Nella trappola derivati sono caduti imprenditori avidi e banchieri incompetenti. Ma evitiamo interventi inutili
di Enrico Cisnetto, Il Messaggero

L'azienda Italia cade nella "trappola derivati", ma stavolta non ci sono vittime innocenti da salvaguardare. Anzi, si resta a bocca aperta di fronte alla mole del debito contratto da parte delle aziende attraverso prodotti finanziari sofisticati e rischiosi: la Consob ha calcolato perdite complessive "potenziali" per oltre 4 miliardi di euro, ma la stima potrebbe essere ancora più alta se si considera che il campione di riferimento raggruppa 40mila imprese, vale a dire solo il 65% di quelle che fanno uso di derivati. E non c'è dubbio che i protagonisti della vicenda, banche e imprese nostrane, abbiano giocato una partita poco pulita, danneggiandosi a vicenda nel tuffarsi in investimenti rischiosi. Gli imprenditori si sono rivelati avidi di facili guadagni, e vogliosi di scimmiottare il gioco della grande finanza. Le banche, spinte dagli alti margini che questi tipi di contratto consentono, si sono comportate come piazzisti, dimenticando la loro funzione sociale di sostegno e aiuto al sistema produttivo e il loro mandato alla salvaguardia della stabilità. Tra l'altro, va detto, i banchieri non si sono mostrati nemmeno particolarmente competenti: pur lavorando in mercati molto prevedibili e privi di significative scosse di volatilità da due anni (l'esempio più eclatante è quello dei cambi, dove il dollaro continua a declinare imperterrito), sono riusciti a perdere le loro "scommesse" contro il mercato.

Tutto questo, però, non giustifica la tendenza al tiro a segno indiscriminato sugli istituti di credito che già si è manifestata: l'indice inquisitorio puntato a suo tempo verso le banche per i casi Cirio, Parmalat e bond argentini, oggi sarebbe inammissibile. All'epoca si parlò di poca trasparenza verso i piccoli e ingenui risparmiatori, mentre gli interlocutori in questo caso sono soggetti economici che fanno del rischio la caratteristica precipua della loro attività imprenditoriale. Tanto che la liquidazione immediata e totale delle loro posizioni critiche appare solo un'ipotesi di scuola. Al massimo, molte aziende dovranno dar conto dell'esposizione - e veder peggiorare i propri bilanci - a causa dei nuovi criteri contabili (gli Ias) presto in vigore. Insomma, è ridicolo che adesso ci si stupisca dell'accaduto. Imprenditori e banche avevano gli strumenti adeguati per muoversi con cautela in un percorso accidentato. Se alla prudenza hanno preferito la leggerezza, beh, peggio per loro. Certo, rimane l'aspetto più preoccupante: siamo di fronte ad sistema economico non solo in crisi di etica, ma anche di capacità e raziocinio.

Quanto al che fare, escludiamo subito che esistano soluzioni di tipo normativo. Anzi, dato che i contratti derivati sono uno strumento utile per la copertura del rischio d'impresa (sui cambi e le materie prime, per esempio), se ne eviti la demonizzazione come è accaduto per i corporate bond, altrimenti il nostro "capitalismo senza capitali" si brucia anche questo canale di finanziamento. Dunque, non rimane che fare un caldo invito a banche e imprese: tornate ad avere un rapporto sano, il kamasutra finanziario non fa per voi.

16 gennaio 2005