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Il confronto è positivo, ma deve avvenire su dati reali
di Alessandra Servidori
Anno nuovo vita nuova. Passata la nottata della legge Finanziaria l'agenda del Governo prevede, per giovedì prossimo, la riapertura del confronto con le parti sociali sulle misure per aumentare la competitività. Dialogo che presumibilmente si misurerà su proposte della maggioranza da una parte e di alcune idee messe in fila dal tandem sindacati - Confindustria, che non si possono proprio definire di concertazione, quanto di trattativa vera e propria con una nuova alleanza tra sindacati e imprenditori straordinariamente poco liturgica e politicamente non proprio corretta.
Ecco perchè ci preme analizzare alcuni dati congiunturali relativi al 2004, che non sono proprio decisamente devastanti, in quanto consumi, redditi e soprattutto occupazione reggono. Secondo l'Istat, in Italia l'occupazione continua a manifestare segnali incoraggianti (+ 93mila occupati nel 2004) e la disoccupazione regredisce ai livelli del 1992. Ma il tentativo allarmistico di definire il declino imperante rimane costante così proprio sul finire di quest'anno i catastrofismi continuavano a predicare che è talmente impossibile trovare lavoro che i giovani italiani e le donne hanno persino smesso di cercarlo.
Eppure, solo qualche mese fa, il Rapporto del Cnel sul mercato del lavoro 2003 forniva una netta testimonianza di quanto è accaduto negli ultimi anni sul terreno dell'occupazione e di come questo sventurato Paese sia stato in grado di realizzare, grazie alle riforme, risultati positivi nonostante una crescita economica modesta, al limite della stagnazione. "L'Italia - scriveva il Cnel - dopo essere uscita dalla grossa crisi dell'occupazione scoppiata nel 1992, e dopo avere avviato nel 1996-1997 un modesto recupero, è riuscita a portare gli occupati da 20 milioni e 125mila a 22 milioni e 653mila, accrescendoli cioè di quasi due milioni di unità (di cui 1.243mila donne su 1.929mila: il 64,4%) e a portare i disoccupati da 2 milioni e 653mila a 2 milioni e 96mila, diminuendoli cioè di 557mila unità (di cui 276mila donne: il 47,9%)".
Di fronte ad una tendenza confermata quest'anno, quanti non si azzardano ad affermare che l'Istat è al soldo di Silvio Berlusconi, ribadiscono che, certo, il lavoro aumenta, ma i posti sono di pessima qualità e insicuri. E' vero, il mercato è spaccato in due: da una parte, le realtà tradizionali, in diminuzione, le cui prerogative, conseguite in altre epoche, sono divenute insostenibili, nel contesto della nuova economia; dall'altra, i nuovi occupati, soprattutto giovani, sulla condizione dei quali si è scaricata l'intera dose di flessibilità necessaria al sistema produttivo.
Sul confine tra questi mondi separati stanno, intenti ad impedire l'accesso agli outsider, i capisaldi del vecchio apparato di tutela: da un lato, la disciplina del licenziamento, sancita dall'articolo 18 dello Statuto; dall'altro, le protezioni previdenziali ed assistenziali, assai generose ed onerose per i "padri". Nonostante tali vincoli, le istituzioni della flessibilità (le cui radici stanno nel "pacchetto Treu" varato da una maggioranza di centro sinistra, allargata al Prc) non sono state la negazione della stabilità.
I dati stessi dimostrano l'infondatezza della teoria secondo la quale la nuova occupazione è tutta precaria. Se si considerano le classificazioni per posizione professionale della rilevazione sulle forze di lavoro Istat per il secondo trimestre del 2004 si nota, infatti, che, rispetto all'analogo periodo dell'anno precedente, l'occupazione a tempo pieno è aumentata dell'1,2%, che i dipendenti "permanenti" registrano un + 1,5% (+ 1,7% quelli a tempo pieno), che gli occupati a termine decrescono del 5,6% (- 7,1% degli occupati a termine a tempo parziale). Certo, è significativo l'incremento dei lavoratori indipendenti (+ 1,1%). Anche in questo caso, però, è più sostenuto (+ 2,5%) il trend di quelli a tempo pieno, a fronte di un crollo degli autonomi a tempo parziale (- 7,1%).
Interessante è, poi, la composizione qualitativa della nuova occupazione. E' dovuto alle lavoratrici il maggior contributo ai tassi di incremento. Non si tratta solamente di una caratteristica del mercato del lavoro italiano, tanto che, rispetto agli obiettivi di Lisbona 2000, vi è la convinzione, nella Ue, che l'unico target raggiungibile, entro il 2010, sarà quello riguardante il lavoro femminile. Quanto all'età dei nuovi occupati, si è parlato di "carica dei cinquantenni". L'evoluzione del mercato del lavoro tende ad accompagnare il processo di invecchiamento della popolazione. Dal 1997 al 2003 la quota di occupati con più di 35 anni è salita dal 62,1% al 65,1% erodendo di tre punti quella dei lavoratori compresi tra 15 e 35; l'età media degli operai è salita a 38 anni e quella degli impiegati a 39,2. Ad un "effetto popolazione" (il tasso di occupazione cresce in percentuale non solo perché, al numeratore, è più ampia la platea degli occupati, ma anche perché, al denominatore, flette, per motivi demografici, la popolazione interessata), si aggiunge un "effetto partecipazione".
Nella fascia compresa tra 55 e 64 anni, tra il 2002 e il 2003, la popolazione è cresciuta dello 0,4%, la forza lavoro del 9,8%, gli occupati del 10,8% (le donne del 21%, gli uomini del 6,6%); i disoccupati sono calati del 14,1%, soprattutto tra i maschi (- 26,2%). Alla base, sta pure un fenomeno che smentisce altri luoghi comuni: le riforme previdenziali di un decennio hanno elevato - di ben tre anni nel caso delle donne - l'età effettiva di quiescenza, rivelandosi un valido contributo al prolungamento della vita attiva. Dunque avanti con il confronto tra Governo e parti sociali fondato, però, su di una onestà intellettuale che fa i conti con la verità e con il desiderio, autentico,di favorire l'internazionalizzazione del nostro paese, i settori esposti alla concorrenza, le riforme strutturali che ci consentono di unire le forze e dunque sostenere la sfida della competitività.
(11/01/05)

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