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La globalizzazione è positiva se si concilia con le dinamiche delle singole nazioni
di Antonio Gesualdi
L'incubo del declino e del regresso senza fine sta prendendo il posto della sicumera dello sviluppo senza fine del decennio scorso.
La globalizzazione attiene ad entrambe le posizioni. Poiché essa è dovunque non può essere fermata da nessuna parte, ma quando è percepita in positivo (new-economy), tutto va bene, quando viene percepita in negativo (stagnazione) gli effetti devastanti, appunto, si mondializzano.
Ma la globalizzazione, è evidente, è un delocalizzazione della storia e delle geografie del mondo poiché non è vero che in tutto il mondo le cose vanno bene e vanno male contemporaneamente. Ieri l'Occidente, oggi la Cina, domani l'India: non tutto accade allo stesso modo e allo stesso tempo. L'attenzione ha dei punti e dei tempi di focalizzazione. La mondializzazione (globalizzazione è terminologia di origine anglosassone. Il termine nasce nel 1975 nel G6 di Rambouillet quando si decise di avviare il processo di liberalizzazione totale dei capitali e di privatizzazione dell'economia. Il termine tecnico appare nel 1983 in un articolo di Levitt e diventa famoso nel 1988 grazie al giapponese Kinichi Ohmae e ai suoi lavori sulle strategie planetarie delle imprese multinazionali) attacca prima di tutto, e concettualmente, l'ideale di appartenenza.
Non più cittadini di una nazione, una comunità storica, ma del mondo. Di fatto al mondo si appartiene di per sé, a prescindere. Dunque il concetto di globalizzazione, o mondializzazione, è astorico e ageografico. Induce ad ancorarsi al più potente, al più forte in quel dato periodo storico.
Questo comporta, di conseguenza, un decadimento delle sicurezze nazionali, delle condivisioni di massa e dei rapporti tra concittadini.
La perdita di fiducia collettiva - e la conseguente richiesta di sicurezza - non può essere che spiegata così perché altrimenti come si potrebbe spiegare visto che viviamo in un'epoca di grandi rivoluzioni tecnologiche, di masse sempre più alfabetizzate e in grado di controllare sistematicamente anche la riproduzione? Dovremmo essere felici ed euforici, e invece...
La globalizzazione, dunque, è un concetto teorico. E' una bussola di riferimento, ma non è la realtà. La globalizzazione potrebbe funzionare solo se utilizzata come stella polare per navigatori, che però, sanno bene che non sono in cielo, ma nel mare. E nel mare ci sono anche gli scogli.
Esiste, infatti, una logica economica, e soprattutto finanziaria, planetaria. Ma essendo l'economia fondata sul concetto base di domanda-offerta riferite alle esigenze reali delle persone ecco che se per i flussi di denaro la globalizzazione funziona, per i beni e i servizi reali essa non funziona con efficacia. La libera circolazione dei capitali non ricalca la libera circolazione delle merci e del lavoro. A livello dei singoli paesi questo crea disuguaglianze tra concittadini, divaricazione di formazione e produttività, frammentazioni culturali ed economiche. L'impresa non condivide più la cultura e la società che la origina sintetizzate nel prodotto, ma piuttosto il percorso del capitale e dei bassi costi sintetizzati nel solo processo di produzione.
La crisi del concetto di Nazione - patto tra cittadini vicini e storicamente determinati - crea la globalizzazione come una necessità logica e di sicurezza possibile.
La consapevolezza della propria appartenenza alla Nazione, un nuovo e più adeguato impianto di regole fondamentali, farebbero svanire nel nulla gli effetti paurosi della globalizzazione ed ecco perchè noi di Società Aperta, ora, riteniamo, soprattutto in Italia, un passaggio obbligato un nuovo patto costituzionale; un'Assemblea Costituente per il nuovo millennio.
Lo scontro, oggi, sempre crescente tra protezionismo e ultraliberismo sta in questa logica. In molti paesi occidentali, inoltre, alcune forze politiche in crescita sono, contemporaneamente, portatrici di istanze protezioniste verso l'esterno e ultraliberiste all'interno. Il legame evidente tra lingue e cultura, tra lingue e collettività, ad esempio, è corrotto e corrompe quello previsto dalla mondializzazione. Lo spazio oceanico in cui si muove il capitale delocalizzato non è lo spazio quotidiano del vivere. Non si misura, ad esempio, un tasso di inflazione mondiale, un tasso di disoccupazione mondiale, un tasso di alfabetizzazione mondiale. Non sapremmo che farcene di una misura di questo tipo se non riportandola agli agglomerati nazionali o locali. Non c'è un Parlamento mondiale e un Governo mondiale!
Un osservatore pragmatico e libero da pregiudizi e ideologie percepisce che lo stile di vita, il costume, la mentalità sono diverse da paese a paese. Gli stessi economisti concordano nel ritenere l'esistenza di diversi tipi di capitalismi. E' lampante, oggi, la situazione della Russia: non si può speculare sull'avvenire di quel grande paese (che autonomamente ha deciso di tirare una linea netta rispetto al recente passato) se si rifiuta di ammettere il substrato antropologico di tipo comunitario fortemente integratore dell'individuo al gruppo. Il periodo di Eltisn viene archiviato in tutta fretta perché quel paese non riconosce le logiche individualiste. Così come la Cina. Putin procede alla centralizzazione poiché non ha altri strumenti - direi antropologici - per fare diversamente. Ma ricordiamo che in Russia nessuna minoranza è stata, storicamente, sterminata. E anche per gli Stati Uniti valgono le stesse considerazioni riguardo le motivazioni profonde.
Entrambi questi grandi paesi, in un processo di globalizzazione, riscoprono i propri sistemi valoriali e antropologici più profondi e li esprimono, prima di tutto, politicamente. Oggi i commentatori parlano di una rielezione di Bush su basi religiose.
Un paese così pragmatico che si ritrova nelle appartenenze religiose?
La virulenza delle reazioni sarà pari alla violenza della globalizzazione teorica. La Cina, oggi, evidenzia la stessa logica: persistenza dei valori infra-ideologici (marcati anche per grandi zone interne) e insieme l'affrancamento economico dal comunismo. Sul piano economico la Cina sorpassa la Russia post-URSS, ma su quello politico resta indietro. La primavera di Pechino è sempre più lontana.
La globalizzazione, inoltre, avrebbe implicito la fine delle economie se un unico sistema è portatore di virtù e a questo sistema tutto il mondo si adatterà. La teoria della fine della storia nasce, infatti, assieme alla globalizzazione. Ma i sistemi sottostanti non seguono i percorsi delle economie e la storia non finisce. Dunque neppure le economie finiranno.
I livelli di popolazioni, le strutture delle popolazioni, le diverse mentalità si riproducono replicando sistemi economici che continuano a divergere per velocità, quantità e qualità delle produzioni e dei consumi.
Declino delle idee, delle religioni (che diventano fondamentalismi), dei sentimenti nazionali, delle coscienze collettive, degli stati sono a monte della globalizzazione. Lo spaesamento è proprio in questa uscita dai propri paesi. Il Mondo non è abitabile. Il Mondo è astratto. E solo l'individuo può abitare il Mondo. Ma l'individuo non regge alla violenza della storia se non in associazione con altri individui, se non in un gruppo, in una comunità, in una nazione di lingua e cittadinanza comune. Il mondo della globalizzazione è il mondo dell'individuo e quindi un mondo fragile. "Liberare" l'individuo dalle appartenenze collettive significa creare appartenenze fittizie e disorganizzazioni. La classe politica che ne esce da questo contesto non sintetizzerà valori ma solo appartenenze locali interconnesse.
I partiti nazionali, soprattutto quelli nuovi, in tutti paesi democratici, sono la risultante di "focolai" e opinioni contingenti locali che si raggruppano a rete in modo sempre più incoerente quanto più l'affermazione è alta. I governi, di conseguenza creati, non governano perché sono frutto di compromessi parziali e non di sintesi valoriali nazionali.
La crisi di Maastricth e quindi dell'Unione europea è inscritta in questa logica. E' insieme il tentativo di superare le singole nazioni e la resistenza che questo processo produce. La struttura delle istituzioni europee è una risultante spuria che va o abbandonata oppure superata dagli Stati Uniti d'Europa. Ovvero la creazione di un vero e proprio stato di concittadini che esprimono un proprio governo capace di politiche strutturali.
Europeismo spurio, mondialismo che è globalizzazione finanziaria, multiculturalismo, devolution hanno il tratto comune della fine della credenza collettiva di nazione.
Il liberismo è storicamente associato all'idea di regole e della nascita delle nazioni. Il liberale classico non avrebbe mai negato l'idea della nazione e neppure Keynes lo fa. Adam Smith, liberista classico per eccellenza, del Navigator Act del 1651 dice che è "la più saggia di tutte le regolamentazioni del commercio dell'Inghilterra". In Italia è quanto ha fatto di recente la Banca d'Italia interpretando il suo ruolo di vigilanza in funzione della stabilizzazione del sistema bancario. In sostanza proteggendolo. Se anche qui finiremo per far intervenire Bruxelles, l'Europa lo farà a tutto danno dei nostri interessi nazionali. "La moral suasion di Antonio Fazio - ha scritto bene di recente Enrico Cisnetto - pur non scadendo nel dirigismo, ha consentito la crescita dimensionale del sistema, mediando tra le sue molte anomalie, dalla presenza delle Fondazioni alle pressioni degli istituti stranieri, dalle richieste degli imprenditori nostrani alle asimmetrie delle regole nei vari mercati europei. Eppure, in questo frangente troppo, e su questioni troppo importanti, sembra essere lasciato al formalismo e ad un malinteso senso di neutralità. E' il momento di tornare ad indicare diritti e doveri di chiunque voglia intervenire nel mondo del credito: legittimare definitivamente le fondazioni ora che sono state respinte le intenzioni bellicose della politica, chiarire in quale misura le imprese possono essere socie delle banche, stabilendo i limiti degli incroci azionari e regolando il loro accesso ai fidi per evitare conflitti d'interesse, definire un protocollo d'ingresso degli istituti stranieri in Italia e le regole di reciprocità. Per scongiurare recriminazioni, furbizie e, quel che peggio, terremoti a carico dei risparmiatori."
Sottolineo le parole chiave della citazione: "mediando", "regole di reciprocità", "diritti e doveri", "chiarire in quale misura", "limiti", "evitare conflitti d'interesse", "definire".
Liberismo e ultraliberismo, dunque, poggiano su presupposti diversi e antagonisti. C'è chi lo ha capito e chi no.
Allora non è la globalizzazione che smorza la potenza delle nazioni, ma l'inverso. La caduta del valore di uguaglianza civica, di cittadinanza, di regole di convivenza costringe l'individuo ad errare per il Mondo, a globalizzarsi. L'implosione delle nazioni spinge verso un altrove.
Ma come si fa, ad esempio, un Welfare globale? Come si gestisce la "domanda globale" a livello mondiale? Gli Stati Uniti, negli ultimi 10 anni, hanno tentato questa soluzione keynesiana anche contro se stessi. Gli Stati Uniti, stampando più dollari che producendo Coca-Cola, hanno funzionato da stato centrale consumatore accogliendo e stimolando le produzioni degli altri paesi. Noi produciamo, loro consumano e pagano stampando dollari.
Ma oggi gli Stati Uniti hanno i "debiti gemelli", un dollaro super-debole e un'economia reale senza settori di punta. La "domanda globale", allora, o è nazionale o non è.
Oggi in Europa alcune grandi nazioni di Maastricth chiedono di poter aumentare il debito pubblico, ma tutte le nazioni insieme temono le conseguenze di questo cedimento. Il circolo è vizioso e pericoloso. E le classi dirigenti sono viziate e oblubinate.
La stabilizzazione demografica e la modifica delle strutture per età che si sta producendo negli ultimi decenni, autonomamente, ha effetti sulla domanda globale interna (le velocità demografiche sono diverse da paese a paese) e, generalmente, provoca una tendenza alla depressione dei consumi, flessione dei redditi e produttività ed erosione dei patrimoni.
In Italia la crisi è più folle che altrove perché i movimenti della popolazione interna vanno, antropologicamente, a diversa velocità e producono effetti a scacchiera. La lotta interna tra ultraliberali, liberali, radicali, popolari, leghisti, nazionalisti, socialisti, ex socialisti, ex comunisti e comunisti si accende a rotazione. I conflitti creano crisi e la crisi crea sempre più conflitti.
Le classi dirigenti, per la sopravvivenza propria, si concentrano esclusivamente sul conflitto e spingono sulla creazione di "voci" e "rumori" e slogan che servono ad alimentare i propri focolai e le proprie roccaforti di voto.
Le tasse sono state realmente abbassate sì o no? Questo è un modo di creare temi politici non di risolvere i problemi.
In questo modo il declino diventa strutturale anche se, ad esempio, la disoccupazione non cresce perché ci sono sempre meno giovani che devono entrare nel mondo del lavoro. Il baby-boom degli anni sessanta è esaurito. La disoccupazione è soprattutto giovanile, infatti. E tiene anche l'inflazione perché una popolazione che invecchia tende a difendere il patrimonio accumulato. Non è l'azione del governo, dunque, che favorisce l'abbassamento o la tenuta del tasso di disoccupazione e neppure dell'inflazione, ma l'andamento della popolazione. Le fiammate di inflazioni, da alcuni, non a caso, sono state addebitate ai consumi dei giovani che, nonostante l'età, continuano a vivere nella casa dei genitori.
Il cambiamento è strutturale e non rendersene conto significa - nel prossimo decennio - stimolare il declino anziché prevenirlo.
Se la globalizzazione fosse soltanto un processo economico tutto questo non sarebbe possibile.
Huntington e Quigley (che è stato pure professore di Clinton), da parte anglosassone, l'hanno scritto: l'economia è un arto dello spirito, è subordinata alle varie culture. La globalizzazione di fine Novecento che noi stiamo vivendo, come il Navigation Act di Cromwell, o la City londinese fino alla crisi del '29 sono modi - culturali, prima di tutto culturali - attraverso cui un civilizzazione, quella anglofona, si esprime al massimo della sua potenza. La globalizzazione è prettamente anglofona; dunque è una soluzione storica e di tipo nazionale, non mondiale. La globalizzazione attiene soprattutto alla nazione inglese e alla nazione statunitense e anche a quella australiana. Questo è l'equivoco che siamo chiamati a risolvere. Per farlo occorrono liberali pragmatici non fomentatori di folle.
La rottura dell'Occidente sulla guerra all'Iraq riflesse queste diverse posizioni ed evoluzioni nazionali. E va nella stessa direzione la "nuova attenzione" verso la Cina (sì, perchè solo di attenzione si tratta visto che questo paese viaggia con una crescita del 7-10% l'anno da circa 20 anni e non ha cambiato governo negli ultimi tempi).
Per come sono andate le cose nelle decisione della guerra all'Iraq è evidente che la globalizzazione sta rientrando nel suo alveo originario. Altri modelli nazionali non concepiscono le conseguenze politiche estreme della globalizzazione anglosassone.
La globalizzazione, dunque, va riportata nel suo ambito concettuale e culturale e "ammaestrata" attraverso la riscoperta delle singole nazioni e delle dinamiche che, necessariamente, si creano tra queste. Il mercato è una di queste dinamiche. La tolleranza - e anche un certo scetticismo - è la dinamica principale.
Capire tutto ciò, oggi, significherebbe non attendersi a breve la ripresa degli Stati Uniti e del dollaro, ma cominciare a ragionare con i cinesi (produzioni e consumi), i russi (materie prime e armi nucleari) e gli indiani (formazione e ricerca!) e anche con gli inglesi che, prima o poi, dovranno decidersi se diventare il 52esimo stato degli Usa o uno dei fondatori degli Stati Uniti d'Europa.
Prima di tutto, dunque, l'interesse di ogni singola nazione che, sommato, diventa interesse globale; scambio tra pari dignità, tolleranza, e sviluppo e benessere.
(20/12/04)
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