che mantiene una quota del 25 per cento. La quotazione è rinviata a data da destinarsi.
Niente scandali, né funerali. Il fatto che capitali stranieri decidano di impegnarsi in Italia è positivo. Siano i benvenuti, e la crescita, anche nelle dimensioni, delle aziende (se è questo che gli investitori hanno in mente) è un bene. Il punto su cui riflettere, semmai, è un altro: il nostro capitalismo è in ritirata, e piuttosto che impegnarsi nelle frontiere della ricerca e della competizione preferisce sedere su soffici rendite di posizione, magari protette da leggi anacronistiche o da inefficienza di regolamenti e controlli. Il capitalismo italiano preferisce amministrare bollette e pedaggi, il che non è la stessa cosa della riconversione verso i servizi, a suo tempo operata dagli inglesi. Manco per niente.
Anche qui, intendiamoci: con i propri soldi ciascuno fa quello che vuole, ed un capitalista investe dove crede. Ci mancherebbe altro. Ma sempre più spesso capita che i capitalisti nostrani non investano quattrini, ma debiti, il che significa che l'unica politica industriale è, di fatto, nelle mani delle banche. Il che è inaccettabile, oltre che pericoloso. Tanto più che il mercato del credito, a sua volta, è un modello d'inefficienza e conflitti d'interesse.
Non è senza significato, forse, che quando Salvatore Bragantini ha voluto scrivere di queste cose ha dovuto chiedere ospitalità al sito on line lavoce.info, dato che al suo quotidiano, il Corriere della Sera, o non ha ritenuto di proporlo, o glielo hanno restituito al mittente. Insomma, il problema non è quello dei capitali stranieri che comperano pezzi d'Italia, né quello di capitalisti le cui scelte possono essere discusse, il problema è quello di un Paese che non ha un'idea di se stesso, che non ha una politica industriale, che non insegue un approccio che possa collocarlo decentemente nel processo di globalizzazione. Al tempo stesso, però, i deboli poteri che si reggono su sportelli e bollette, sono abbastanza forti da bloccare il sistema interno, politico ed economico. O se ne esce o ci fanno a fette, come il salame.
25 gennaio 2005

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