Il decreto Marzano non risolve
i problemi del capitalismo italiano
di Enrico Cisnetto

Annovereremo presto tra le fonti del diritto pubblico anche il "decreto ad handicap"? Sembra ridicolo, ma al di là del sarcasmo non vi è nulla di più veritiero dei pesanti limiti con i quali sta per nascere l'ormai famigerato provvedimento sulla competitività, che il centro-destra si prepara a discutere (imporre?) con le parti sociali il 13 gennaio. Limiti che riguardano tanto il metodo quanto il merito, e che contribuiscono a renderlo debole, se non inutile.

Partiamo dal metodo. Se aver messo il dossier competitività fuori dalla Finanziaria lo ha tenuto al riparo, è però difficile immaginare che la politica economica possa prescinderne. Invece, non solo il pacchetto predisposto dal ministro Antonio Marzano arriva con forte ritardo rispetto alla recente Finanziaria, ma il "tutti contro tutti" all'interno della Casa delle Libertà è partito ugualmente e, vista la campagna elettorale alle porte, ciascuno rivendica per sé la difesa di quelle categorie tradizionalmente bacino di raccolta voti.

Così, se si darà credito alle tesi del ministro Maroni, che vuole il provvedimento di revisione del tfr inserito nel decreto sulla competitività, quest'ultimo verrà privato sin dall'inizio di risorse vitali, peraltro già scarse. Peccato, perché il tema della previdenza integrativa e degli ammortizzatori sociali avrebbe potuto essere sfruttato meglio, anche per trovare il consenso dei sindacati, ovviamente sensibili alla questione.

Per non dire delle modalità con le quali le parti sociali sono state convocate, sostanzialmente alla fine del processo e senza tenere minimamente conto della piattaforma predisposta congiuntamente, almeno per una volta, da Cgil-Cisl-Uil e Confindustria, che chiedevano una maggiore fiscalità di vantaggio per gli interventi nel Mezzogiorno e più cospicui investimenti nelle aree depresse. Poco, o niente, di tutto questo è stato recepito nella bozza-Marzano, che - per la verità - nasce viziata all'origine. Il governo, infatti, ha preferito concentrarsi sul rilancio dei consumi da realizzare attraverso il taglio delle tasse (??), lasciando sul piatto poche briciole per risollevare l'apparato industriale dal declino cui la progressiva perdita di competitività internazionale lo ha costretto.

Ancora una volta, in perfetto stile italico, si è messo il carro davanti ai buoi, trovando quattro miliardi di euro per un'inutile e improduttiva (in queste condizioni) riforma fiscale, e lasciando appena 300 milioni per la competitività. Una cifra ridicola, che non consente di far altro che piccole iniziative di facciata. Nel merito, perciò, il provvedimento appare più un'operazione di microchirurgia che non un tentativo di rianimazione del nostro capitalismo malato. Infatti, la detassazione ai fini dell'Irap del costo del personale addetto alla ricerca e all'innovazione avrà uno scarso impatto economico, perché i nuovi assunti in questo settore saranno pochi e l'incentivo è di per sé piuttosto limitato. E la riforma della legge 488 (investimenti nelle aree depresse) appare mal concepita e profondamente illogica. Se abolizione dei finanziamenti a pioggia dev'essere, tanto vale utilizzare il meccanismo degli incentivi anche qui: perché i prestiti a tasso ultra-agevolato rischiano la stessa fine dei contributi a fondo perduto che si vogliono eliminare.

Insomma, se queste sono le premesse, si allontana ulteriormente la possibilità di veder calare il sipario sulla stagnazione della nostra economia, e tra qualche giorno assisteremo all'ennesima commedia all'italiana tra governo e parti sociali.

(10/01/05)